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Mauro Bonazzi: i Greci e il mistero dell'esistenza

lunedì, 01 giugno 2020 07:22

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Antonio Canova, Ebe, marmo e bronzo, 1800-1805. San Pietroburgo, Ermitage. (Foto di Mimmo Jodice)
Francesca Bianchi
FtNews ha intervistato il prof. Mauro Bonazzi, docente di Storia della Filosofia Antica e Medievale presso l’Università di Utrecht, profondo conoscitore del pensiero antico, di Platone e del platonismo. Lo scorso gennaio lo studioso ha dato alle stampe Creature di un sol giorno. I Greci e il mistero dell’esistenza (Einaudi Editore), un libro in cui ripercorre le concezioni sviluppate dalla civiltà greca intorno al senso dell’esistenza umana.
Chi siamo? Qual è il senso del nostro fugace passaggio nell'immensità e nell'infinità dell'universo che ci circonda? Per primi i Greci si sono interrogati sul senso della vita umana, partendo dal tema della morte, il mistero per eccellenza e al contempo l'unica certezza della nostra vita. Siamo esseri mancanti, siamo, per citare Orazio, polvere e ombra, creature in preda a tormenti, angosce, paure e inquietudini, esseri soggetti allo scorrere inesorabile e distruttore del tempo, sempre alla ricerca di un qualcosa che ci completi e che cerchiamo all'esterno, quando invece le risposte dimorano nel più profondo della nostra anima.
"Creature di un sol giorno" traduce il termine greco ephemeros, che meglio di tutti esprime la nostra condizione di esseri temporalmente determinati, esposti al potere incontrastato della contingenza. Di fronte all'immensità e all'infinità dell'universo siamo come le farfalle e come le foglie, estremamente fragili e destinate a scomparire nel nulla, al cospetto di una natura che, invece, si rinnova ciclicamente, sempre identica a se stessa dalla notte dei tempi.
I grandi maestri dell'antichità greca hanno cercato di proporre alcune soluzioni per sconfiggere la morte e dare un senso alla nostra esistenza, lasciando una traccia del nostro passaggio. In particolare, Aristotele nell'Etica Nicomachea prospetta tre possibilità: la vita nel piacere, la vita politica e la vita contemplativa. Sicuramente la vita nel piacere è la più vana e insignificante, perché ci lascia insoddisfatti e sempre alla ricerca di qualcosa di più grande che possa appagare i nostri desideri insaziabili. Il piacere è importante, ma non può assorbire tutte le nostre energie. Noi siamo anche altro. Con la vita politica, come insegnano il mondo degli eroi di Omero e quello dell'"individuo collettivo" della polis ateniese durante l'età di Pericle, ci troviamo ad affrontare una situazione tragica, perché per affermare il proprio valore bisogna necessariamente negare quello altrui.
La terza soluzione per sconfiggere la morte e realizzare una vita felice consiste nella vita contemplativa. La filosofia greca insiste molto sulla dimensione della conoscenza, perché solo attraverso l'uso della ragione e dell'intelligenza noi realizziamo la nostra "funzione propria" che ci distingue da tutti gli altri esseri viventi. La filosofia ci aiuta ad indagare il mistero della vita e a cogliere la stretta relazione tra noi e il mondo sconfinato in cui siamo immersi. Con il pensiero possiamo elevarci al di sopra della nostra condizione umana e comprendere che ogni esistenza contribuisce alla bellezza e alla meraviglia del mondo. Come gli dèi, anche noi uomini possediamo l'intelligenza e, come gli dèi, anche noi possiamo conoscere. Per Epicuro l'unica differenza tra noi uomini e gli dèi sta nel fatto che noi temiamo la morte, gli dèi no. Del resto, noi siamo immersi nel regno del divenire, non possiamo essere perfetti e immortali come gli dèi, non possiamo rinunciare alla nostra umanità impastata di miseria e di grandezza.
Una lezione preziosa è insita nelle parole del poeta greco Archiloco (fr. 128 W.), citato in esergo della prefazione:
Animo, animo, sconvolto da mali senza rimedio,
su, in piedi [...]
non esultare in pubblico se vinci
e non piangere crollando a terra in casa, se sei vinto;
gioisci delle gioie e affliggiti per i mali:
non troppo, però: conosci quale ritmo domina gli uomini.

In questi versi è ben espresso il tema della metriotes, la moderazione, il "giusto mezzo" che troveremo sei secoli dopo nel poeta latino Orazio: non insuperbirsi e non esaltarsi mai in maniera sfrenata nella buona sorte, non cedere mai alla disperazione nei momenti di dolore, ma essere padroni della propria vita e vivere in maniera equilibrata e saggia, proprio come insegnano a fare i filosofi, tenendo a freno le passioni e ricercando il "giusto mezzo''. Invece di pensare alla morte e angosciarci inutilmente per ciò che sarà, perché non assaporare intensamente ogni attimo di questa vita che ci è stata donata, incuranti del domani? Non è questo il senso più profondo anche del carpe diem oraziano?
Il bel libro di Bonazzi si conclude con un verso del poeta statunitense Wallace Stevens, che esprime in maniera mirabile il significato di questa esperienza che ha avuto il suo avvio dalla morte per spiegare il senso dell'esistenza: la morte è madre della bellezza. La morte appare come l'evento che non solo non toglie senso alla nostra esistenza, ma lo rafforza. La nostra vita, infatti, è così straordinariamente bella e preziosa proprio in virtù della sua estrema precarietà. Paradossalmente, proprio il fatto di dover morire la rende tale. Siamo sì "creature di un sol giorno", ma accettiamo la nostra umana fragilità, i nostri limiti, la nostra precarietà e rendiamo proficuo il tempo che ci è stato concesso; facciamo in modo che le nostre giornate siano piene di vita e che la scintilla divina che dimora nella nostra anima possa brillare e conquistarsi attimi di immortalità.

Prof. Bonazzi, a gennaio ha dato alle stampe il libro Creature di un sol giorno. I greci e il mistero dell’esistenza, edito da Einaudi. Come è nata l'idea di dedicare un libro alle riflessioni prodotte dalla civiltà greca nel tentativo di spiegare il senso più profondo della vita umana?
Stavo lavorando da tempo su questo argomento, perché la riflessione dei Greci sul tema della morte ha prodotto una riflessione luminosa sul senso dell’esistenza umana, su quello che siamo e sul valore delle nostre vite. La morte è uno scandalo, un mistero. Il problema non è tanto quello di dover morire. A essere insopportabile è l'idea che questa circostanza, il fatto di finire nel nulla, rischia di togliere valore alla nostra esistenza. Per i Greci tutto è eterno, la natura si rinnova ciclicamente, i pianeti sono eterni, noi solo siamo finiti. Che senso può avere qualcosa che, da un momento all'altro, è destinato a scomparire nell'oblio? Tutta la riflessione della civiltà greca ha cercato di offrire una risposta a questa domanda. Nonostante le nostre conoscenze si siano accresciute notevolmente nel corso dei secoli, questa domanda ancora è in attesa di una risposta. Questo libro è uscito a gennaio ed è diventato attuale in un modo inatteso e anche in un senso diverso rispetto a quelle che erano le mie intenzioni.
Mauro Bonazzi
"Creature di un sol giorno" traduce il termine greco ephemeros, che meglio di tutti esprime la nostra condizione di esseri temporalmente determinati. Questo titolo così evocativo è ripreso dal verso 95 dell'ottava Pitica di Pindaro, che impiega il termine in maniera così pregnante e potente da rendere difficile e riduttivo ogni tentativo di traduzione...
Ephemeros significa letteralmente "che dura un giorno". Effimera può essere una farfalla, bella, ma destinata a una vita brevissima che la rende insignificante. Quale può essere, infatti, il senso dell'esistenza di una singola farfalla nel tempo infinito che compone questo universo immenso? Il problema è quello della fine, che rischia di togliere valore a ciò che c'era. È significativo l'impiego che del termine fa Pindaro nell'ottava Pitica (vv. 95-97), scritta per celebrare il lottatore Aristomene di Egina, vincitore dei giochi che si erano tenuti in onore di Apollo Pitio nel 446 a.C.:
Creature d’un sol giorno (epameroi): che cos’è mai qualcuno
che è mai nessuno? Sogno di un’ombra
è l’uomo. Ma quando luce discenda da un dio
fulgida splende la luce sugli uomini
e dolce è la vita.

La domanda presente in questi versi di Pindaro è espressione di un pessimismo inconsolabile: c'è differenza tra l'essere qualcuno, qualcosa, tra esserci qui e ora, e non essere, non esistere? Cambia qualcosa di fronte al potere della morte che tutto cancella? Epameroi (si tratta di un eolismo; in dialetto attico sarebbe ephemeroi) non sono le farfalle, sono prima di tutto gli esseri umani, sono loro le creature d'un sol giorno, "l'ombra di un sogno". Siamo come le farfalle, solo per un periodo di tempo più lungo. Nasciamo, viviamo, poi moriamo; non c'eravamo, ci siamo, non ci saremo. Parlare di esseri effimeri, di "creature di un sol giorno", vuol dire mettere al centro di tutto la morte, che rischia di togliere valore e significato a tutto quello che siamo e che facciamo. Tutta la riflessione greca parte dalla morte per spiegare il mistero dell'esistenza.

Che idea avevano i greci della felicità? In cosa consiste e come si può costruire una vita felice?
La felicità per i greci non è un attimo di gioia. Tutto quello che facciamo, tutti i nostri sforzi, puntano nella stessa direzione: vivere una vita felice. Aristotele prospetta tre possibilità: la vita nel piacere, la vita politica, la vita contemplativa. La prima è quella che noi oggi siamo soliti definire la "bella vita". È sempre più radicata la convinzione che felice possa essere solo la vita di chi può "godersela", di chi ha i mezzi economici per gioire dei beni concreti, materiali: case, viaggi, frequentazioni esclusive. Il modello della bella vita non è, però, quello giusto: una vita interamente dedicata al piacere non può risolvere il mistero dell'esistenza umana né offrirci quello di cui siamo in cerca. Una vita che si risolve nel semplice godimento è una vita più simile a quella degli animali. A questo punto Aristotele introduce la seconda opzione, costituita dalla vita politica. Per comprendere cosa fosse e cosa significasse per un greco la vita politica, bisogna rivolgersi all'Iliade, che non è solo il poema della forza, ma la prima meditazione esistenziale sull'essere umano.

A proposito dell'Iliade, nel libro la definisce non solo poema della forza, ma anche e soprattutto poema della morte. Perché?
Le azioni e le scelte dei guerrieri sono mosse da un solo obiettivo, il raggiungimento del kleos, la gloria, che il guerriero conquista sul campo di battaglia con le sue imprese. Il kleos permette all'eroe di combattere e sconfiggere la morte, il suo nemico più insidioso. Se non si morisse, tutte le azioni che gli eroi compiono mettendo a repentaglio le loro vite non avrebbero senso, ma si muore, ed è per questo che bisogna agire. Ogni azione è una reazione contro la morte. Sono celebri alcuni versi del VI libro dell'Iliade in cui Glauco leva un lamento contro il destino che travolge le creature umane nell'incessante succedersi delle stagioni, in contrasto con la natura che conserva intatta la sua bellezza. In un mondo che sempre si rinnova nella sua perfetta ed eterna identità, non c'è spazio per alcuna rivendicazione da parte dei singoli uomini, i mortali, che sono così costretti a riconoscere la vanità della loro esistenza, proprio come le foglie. Ma nel momento in cui Glauco inizia a raccontare la storia della sua famiglia, si insinua in lui l'orgoglio di essere parte di un gruppo che ha sconfitto l'oblio conquistando un nome e una fama che durano. La stirpe di Glauco non è come le foglie; i suoi avi non si sono piegati a questa legge, hanno dato prova del loro valore e, così facendo, hanno saputo conquistarsi un nome che rimane. Ecco perché egli è pronto ad entrare in battaglia: solo così potrà conquistare gloria per sé e per la sua famiglia. La grandezza degli eroi si misura in questa consapevolezza dell'onnipervasività della morte e nel coraggio con cui l'affrontano. Gli uomini combattono e sono pronti a soffrire per conquistare la gloria e gli onori, perché vogliono dare prova del loro valore e dimostrare che la loro vita non è trascorsa invano, per guadagnare l'immortalità. La gloria è immortale e rende immortali. Gli eroi omerici, a cominciare da Achille, che è l'eroe per eccellenza, sono pronti a morire per sconfiggere la morte: è una constatazione tragica in cui si riassume la miseria e la grandezza degli esseri umani.

Nel passaggio dal mondo omerico a quello della polis ateniese all'eroe omerico si sostituisce l' "individuo collettivo". Cosa cambia?
Nel nuovo mondo della polis la sfida diventa quella di affermare il proprio valore insieme, non più distruggendo, come faceva l'eroe omerico che, per affermare il suo valore, doveva negare quello altrui, ma costruendo. Il punto di partenza è sempre quello di dimostrare che gli uomini non sono come le foglie, ma l'obiettivo è perseguito nella consapevolezza che solo uno sforzo condiviso potrà avere successo. Nell'impegno a costruire una città umana e giusta consiste la vita politica e la possibilità di una vita felice. Nelle parole che Tucidide fa pronunciare a Pericle nel discorso per i caduti del primo anno della guerra del Peloponneso, Atene rappresenta lo sviluppo realizzato delle potenzialità umane. Pericle si propone di spiegare chi siamo e qual è il senso della nostra esistenza. La democrazia ateniese costituisce lo spazio comune in cui tutti possono partecipare, cercando di far valere le proprie ragioni, realizzando la propria natura di animali politici. Nella realtà democratica ateniese le ragioni del singolo e quelle della collettività vengono a coincidere, creando un "individuo collettivo". Con le loro imprese gli Ateniesi hanno dato un senso alla loro esistenza, conquistando così l'immortalità e sconfiggendo il regno della morte. Atene è il progetto umano che i caduti del primo anno della guerra del Peloponneso hanno onorato con il sacrificio della loro vita, ricevendone in cambio l'immortalità. Gli eroi omerici erano soli e per questo avevano bisogno di un poeta che ne immortalasse le gesta. Gli Ateniesi, l'"individuo collettivo", non ne hanno bisogno perché stanno insieme, sono una comunità coesa, e insieme vinceranno, lasciandosi dietro "memoria eterna".
Tornando alle tre possibilità prospettate da Aristotele per costruire una vita felice, poco fa ha parlato della vita nel piacere e della vita politica. Quanto alla vita contemplativa, invece, cosa si può dire? In cosa consiste?
La terza possibilità per vivere una vita felice è costituita dalla vita contemplativa. Capendo chi siamo, qual è la nostra vera natura, capiremo anche cosa vogliamo veramente e cosa conviene fare per vivere una vita soddisfacente. Una vita felice consiste nella realizzazione della nostra "funzione propria". Nel momento in cui facessimo quello che veramente ci caratterizza e in cui realizzassimo le nostre potenzialità di esseri umani, diventando ciò che veramente siamo, daremmo senso alla nostra esistenza. Il possesso della ragione e dell'intelligenza, il logos, ci distingue da tutto il resto degli esseri viventi. Siamo animali razionali (logika zoa) ed è quando usiamo la nostra ragione in modo eccellente che diventiamo veramente quello che siamo. Per capire cosa dobbiamo fare, dobbiamo prima di tutto capire chi siamo. La nostra natura non si risolve nel godimento, ma nell'uso della ragione. Siamo fatti per conoscere, pensare, capire: questa è la nostra vera natura. È nell'attività del pensare che realizziamo davvero noi stessi ed è perché noi siamo pensiero che possiamo essere immortali e divini. I filosofi insistono molto sulla dimensione della conoscenza: la filosofia ci insegna a cogliere l'unità che regge tutto, accogliendo la realtà nel suo ordine e nella sua bellezza, cogliendo il senso ultimo delle cose e scoprendoci parte di un insieme più grande. Nel momento in cui riusciamo a fare questo, noi comprendiamo la realtà nei termini esatti in cui la comprende Dio, cogliendone il significato, la necessità e la bellezza. Pur differenti e inferiori, gli uomini in almeno una cosa possono essere come gli dèi: come loro possiedono l'intelligenza, come loro possono conoscere. Se il corpo è ciò che ci trascina in basso verso il mondo delle passioni e dei bisogni animaleschi, il pensiero è ciò che ci rende divini. Sta a noi decidere cosa fare di noi stessi: la scelta è sempre tra una condizione divina e una animale, tra una vita dedicata alla conoscenza e una dedicata ai piaceri del corpo, tra la vita e la morte.

Anche questo modello filosofico sembra avere dei limiti. Il desiderio di conoscere è sempre compatibile con le responsabilità etiche e morali? La ragione davvero può tutto?
Il problema del modello filosofico è proprio fino a che punto si possa ottenere una conoscenza perfetta della realtà. Questo è il problema di Dante, che in un mondo diverso da quello dei greci si chiede se davvero la nostra intelligenza possa arrivare a tanto. La storia di Ulisse, l'eroe che confidava di poter ottenere tutto, fondandosi soltanto sulle sue forze intellettuali, è la storia del fallimento della ragione umana. Ulisse e Dante sono due figure parallele, mosse entrambe dal desiderio di conoscere. Dante riuscirà dove Ulisse ha fallito, perché accompagnato dalla grazia divina e perché ha riconosciuto che noi, senza quel favore divino, siamo destinati al nulla. L'Ulisse dantesco è il prototipo del filosofo platonico-aristotelico che risolve il problema del senso della vita nella conoscenza; è il simbolo del desiderio di conoscere, ma questa sapienza, senza il conforto divino, non è più sapienza, è follia ("folle volo") e condanna.
Oggi l'erede del viaggio d'Ulisse è lo scienziato, viaggiatore che solca i mari dell'ignoto alla ricerca della conoscenza. Lo scienziato moderno è un eroe della conoscenza. Nel mondo dominato dalla rivoluzione scientifica è venuto meno Dio e, insieme a lui, anche il bene e il male. Il desiderio di conoscenza diventa totalizzante, come era stato per Ulisse, e non sempre è compatibile con le responsabilità etiche. Nel mondo senza Dio, il desiderio del filosofo e dello scienziato è ormai libero di inseguire il suo oggetto, ovvero la conoscenza, senza preoccupazioni etiche di sorta. In discussione, oggi, sono questioni come la clonazione o l'editing genetico: in gioco è la possibilità stessa di sostituirsi a Dio. Come dei novelli Ulisse stiamo svelando i misteri dell'universo con una forza che mai avremmo creduto di possedere. Le nostre conoscenze aumentano, appagando il nostro desiderio. Perché dovremmo fermarci? Questa tensione tra scienze ed etica ha avuto il suo culmine nel campo delle ricerche sulla fusione nucleare. A mano a mano che gli scienziati iniziavano a comprendere il processo della fusione nucleare, le conseguenze mostruose che potevano risultarne si facevano sempre più evidenti. La gioia di saziare, però, il desiderio di conoscenza e arrivare a cogliere i segreti più profondi e importanti della natura avevano preso il sopravvento. La filosofia e la scienza, la ragione e la conoscenza davvero possono tutto? Erano i problemi di Platone, Aristotele e Dante; sono ancora i nostri problemi.

Perché il messaggio dei grandi pensatori greci è ancora tanto attuale?
I filosofi greci ci fanno vedere le cose da un altro punto di vista, ci insegnano a porci domande, ci fanno capire meglio quali sono i problemi dell'esistenza umana e ci aiutano a comprenderli e ad affrontarli. Bisogna sfatare il mito della perfezione dei greci, che invece furono pieni di perplessità e inquietudini, proprio come noi. Per questo riescono a parlarci ancora, sebbene lontani nel tempo.

Quale messaggio si augura possa arrivare a tutti coloro che leggeranno questo libro?
Mi piacerebbe che i lettori si rendessero conto di quanto sia ricca e affascinante la nostra esistenza nella misura in cui uno accetta la sfida e affronta i problemi, senza nascondersi nella banalità dei luoghi comuni, come spesso si tende a fare.
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