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Alessandra Derriu: streghe, indovine e curatrici nella Sardegna del '700

venerdì, 04 ottobre 2019 07:06

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Francesca Bianchi
FtNews ha intervistato Alessandra Derriu, storica, archivista e scrittrice, nonché studiosa dell’amministrazione della giustizia nella Sardegna catalano-aragonese e dei processi per stregoneria e superstizione. Specializzata alla Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica dell’Archivio Segreto Vaticano e alla Scuola di Archivistica Paleografia e Diplomatica dell’Archivio di Stato di Cagliari, ha svolto l’attività di indagine in storia medievale della Sardegna, occupandosi dell’edizione di fonti, cartacea e digitale. Già archivista presso l’Archivio del Comune di Alghero e l’Archivio della famiglia Simon-Guillot, attualmente è archivista presso l’Archivio Storico Diocesano di Alghero, dove ha rinvenuto gli atti di un processo che illustra la storia di Maura Galloni. A questa donna vissuta ad Orotelli nella prima metà del Settecento e accusata di stregoneria dal Tribunale dell'Inquisizione Vescovile di Alghero la dott.ssa Derriu ha dedicato il suo ultimo libro, intitolato Maura, l'indovina di Orotelli. Streghe nella Sardegna del '700 (Nemapress, 2018). Nel corso della nostra ricca conversazione, la studiosa ha parlato di questo lavoro e dei saggi Il tribunale dell'Inquisizione di Alghero. Storie di donne e di uomini attraverso documenti inediti del XVIII secolo (Edicions de l'Alguer, 2015), frutto delle ricerche condotte presso il Tribunale dell'Inquisizione Vescovile di Alghero, con il supporto della Diocesi di Alghero-Bosa e della Soprintendenza Archivistica per la Sardegna, e Magia e stregoneria dal Logudoro alla Barbagia. Le denunce dell'Inquisizione vescovile settecentesca nella diocesi di Alghero (Edicions de l'Alguer, 2016), in cui si ricostruisce il funzionamento del Tribunale dell'Inquisizione Vescovile di Alghero nelle zone di periferia. L'archivista si è soffermata sulla realtà che emerge dalle diverse fonti che ha avuto modo di consultare, spiegando che le tante donne accusate di essere streghe erano, in realtà, donne che ascoltavano le ansie e la disperazione dei loro compaesani e cercavano di dare speranza di guarigione e di fortuna, donne che legavano fili intrecciati per legare le persone e condurle al matrimonio, donne che pregavano e accudivano, punto di riferimento della comunità tutta.

Dott.ssa Derriu, prima di essere una scrittrice, lei è una storica e archivista. Qual è stato l'iter della sua formazione che l'ha portata, poi, a lavorare con i documenti dell'Inquisizione?
La mia passione per la ricerca è nata fin da quando ero piccola con l’amore innato per la storia, ha preso forma con gli studi classici al Liceo di Alghero e umanistici all’Università di Sassari. Si è fortificata grazie agli studi condotti per la tesi di laurea in storia medievale e all’esperienza di lavoro nel Dipartimento di Storia dell’Ateneo Turritano, che mi ha formata professionalmente e umanamente. Poi sono arrivati gli anni della specializzazione in Archivistica, paleografia e diplomatica, trascorsi a Roma alla Scuola dell’Archivio Segreto Vaticano e presso l’Archivio di Stato di Cagliari. Queste esperienze hanno alimentato la mia anima di storica e quella di archivista, un binomio per me ora inscindibile. L’incarico di archivista presso l’Archivio Storico diocesano di Alghero-Bosa mi ha portata al rinvenimento del Fondo del Tribunale dell’Inquisizione. Portando avanti il riordino e l’inventariazione del Fondo del Tribunale Ecclesiastico, ho identificato i fascicoli processuali prodotti dal Santo Uffizio. La riscoperta di questa documentazione di notevole importanza storica ha avuto un grande rilievo scientifico, non solo per l’enorme fascino che caratterizza queste carte e per le possibilità che le stesse offrono di studio e conoscenza in diversi ambiti (religioso, giuridico, medico, antropologico, etnografico, sociologico), ma soprattutto perché rappresentano una rarità nel panorama degli archivi sardi dell’Inquisizione, purtroppo molto povero. Dell’Inquisizione spagnola sono sopravvissuti pochissimi documenti che si trovano presso l’Archivio di Stato di Cagliari. Dell’Archivio del Sant’Officio di Sassari non è rimasta traccia. Le notizie sull’Inquisizione spagnola in Sardegna si trovano quasi interamente al di là del mare, nell’Archivo Histórico Nacional di Madrid. Per quanto riguarda il periodo di passaggio dall’Inquisizione spagnola a quella episcopale, fino al rinvenimento dei documenti di Alghero si aveva documentazione solo per l’arcidiocesi di Cagliari e le diocesi unite di Iglesias-Suelli-Galtellì.

Quando e come è iniziato il suo percorso di recupero della storia delle donne legate alla magia, alla superstizione, alle pratiche di guarigione, al mondo dell'occulto, e per questo emarginate dalla vita sociale e condannate al disprezzo e all'oblio?
Il recupero della storia di queste donne nasce dal desiderio di uscire dai protocolli notarili dei fascicoli processuali per dare voce alle protagoniste dei casi giudiziari. Oltre agli interrogatori, alle formule, alle registrazioni dei verbali di deposizione, alle testimonianze, ho sentito fin da subito la necessità di estrapolare dai testi le storie, le vicende umane, le sofferenze, le paure, la vita che si sprigionava dalle carte antiche. È stato necessario, a monte, un attento lavoro di schedatura e di analisi degli atti, prima per capire il funzionamento del Tribunale, poi per isolare i diversi casi e successivamente per analizzare le varie tipologie delle pratiche. Così mi sono concentrata sulle usanze, le medicine, le preghiere, le orazioni e ho avuto modo di ricostruire non solo i fatti accaduti e le tipologie delle accuse, ma tutto il mondo di tradizioni e di usi che le pratiche curative medico-magiche e le arti divinatorie racchiudono. E sono emerse le storie delle guaritrici e delle indovine, delle fattucchiere e delle maghe, donne che si aggiravano di notte nei cimiteri per recuperare ossa e terra di morti, e nelle chiese a cercare pezzi di scapolari, di legni sacri, ostie ed olio santo per i loro suffumigi ed involti. Donne che ascoltavano le ansie e la disperazione dei loro compaesani e cercavano di dare speranza di guarigione e di fortuna, donne che legavano fili intrecciati per legare le persone e condurle al matrimonio, donne che pregavano, accudivano, punto di riferimento della comunità tutta. Tante donne furono un punto di riferimento per la propria comunità, ma poi vennero ripudiate, costrette alla fuga o condannate all’esilio. Tante ebbero un potere difficile da gestire, che diede loro fama e popolarità, ma che poi le condan¬nò alla solitudine e spesso alla morte. È il potere della conoscenza, della saggezza, dell’esperienza. Queste donne erano attente osserva¬trici, capaci di leggere l’animo umano, di interpre¬tare intenzioni malvagie e cattivi pensieri, di riconoscere e diagnosticare una malattia e così erano spesso in grado di presagire eventi funesti, omicidi e morti. Leggevano i gesti, gli sguardi, i movimenti delle labbra, delle mani e del corpo di chi era inten¬zionato a rubare, a ferire, ad uccidere e cercavano di evitare che succedesse l’irreparabile mettendo in guardia e avvisando gli interessati con previsioni e auspici funesti.
Alessandra Derriu con un dizionario catalano-latino del 1757 di Pietro Torra (Ph Studio 5, Alghero)
Durante il suo lavoro presso l'Archivio Diocesano di Alghero ha rinvenuto gli atti di un processo che illustrava la storia di Maura Galloni, vissuta ad Orotelli nella prima metà del Settecento e accusata di stregoneria dal Tribunale dell'Inquisizione Vescovile di Alghero. Quale realtà emerge da questi documenti che ha rinvenuto? Ha recuperato informazioni sulla vita di altre donne che hanno avuto un destino affine a quello di Maura?
Emerge un mondo diverso dal nostro: una terra di pae¬si, ville, villaggi, città animate dai vivi, ma anche dai morti, un mondo in cui nell’immaginario che diven¬tava realtà gli estinti venivano considerati la causa di fatti inspiegabili e di eventi sospetti, si avvistavano nelle ombre della notte e si manifestavano nei sogni, così continuavano ad agire e ad interagire con chi ave¬va la capacità di ascoltarli. È un mondo che non si vede, non si tocca, non si sente, ma che si percepisce; qui agiscono forze del bene e del male, qui si muove il demonio assieme alle altre entità maligne che s’incarnano in spiriti minori capaci di intervenire anch’essi nella vita umana, cau¬sandone gioie e dolori. Così trovano una spiegazione le malattie improvvise e sconosciute, le disgrazie, la perdita del benessere, ma anche le ricchezze e le for¬tune inaspettate. Maura non è la sola in paese ad aver praticato arti magiche e superstiziose e ad esser stata denunciata agli ufficiali dell’Inquisizione. Assieme a lei molte altre: Lucia Angela Pala, guaritrice; Maria Domenica Gasole, esperta nel trovare tesori e cose perdute; Caterina Pinna Marteddu, accusata di fatture e malefici. Orotelli è un paese simbolo, assieme a tanti altri in Sardegna, che ci permette di recuperare un tesoro di credenze e di devozioni trasmesse per secoli, mai scritte: raccontate nella notte, giungono a noi cariche di fascino e di mistero e ci consentono di capire chi siamo stati, chi siamo ora. Un patrimonio da conservare, valorizzare, diffondere.

A Maura Galloni ha dedicato il libro Maura, l'indovina di Orotelli. Streghe nella Sardegna del '700, edito dalla Nemapress (2018). Chi era Maura Galloni? Di cosa venne accusata? Quale sorte toccò a questa donna?
Maura è una donna realmente vissuta che nell’anno 1735 viene accusata dai suoi compaesani presso il Tribunale dell’Inquisizione. L’accusarono di essere un’indovina, l’indovina di Orotelli, una donna molto devota e misteriosa che praticava l’arte della divinazione, prediceva il futuro, parlava con i defunti e con i santi. Era una donna che pregava e recitava orazioni, ma che diceva di avere il potere di dialogare con i santi e con le anime del purgatorio che le concedevano di interpretare il futuro. Pian piano dalle deposizioni emergono i particolari della vita di questa donna misteriosa. Dai racconti dei compaesani affiora anche la sua vicenda umana: Maura era una donna amata e ricercata per i suoi servigi, custode di antichi saperi e conoscenze, in tanti si erano rivolti a lei in passato per avere previsioni e auspici, ma ora il suo potere spaventava e veniva accusata e denunciata dai suoi stessi compaesani per stregoneria e superstizione. Contro di lei, donna sola, senza famiglia e senza marito, anche l’accusa di essersi macchiata di un crimine inumano ed imperdonabile: quello di aver ucciso la propria figlia. Una donna malvagia era più facile da accusare, ripudiare, denunciare.

La Chiesa ha operato un vero e proprio processo di demonizzazione e ghettizzazione nei confronti di tante donne ritenute streghe, in realtà donne sapienti, guaritrici, divinatrici, veggenti. In Sardegna a quale periodo risalgono i primi processi contro coloro che sono passate ingiustamente alla storia come "streghe"? Quali caratteri assunse in Sardegna la cosiddetta "caccia alle streghe"?
Il periodo di cui mi sono occupata è l’ultima fase dell’Inquisizione, quella detta dell’Inquisizione vescovile, guidata appunto dai vescovi stessi che presero il posto degli ufficiali spagnoli. Siamo nel ‘700 e la caccia alle streghe non è più sentita come ai tempi dell’Inquisizione Spagnola, ma i reati vengono perseguiti comunque. Lo scopo, però, è più pastorale che punitivo: si tende a cercare di recuperare ai dettami della religione più per redimere e per debellare eresie e pratiche pericolose che per punire i rei. Nel Settecento, a differenza di quanto accadeva nel ‘500 e nel ‘600, la categoria del maleficio demoniaco era notevolmente diminuita. Questo perché alcune credenze relative ai rapporti tra le streghe e i demo¬ni restavano ormai solo nell’immaginario collettivo e nelle rappresentazioni teologo-giuridiche. Mi riferisco alle ri¬unioni di tipo sabbatico con banchetti e voli nei cieli, e alle relazioni sessuali tra umani e demoni, dettagli che sopravvi¬vevano solo come elementi del passato e continuava¬no ad essere raccontati più come mitologia e leggenda che come parte della credenza popolare. I reati che vengono perseguiti sono più legati alle arti divinatorie e alla cura che alla sfera demoniaca; si tratta più di magia bianca che di magia nera.

Nel 2015 ha pubblicato il libro Il tribunale dell'Inquisizione di Alghero. Storie di donne e di uomini attraverso documenti inediti del XVIII secolo (Edicions de l'Alguer), frutto delle ricerche condotte presso il Tribunale dell'Inquisizione Vescovile di Alghero, dove ha avuto modo di analizzare i documenti inerenti alla città che attestano casi di denunce, procedimenti e processi nei confronti di guaritrici, maghe, streghe, stregoni. Cosa sappiamo della storia di queste persone? Di cosa venivano accusate?
Stregoneria, magia, medicamenti superstiziosi, rapporti con il demonio, blasfemia, eresia, sono i reati di cui vengono accusati i protagonisti delle nostre storie. Sullo sfondo dell’Alghero del XVIII sec. si dipanano le vicende di uomini e donne sospettati dall’Inquisizione, ambientate nel centro storico, nel porto, nelle campagne, da dove si arriva e si riparte oltrepassando le porte della città murata, chiusa tra i suoi bastioni, ma aperta a chi arriva dal mare e dalla terra. Le persone si muovono nei vicoli, tra chiese e palazzi; qui la gente vive drammi e gioie della vita quotidiana, si ferma a chiacchierare alle finestre, si osserva, si ascolta. I vescovi inquisitori sorvegliano costumi e usi e, mentre la vita scorre, la macchina della giustizia interviene a punire i crimini e a castigare i colpevoli. A seguito della scoperta delle carte del Tribunale dell’Inquisizione vescovile di Alghero, il mio studio ricostruisce il funzionamento dell’Ufficio e analizza i documenti inerenti alla città: denunce, procedimenti e processi da cui emergono le storie di guaritrici, stregoni, fattucchiere ed eretici. Le accuse riguardano diversi campi: medicamenti e pratiche medicinali, fatture per interferire nei rapporti tra uomo e donna, rimedi per conquistare una donna, pratiche per la ricerca del lavoro, delle cose perdute, di poteri magici, di tesori. E ancora malefici per causare la morte o la sofferenza, medicina dell’occhio, invocazione del demonio, possesso di libri proibiti, maledizioni, negromanzia, rapporti con i defunti, uso di oggetti sacri, pratiche religiose diverse, atti contro la religione.

Stando al titolo del libro, si deduce che anche gli uomini fossero vittime di queste accuse...
I protagonisti delle vicende processuali sono sia uomini che donne (giovani, anziani, persino bambini) appartenenti a diverse classi sociali: sacerdoti e monache, notai, avvocati, giudici, farmacisti, negozianti, marinai, pastori e contadini. Sono promesse spose deluse e uomini innamorati, madri disperate per i loro figli ammalati e in pericolo di vita. I medici laureati erano pochi, levatrici e barbieri sopperivano alla loro mancanza utilizzando rimedi e medicamenti accompagnati spesso da orazioni e preghiere. Le condizioni igieniche e sanitarie erano precarie, i più indigenti erano costretti molto spesso a vivere in spazi angusti ed era frequente, se non usuale, avere in casa un allettato; a questo si aggiungeva la mancanza di medicinali adatti che venivano sostituiti da preparati erboristici e da rituali superstiziosi. Gli uomini vengono denunciati in maniera minore, è vero, ma sono comunque presenti come guaritori e come maghi. Praticano una magia colta legata ad antichi libri che le donne, analfabete, non erano in grado di leggere: le loro pratiche, oltre ad essere curative, sono indirizzate all’accrescimento della ricchezza, al rinvenimento di tesori, all’acquisizione di poteri magici quali l’immunità, la capacità di volare e la forza. Diversi uomini vengono denunciati per aver fatto ricorso alla magia, per evadere dal carcere, fuggire senza farsi male, essere immuni alle pallottole, guarire da una malattia, salvare il proprio gregge o il raccolto, recuperare un furto e trovare il ladro, sposare la donna desiderata.
Alessandra Derriu
Come funzionava il Tribunale dell'Inquisizione di Alghero?
L’Inquisizione, attiva in Sardegna dal XV sec., era un’istituzione ecclesiastica che, attraverso i propri tribunali, indagava e processava i colpevoli di eresia e perseguiva idee, credenze e pratiche che andavano contro la dottrina cristiana. Con il tempo, il potere di questi uffici si estese a giudicare anche i colpevoli di malefici e sortilegi, di invocazione e rapporti con il diavolo, di arti divinatorie e preveggenza, di medicina popolare basata sulla superstizione e di tutta una serie di reati minori legati al mondo della magia e dell’occulto. Dopo la fine del dominio spagnolo sull’Isola, nei primi anni del 1700, l’ultimo inquisitore nominato dalla Corona lasciò l’isola e i vescovi assunsero la carica di inquisitori. Il Tribunale della Santa Inquisizione di Alghero aveva sede nell’episcopio, ma denunce, indagini e processi potevano avvenire anche nei paesi nei quali si erano svolti i fatti, in uffici appositi, ma anche nelle parrocchie o nelle case private. Nei documenti si fa riferimento all’aula del Tribunale di Alghero, nella quale venivano ricevute le denunce e celebrati i processi, nonché alle carceri del palazzo vescovile. Il vescovo si avvaleva di una struttura di esperti, avvocati, notai, teologi, messi e rappresentanti in tutto il vasto territorio della diocesi.

Nel libro Magia e stregoneria dal Logudoro alla Barbagia. Le denunce dell'Inquisizione vescovile settecentesca nella diocesi di Alghero (Edicions de l'Alguer, 2016) ricostruisce il funzionamento del Tribunale dell'Inquisizione Vescovile di Alghero nelle zone di periferia, analizzando le denunce fatte nei paesi dell'antica diocesi di Alghero-Bosa: Benettuti, Bolotana, Bono, Borore, Bortiocoro, Dualchi, Gavoi, Monti, Nuoro, Orani, Orotelli, Oschiri, Ozieri, Putifigari, Sarule. L'azione dell'Ufficio, infatti, si estendeva fino all'interno dell'Isola per perseguire i reati di stregoneria e superstizione. I reati contestati a queste persone sono simili a quelli riscontrati ad Alghero o sono legati maggiormente a fenomeni tipici delle zone interne in pieno Settecento? E' attestata una maggiore diffusione di pratiche legate alla sfera dell'occulto, della divinazione, della cura, della medicina popolare nel Logudoro o in Barbagia?
L’azione del Tribunale dell’Inquisizione vescovile di Alghero giunse fino all’interno dell’Isola per perseguire i reati di stregoneria e superstizione, medicamenti, rapporti con il demonio, filtri d’amore, fatture, blasfemia. Nelle campagne, nelle case, nei vicoli e nelle chiese, un viaggio tra sentimenti e vicissitudini quotidiane. I vescovi inquisitori sorvegliano costumi e usi e la giustizia fa il suo corso. Dopo la scoperta dell’Archivio del Tribunale e lo studio dei documenti inerenti alla città di Alghero, il mio secondo volume ricostruisce il funzionamento dell’Ufficio nella periferia e analizza le denunce fatte nei paesi dell’antica diocesi. Alcuni reati sono simili a quelli riscontrati per Alghero, altri sono legati a fenomeni tipici delle zone dell’interno in questo particolare periodo. Le storie ambientate nel mondo della delinquenza ci permettono di riscontrare come criminalità e banditismo fossero spesso legati alla magia e alla superstizione. Fughe dal carcere, sparatorie, omicidi fanno da sfondo all’agire di streghe e maghi impegnati ad aiutare i fuorilegge a sottrarsi alla giustizia, a ricercare l’invulnerabilità, a eliminare l’avversario.

Quale messaggio si augura possa arrivare a tutti coloro che avranno il piacere di leggere questi suoi lavori?
Un tesoro di tradizioni e usanze che de¬rivano da saperi antichi, esperienze trasmesse per se¬coli da generazioni, mai scritte, raccontate nella notte e che nella notte si perdono, giungono a noi cariche di fascino, di mistero e di insegnamenti e ci consen¬tono di capire da dove arriviamo, chi siamo stati, chi siamo ora. La parola tradizione deriva dal verbo latino tràdere, che significa trasmettere, consegnare. La tradizione altro non è che il bagaglio di conoscenze, esperienze, vita vissuta da chi ci ha preceduto. La tradizione viene dal passato, fa parte di noi, dei nostri luoghi. Alcune pratiche legate alla stregoneria, come le pratiche mediche, nella nostra terra come altrove, sono sicuramente state trasmesse per iscritto, ma soprattutto oralmente, perché non andassero perse, e hanno fatto parte in un certo modo della tradizione antica, dato una speranza nell’ignoranza e nella miseria diffuse, ma ora sono quasi completamente scomparse, superate nel tempo; di contro, ciò che non è stato perseguito, superato, ciò che non è mutato, sopravvive nei secoli e fa parte delle nostre tradizioni. Io spero di poter contribuire nel mio piccolo alla trasmissione della nostra storia e della nostra saggezza millenaria
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Nome: Francesca
Messaggio: Si tratta di un dizionario catalano-latino del 1757 di Pietro Torra.
04/10/2019 13:22:08
da: a: info@ftnews.it
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Messaggio: Articolo molto interessante che stimola a leggere il libro e approfondire l'argomento. Una curiosità: a che epoca risale il volume che ha in mano la scrittrice? Forse, fine Seicento? Grazie mille, tanti auguri per il successo del libro. Eliana Littarru
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