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Lorenzo Braccesi: Olimpiade e Zenobia, quando il potere è donna

mercoledì, 24 giugno 2020 05:26

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Wilhelm Beyer, "Alessandro e Olimpiade" (sec. XVIII). Wien, Schlosspark Schönbrunn.
Francesca Bianchi
FtNews ha intervistato lo storico e saggista Lorenzo Braccesi, già professore ordinario di Storia greca negli atenei di Torino, Venezia e Padova. La conversazione si è concentrata su due dei suoi saggi più recenti dedicati a donne di potere del mondo antico: Olimpiade regina di Macedonia. La madre di Alessandro Magno (Salerno Editrice, 2019) e Zenobia, l'ultima regina d'Oriente. L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma (Salerno Editrice, 2017). Due libri frutto di una scrupolosa ricerca storica e di una rigorosa analisi delle fonti antiche che, si sa, non sono mai state generose con le donne che hanno scelto di vivere da protagoniste in epoche in cui imperavano il maschilismo e l'odio di genere. Braccesi ricostruisce magistralmente la vita e la personalità di due donne che hanno pagato a caro prezzo il loro essere donne libere, tenaci, ribelli, restituendo loro giustizia e dignità e spazzando via il fango che la storia ha gettato su di loro attraverso le epoche, frutto della denigrazione strumentale per fini politici e dell'odio di genere.
Madre affettuosa e anche un po' ingombrante, Olimpiade dedicò tutta la vita a proteggere la successione del figlio Alessandro e quella del nipote, omonimo del figlio, e per fare ciò si macchiò di crimini efferati, tra cui l'assassinio del marito Filippo di Macedonia, con cui all'inizio condivise una profonda sintonia d'intenti per ciò che riguardava le scelte educative, politiche e dinastiche. Devota al celebre santuario oracolare di Zeus a Dodona, adepta ai riti orfico-dionisiaci, in preda all'invasamento bacchico maneggiava serpenti - e la leggende vuole che Alessandro sia nato dall'unione di Olimpiade con Zeus, che per l'occasione si trasformò proprio in serpente - attratta dall'irrazionale e dall'esoterico, potente pharmakís conoscitrice del potere terapeutico delle piante, Olimpiade è passata alla storia quasi come una strega folle e invasata, una donna che lo storico definisce barbaricamente possessiva, dominata da un insaziabile desiderio di vendetta che la porterà ad uccidere, oltre a Filippo, anche la sua nuova consorte e la loro figlioletta Europa. Il prof. Braccesi ricorda che omicidi così efferati erano frequenti nelle crisi dinastiche e forse, se fossero stati commessi da un uomo, non se ne sarebbe neppure parlato. Stando alla tradizione storiografica, sembra veramente che Olimpiade sia stata una Lady Macbeth ante litteram. Leggendo il pregevole saggio di Braccesi, si comprende bene che Olimpiade fu una personalità di spicco, una donna colta, intelligente, libera che mostrò capacità politica, tempra di antagonista e animosità virile, qualità che la storiografia antica, fortemente maschilista, non le ha mai perdonato.
Un'altra donna mirabilmente colta e di notevole lungimiranza politica fu Zenobia, vedova di Odenato, notabile di Palmira nominato corrector totius Orientis da Gallieno. Zenobia sognava la rinascita di un monarcato ellenistico dal Nilo al Bosforo, più esteso di quello di Cleopatra, modello di sovrana cui la regina secessionista adeguò la propria immagine, vantandosi di essere la sua ultima discendente. Lo studioso parla dell'immagine che di Zenobia ci forniscono le fonti letterarie, in modo particolare l'Historia Augusta, soffermandosi sulla sua adesione al credo eretico di Paolo di Samosata. Ripercorre le tappe che portarono Palmira a diventare, nel III secolo, la città antagonista di Roma, spiegando le ragioni che indussero Aureliano a muovere rapidamente contro Zenobia e concentrandosi sull'insolito trattamento riservato alla città e ai suoi abitanti dopo la cattura della basilissa. Zenobia sfilerà come preda al trionfo di Aureliano, ma avrà salva la vita probabilmente a causa dell'attrazione, fisica ed intellettuale, da lei esercitata sul restitutor orbis, che donò all'illustre prigioniera anche una villa nei pressi di Tivoli.
Il prof. Braccesi ha parlato brevemente degli altri tre saggi dedicati a storie di donne del mondo antico: Giulia, la figlia di Augusto (Laterza, 2014), Agrippina, la sposa di un mito (Laterza, 2015), Livia (Salerno, 2016); ha dedicato una rapida presentazione ai due libri pubblicati quest'anno per la casa editrice Laterza: Arrivano i barbari. Le guerre persiane tra poesia e memoria, un saggio basato su una solida ricerca letteraria, e Sulle rotte di Ulisse. L'invenzione della geografia omerica, che uscirà il 25 giugno.

Prof. Braccesi, lo scorso anno ha pubblicato il libro Olimpiade regina di Macedonia. La madre di Alessandro Magno, un saggio che ricostruisce scrupolosamente la storia di colei che è considerata una delle prime donne di potere del mondo antico, figlia del re Neottolemo d’Epiro, sorella di Alessandro il Molosso, moglie di Filippo II e madre di Alessandro Magno. A quali fonti ha attinto? Stando alle testimonianze storiografiche su cui si è basato, che personalità aveva Olimpiade e, soprattutto, come arrivò a ricoprire un ruolo di primo piano nella storia del regno di Macedonia?
È sempre molto difficile ricostruire la storia delle donne dell'antichità, perché non abbiamo grandi testimonianze, ma dobbiamo basarci sulle testimonianze che riguardano gli uomini che hanno frequentato, siano essi i mariti, i padri, gli zii, i fratelli, i figli. Nel caso di Olimpiade siamo fortunati: il marito era Filippo II di Macedonia, il padre Neottolemo della dinastia degli Eacidi e il fratello Alessandro erano re dell'Epiro, il figlio era Alessandro il Grande. Attraverso le fonti che riguardano questi personaggi siamo in grado di ricostruire la biografia di Olimpiade.
Quella di Olimpiade è una personalità estremamente interessante e sfaccettata. Sin dalla prima giovinezza si sentì attratta verso l'irrazionale, il superstizioso e l'esoterico; aderì a pratiche dai rituali sfrenati e selvaggi, concedendosi a rituali orfico-dionisiaci. L'adesione a pratiche estreme di cultualità si spiega, forse, con il desiderio di evadere da un ambiente familiare in cui si sentiva estranea, quasi prigioniera. Era orfana del padre e, mortale anche la madre, si trovava sotto la tutela di uno zio, Ariba, che, per legittimare la posizione di successore del defunto sovrano, ne aveva sposato la sorella Troade. Da lei aveva avuto un figlio, Eacide, che un domani avrebbe conteso la successione del trono al fratello Alessandro il Molosso, a cui era particolarmente affezionata.
Riuscì ad allontanarsi dall'ambiente domestico sposando Filippo di Macedonia, l'uomo assegnatole dalla sorte e dalle ragioni della politica. Il matrimonio, infatti, fu favorito dallo zio Ariba, che sperava, così, di ingraziarsi il potente vicino nel timore che volesse allargare il territorio del proprio regno verso l'occidente, ai danni dell'Epiro. Per Filippo l'occasione era ottima per imparentarsi con il sovrano molosso, per avere poi voce nel rivendicarne diritti ereditari, trasformando la patria natale di Olimpiade in uno stato satellite della Macedonia. Filippo, inoltre, sognava un dominato affacciato su due mari, l'Adriatico e l'Egeo, e per ottenere questo scopo non poteva non estendere il controllo sull'Epiro.

Lei è convinto che Olimpiade fu la mandante dell'omicidio del marito e che anche Alessandro, da lei "sobillato", fu implicato nell’assassinio del padre. Cosa la persuade di ciò? Qual è la posizione delle fonti sull'argomento?
Sono convinto che Olimpiade sia coinvolta nell'assassinio del marito sulla base di ciò che ho potuto riscontrare nelle fonti antiche. L'assassinio di Filippo avvenne nella reggia di Ege durante la celebrazione del matrimonio tra sua figlia Cleopatra e Alessandro il Molosso. Mentre Filippo si incamminava verso il trono, scortato dal figlio Alessandro e dal cognato-genero Alessandro il Molosso, venne trafitto e ucciso da una spada. Né il figlio né il cognato intervennero. Tutti i sospetti ricaddero su Olimpiade, perché la morte di Filippo assicurava il trono ad Alessandro. Successivamente vennero eliminate anche Cleopatra, nipote del potentissimo feudatario macedone Àttalo, sposata da Filippo dopo aver ripudiato Olimpiade, e la piccola Europa, nata dall'unione tra i due. Alessandro sicuramente appoggiava l'operato della madre, infatti uccise Àttalo. Olimpiade non doveva essere presente al matrimonio, ma era nelle vicinanze, infatti, subito dopo l'uccisione di Filippo, irruppe sulla scena mettendo una corona sul capo di Pausania, esecutore del regicidio.
Olimpiade difenderà fino alla fine, con tutte le sue forze e con grande spirito di vendetta, gli interessi del figlio e, morto questi, del nipote. La storiografia la dipinge come una donna che si è macchiata di efferati delitti, ma bisogna tenere presente che le crisi dinastiche sono sempre accompagnate da bagni di sangue. Se fossero stati provocati da un uomo, questi massacri sarebbero passati sotto silenzio. La forte ostilità nei suoi confronti è frutto della denigrazione strumentale per fini politici e dell'odio di genere.
L'imperatrice di Palmira, Zenobia Settimia, catturata dall'imperatore romano Aureliano (272). Illustrazione di Tancredi Scarpelli (1866-1937) per P. Giudici, "Storia d'Italia", Firenze, Nerbini, 1930. Collezione privata (© Foto Scala Firenze).
Eppure tra Filippo e Olimpiade ci fu una profonda sintonia d'intenti per ciò che riguardava le scelte educative, politiche e dinastiche... Quando si deteriorano i rapporti con il consorte?
Entrambi erano nati in due regioni della periferia settentrionale e semibarbara del mondo ellenico e condividevano l'anelito a una completa sprovincializzazione ed ellenizzazione: l'obiettivo di fondo era quello di ottenere l'accettazione da parte della grecità. Questo li indusse a far educare Alessandro "alla greca", scegliendo per la sua formazione il filosofo Aristotele. L'unità di intenti tra i due coniugi e la disponibilità, da parte di Filippo, a cedere alle pressioni della moglie, è offerta dall'approdo del Molosso alla corte di Pella: Olimpiade meditava di restituire al fratello, tramite Filippo, il diritto successorio al trono d'Epiro.
Sicuramente il rapporto tra Olimpiade e Filippo fu di stima reciproca, ma Olimpiade non fu né la prima né l'ultima delle consorti di Filippo. Il fatto, però, di avergli partorito il primo figlio maschio consacrò per lei il ruolo "esclusivo" di regina. Il Macedone, oltre ad essere un accorto politico, era un guerriero. Nel corso delle prolungate assenze del sovrano, probabilmente era Olimpiade, nell'ombra, a reggere il timone di governo del regno, esercitando un potere reale, al di fuori di ogni prassi ufficiale. Il che spiegherebbe l'attrito che si generò nel paese tra la regina e l'aristocrazia guerriera, che indusse Filippo, in procinto di partire per l'Asia, a divorziare da Olimpiade per sposare la giovane Cleopatra/Euridice, di nobile stirpe macedone. Ripudiata da Filippo, Olimpiade tornò in Epiro. A quel punto iniziò a temere che qualcuno potesse sottrarre il trono a suo figlio Alessandro, per questo diede libero sfogo alla sua vendetta.

Dopo l'assassinio di Filippo, per rendere onore a Pausania, responsabile del regicidio, Olimpiade"resuscitò" il suo antico nome, Myrtale. Perché questa scelta?
Olimpiade, come tutte le principesse epirote, prese il nome di un personaggio della storia troiana. Da bambina, infatti, si chiamava Polissena, come la figlia di Priamo e di Ecuba di cui si era innamorato Achille. Da giovane si diede il nome di Myrtale. In occasione delle nozze con il Macedone mutò il suo nome in Stratonice, più consono a una regnante macedone. Poi passò allo storia come Olimpiade, nome che le impose il marito in occasione della sua vittoria ai giochi di Olimpia. In realtà, tale nome era funzionale, sia per Filippo che, in futuro, per il figlio Alessandro, alla loro integrazione nel mondo di valori della grecità, dal momento che evocava uno tra i più venerati santuari del modo ellenico. Questa era una cosa importantissima per un sovrano sentito come barbaro dal mondo greco. Dopo l'assassinio di Filippo, per rendere onore al regicida Pausania, Olimpiade consacrò ad Apollo, il dio purificatore per eccellenza, la spada che aveva ucciso Filippo. In quell'occasione resuscitò il suo antico nome di Myrtale, un nome che richiama la pianta del mirto, simbolo di rinascita della natura; si tratta di una pianta sacra ad Afrodite, legata ai culti arborei e al mito dionisiaco. Questo nome potrebbe riconnettersi a un processo di iniziazione a pratiche religiose di connotazione misterica, le cui protagoniste erano donne invasate, possedute e in preda a frenesie estatiche. Olimpiade, forse, resuscitò questo nome nell'ora della vendetta, quando con l'animo sfrenato e distruttivo della menade procedette, per sete di vendetta e per assicurare al figlio Alessandro la successione sul trono di Macedonia, a sopprimere Europa e la madre Cleopatra/Euridice, usurpatrice del suo ruolo a corte.

Olimpiade fu una madre affettuosa, sempre pronta a difendere e a mettere in guardia il figlio, di cui era la consigliera più vicina. Forse fu anche una presenza ingombrante per Alessandro, che comunque ne condivideva l'operato e cercò sempre di coprirla. Dopo la partenza di Alessandro per l'Asia, tra madre e figlio ci fu un intenso rapporto epistolare di cui possediamo poco. Qual era il contenuto delle missive?
Abbiamo una corrispondenza fittissima, di cui purtroppo è giunto ben poco. Quello che abbiamo, però, mostra bene il rapporto indissolubile tra i due. Alessandro informava la madre di tutto, la considerava la sua più grande confidente. Le missive interessano i più svariati argomenti, rivelandoci malesseri, apprensioni e inaspettate note di ironia. Era legato a lei da una forma di superiore e segreta comunione dello spirito; da lei ereditò le inclinazioni verso l'irrazionale, il soprannaturale e il divino. Alessandro amò profondamente sua madre e seppe tollerarne le irruenti iniziative, mostrando verso di lei una sovrumana pazienza. Nonostante ciò, quando Olimpiade si occupava di politica, Alessandro era particolarmente risentito: per lui le donne, anche se madri di re, non dovevano immischiarsi nell'amministrazione del regno.
Tre anni fa, sempre per la casa editrice Salerno, ha pubblicato un saggio dedicato a un'altra illustre donna di potere dell'antichità. Mi riferisco al libro Zenobia, l'ultima regina d'Oriente. L'assedio di Palmira e lo scontro con Roma. Chi era Zenobia? Quali sono le fonti più importanti per ricostruire la sua vita e la sua personalità? Come viene descritta?
Zenobia era la moglie di Odenato, un notabile di Palmira, città ricchissima in quanto base delle carovaniere che dal Golfo Persico arrivavano al Mediterraneo, un po' simile a Timbuctù, così come doveva apparire ai viaggiatori europei che avevano attraversato il deserto. Anche per Zenobia dobbiamo ricorrere alle fonti che parlano degli uomini che ha frequentato, ma abbiamo qualche testimonianza in più rispetto a quelle di cui disponiamo per Olimpiade. Indubbiamente la fonte principale è l'Historia Augusta, una storia degli imperatori romani del periodo decadente dell'Impero, che alterna aneddoti a notizie storiche confermate anche da altre fonti, soprattutto di età bizantina. Zenobia aveva una cultura sproporzionata per una donna del tempo; amava la storia alessandrina ed ellenistica e la tradizione vuole che ne abbia scritto un'epitome. Chiamò a Palmira molti intellettuali, tra cui il filosofo Cassio Longino. Aveva, inoltre, una grande capacità di guida dei suoi eserciti, un fisico dal nobile portamento e andava a caccia. La sua foggia nel vestire è per metà orientale e per metà romana, con il suo mantello rosso ornato di gemme, legato da una fibula a forma di conchiglia. Lo sfarzo persiano e l'armamento romano sono accorti instrumenta regni: all'estremo confine orientale dell'impero la basilissa, dominatrice del deserto e signora delle vie carovaniere, si raffigura mediatrice, quasi arbitra, tra Roma e la Persia, due mondi di cui incarna le culture, fregiandosi dello sfarzo orientale della quotidianità regale e della virtus guerriera dell'Occidente latino.

Cosa sappiamo della sua fede religiosa? Cosa ci dicono in merito le fonti?
Abbiamo molti elementi per sostenere che Zenobia abbia abbracciato la fede cristiana del vescovo Paolo di Samosata, un eretico rispetto al sinedrio orientale, scomunicato in quanto giudaizzava la religione cristiana: la sua dottrina considerava Gesù Cristo soltanto un uomo, anche se migliore degli altri in quanto possessore della grazia dello Spirito Santo e della saggezza del Verbo. L'epiteto di giudea che le fonti associano a Zenobia si riferisce forse alla sua fede nell'eresia praticata da Paolo di Samosata. Non giudea, ma "cristiana eretica" seguace della fede propugnata da Paolo di Samosata, che lei considerava funzionario del suo regno. La curiosità intellettuale riconduceva la regina secessionista all'ultimo platonismo, l'istanza religiosa al monoteismo, la necessità politica a un cristianesimo rivisto e corretto, come quello di Paolo

Può ricostruire brevemente la storia dei rapporti tra Palmira e Roma? Quando entrò in gioco la figura di Zenobia? Quali furono le tappe che portarono la "Sposa del Deserto" a diventare, nel III secolo, la città antagonista di Roma?
Nel 266, dopo aver riaffermato nelle regioni orientali l'autorità di Roma, Odenato era stato nominato corrector totius Orientis da Gallieno. Roma non riusciva più a difendere i suoi confini orientali e aveva concesso ampio potere a Odenato, che ad un certo punto, non pago dell'elevazione a corrector, si insignisce del titolo di "re", adottando, in funzione antisasanide, la titolatura di "Re dei Re". La rapida ascesa politica e militare di Odenato è bruscamente interrotta nel 267, quando Gallieno preferì comprare la pace e trovò un'intesa con il nuovo sovrano persiano. Il riavvicinamento tra i due monarchi non poteva prescindere dall'eliminazione di Odenato, che in quello stesso anno venne assassinato insieme al figlio Erode da un sicario del legato imperiale della Siria-Fenicia. Dopo la sua morte Zenobia assunse la reggenza di Palmira. Perseverando nell'operato del defunto consorte, seppe tutelare tutte le proprie acquisizioni territoriali che andranno dall'Halys all'Eufrate e al Nilo e si amplieranno dalla Galazia alla Siria. Un dominato secessionista che le consentiva di monopolizzare le vie del commercio dall'India tramite il controllo delle carovaniere che dal Golfo Persico o dal Golfo di Aden risalivano fino al Mediterraneo, con merci di lusso come la seta o gli aromi o le spezie. Per vendicare l'assassinio del consorte, Zenobia si schierò contro Roma, scegliendo di allinearsi con il resuscitato impero persiano. Sognava la rinascita di un grande regno ellenistico dal Nilo al Bosforo fino ai Dardanelli, più esteso di quello di Cleopatra, suo costante punto di riferimento politico. Questo implicava uno smembramento dell'impero di Roma, che in quel periodo stava attraversando una crisi di tali proporzioni che tutti pensavano sarebbe crollato da un momento all'altro. Non bisogna dimenticare che all'epoca l'Impero era suddiviso in tre blocchi: un settore centrale, rappresentato da Roma, un settore occidentale, rappresentato dall'imperium Galliarum, infine il Regno di Palmira, che costituiva il settore orientale. L'impero di Roma non solo non si dissolse, ma con l'avvento dell'illirico Aureliano gettò le basi per la sua riunificazione. Egli, infatti, in poco tempo riuscì a soffocare la rivolta gallica e a sconfiggere Zenobia.
"Guerriero nudo seduto di tre quarti", 1826-1827. Disegno di Merry-Joseph Blondel. Parigi, Musée du Louvre. ©Thierry Le Mage
Come Olimpiade, anche Zenobia venne accusata di essere la mandante dell'omicidio del marito. In questo caso, però, lei ritiene la notizia una diceria priva di fondamento. Perché? In quale contesto può essere maturata una simile accusa?
Secondo una tradizione minoritaria, il congiunto di Odenato che l'avrebbe assassinato non sarebbe stato istigato dal legato imperiale della Siria-Fenicia, ma da Zenobia, vinta dall'odio e dall'invidia verso Erode, figlio di primo letto di Odenato, da lui associato al potere. La diceria infamante Zenobia rivela una chiara genesi propagandistica in ambiente occidentale. Solo Roma poteva avere interesse a denigrare colei che sarà l'indomabile antagonista di Aureliano e a scagionare il governatore della Siria-Fenicia dall'accusa di essere stato il mandante dell'assassinio di Odenato e del figlio per diretto ordine imperiale. Sappiamo, inoltre, che nell'agosto del 271 Zenobia fece innalzare nell'agorà di Palmira una statua in onore del marito recante un'iscrizione in aramaico. Questo attesta l'esternazione di un debito di devozione alla memoria di Odenato e implica con lui un tramite di continuità nella gestione della cosa pubblica.

Quali furono le ragioni che indussero Aureliano a muovere con una rapidità sorprendente contro Zenobia? Dopo la cattura di Zenobia e la resa di Palmira quale trattamento venne riservato alla città e ai suoi abitanti?
Nel 272 Aureliano si precipitò in tutta fretta in Anatolia dall'Europa danubiana, dove stava conducendo una campagna di guerra, per un motivo molto semplice: con l'annessione dell'Egitto il regno di Palmira sottraeva a Roma la principale fonte di rifornimento granario, affamando l'Urbe. Aureliano avvertì la necessità di provvedere con la massima urgenza per porvi rimedio e non scontentare la plebe di Roma, che, con l'esercito, rappresentava il più importante bacino di consenso per il potere imperiale. Impadronirsi di Palmira non fu facile, perché la città era in grado di opporre una strenua resistenza alle truppe dell'imperatore, che, provenienti dall'estremo nord, non erano abituate al caldo infernale del deserto. Aureliano strinse Palmira in un assedio sempre più serrato che le precluse qualsiasi forma di rifornimento. La città alla fine dovette cedere. L'imperatore ne accettò la resa, senza essere costretto a una strage dei suoi abitanti e a una distruzione dei suoi magnifici monumenti, come fece l'anno successivo, quando condusse una seconda e fulminea campagna orientale per una nuova ribellione di Palmira.
La leggenda vuole che Zenobia riuscì a fuggire attraverso il deserto, ma alla frontiera dell'Eufrate venne bloccata dai soldati di Aureliano. Aureliano rinviò a giudizio gli sconfitti responsabili della resistenza a oltranza, tra cui Zenobia e Longino. Anche se non furono accusati di crimini contro l'umanità, si tratta dell'unico processo ai vinti che la storia conosca anteriormente al processo di Norimberga. Del processo di Emesa tramanda notizia Zosimo. Zenobia, desiderosa di salvare la pelle, si atteggiò a donna pavida, accusando di tutto i suoi generali. Un comportamento, il suo, di umana e giustificabile vigliaccheria. La basilissa tradì e rinnegò anche Longino, che venne condannato a morte dall'imperatore.

La signora di Palmira sfilerà come preda al trionfo di Aureliano, ma avrà salva a vita. Come si spiega questo trattamento, per così dire, di favore riservato da Aureliano all'illustre prigioniera? Quali sentimenti nutriva il restitutor orbis nei confronti della basilissa? Pensa che la colta e affascinante regina abbia esercitato una qualche influenza su di lui?
Fatta prigioniera, Zenobia affrontò con Aureliano un lungo viaggio che, dopo quasi due anni, la condusse a Roma. Aureliano la portò al suo seguito, per più terre, anziché inviarla a Roma via mare, come se non volesse perdere il contatto con la sua prigioniera.
Aureliano era un soldato rude e probabilmente era affascinato da Zenobia, signora colta ed elegante che conosceva le buone maniere. Forse l'attrazione era reciproca. La basilissa subì l'umiliazione del trionfo, ma pare sia sfilata non a piedi, bensì su un carro. Quel che è certo è che Zenobia si salvò dalla morte per l'influenza esercitata sul suo vincitore, cui la legava anche la comune adesione a un credo monoteista: lei convertitasi al cristianesimo eretico di Paolo, vescovo di Antiochia, lui adepto e propugnatore del culto del Sol Invictus. Una duplice attrazione, quindi, sia intellettuale che fisica. La regina, seppure prigioniera e sconfitta, dietro le quinte esercitò il ruolo di consigliera del sovrano in ambito religioso e di sua curatrice d'immagine in ambito culturale e propagandistico, nel nome di una comune predisposizione verso il dispotismo. Forse ci fu proprio Zenobia dietro la mancata attuazione della persecuzione contro i Cristiani da parte di Aureliano.
Il restitutor orbis donò alla regina d'Oriente una villa nei pressi di Tivoli, dove lei terminò i suoi giorni come una matrona romana. Lì accadde una cosa degna di nota: a Roma si riconoscono a Zenobia dei figli che assunsero nomi romani e furono adottati da famiglie di alto rango senatorio. Tutte le fonti sottolineano questo aspetto. Sappiamo con certezza che Zenobia, quando arrivò a Roma, non aveva figli, perché Vaballato era già morto. Di conseguenza, deve essersi unita con qualcuno riconducibile all'ambiente romano. Non è escluso che questi figli siano nati da una relazione con Aureliano, sbocciata negli accampamenti, dove i due potrebbero aver trovato un conforto reciproco.

Negli ultimi anni ha pubblicato altri tre saggi dedicati a storie di donne del mondo antico: Giulia, la figlia di Augusto; Agrippina, la sposa di un mito; Livia. Ci parli brevemente di queste tre donne della famiglia di Augusto... Cosa l'ha indotto ad occuparsi di illustri figure femminili dell'antichità che hanno scelto di vivere da protagoniste, nonostante ai loro tempi imperassero il maschilismo e l'odio di genere?
Giulia fu una donna spiritosa, brillante, estroversa, sicuramente affascinante, conscia del suo ruolo e del suo peso sociale, che aspirava a conquistarsi sempre e comunque un proprio spazio nel quale, civettando, primeggiare: dalla frequentazione dei cenacoli letterari a quella dei circoli politici, dai salotti della ribellione generazionale a quelli, più insidiosi, della sotterranea opposizione al regime e al sistema. Tutto le era permesso, e dovunque si muovesse la seguiva un folto stuolo di corteggiatori che ne stimolava l'orgoglio e ne suscitava la vanità. Contestatrice del padre e del suo ipocrita mondo di valori, non si accorse in tempo del baratro in cui sprofondava, giorno dopo giorno, spostandosi da posizioni di fronda a quelle di aperta congiura. Per due millenni è stata infangata come la peggiore delle prostitute. Quello dedicato a Giulia è il libro a cui tengo di più. Mi sono divertito molto a scriverlo, perché non sapevo dove sarei finito: scrivendo, ho scoperto che forse, a monte della sua relegatio a Ventotene, ci fu una congiura. Ho trovato tutti gli elementi tipici di un giallo.
Agrippina, figlia di Giulia, fu l'opposto della madre. Amò profondamente il marito Germanico, figlio di Druso, e costruì l'immagine del marito. Quando Germanico morì in odore di veleno, Agrippina non si diede più pace e non smise mai di indicare Tiberio come mandante dell'assassinio del marito. Questo causò la sua rovina: Agrippina, esiliata a Ventotene da Seiano, che fece morire uno dei figli e indusse l'altro al suicidio, arriverà alla pazzia, tanto da lasciarsi morire di stenti.
Di Livia abbiamo due immagini: quella dipintaci a forti tinte negative da Tacito e quella che traluce, quasi santificata, dalla tradizione che si ispira alla propaganda augustea. Entrambe le prospettive coesistono, e in forma esasperata. Livia è, infatti, un personaggio bifronte. Da un lato, infatti, è l'ascoltata consigliera di Augusto, insieme al quale ha costruito l'impero; è la prima interprete del mondo di valori di Augusto. Dall'altro, in forma quasi forsennata e patologica, è guidata dall'imperativo inderogabile che il maggiore dei figli di primo letto debba essere il successore del consorte, pure se questi manifesta e sempre manifesterà di essere di tutt'altro avviso. Ma le due posizioni non sono tra loro antitetiche, perché il figlio Tiberio avrebbe potuto sperare di divenire successore del patrigno soltanto se questi fosse stato in grado, morendo, di lasciargli in eredità un dominato così saldo da divenire l'impero di Roma.
Ho voluto ricostruire, in particolare, la storia di queste tre donne illustri della famiglia di Augusto per restituire al pubblico dei lettori la loro vera immagine e, nel caso di Giulia e di Agrippina, per rendere loro giustizia, infangate per secoli da una storiografia maschilista.

Quest'anno, per la casa editrice Laterza, ha pubblicato ben due saggi di argomento totalmente diverso, ma non meno interessante: Arrivano i barbari. Le guerre persiane tra poesia e memoria, uscito a febbraio, e Sulle rotte di Ulisse. L'invenzione della geografia omerica, che uscirà il 25 giugno. Ce ne fornisca pure una breve presentazione...
Sulle rotte di Ulisse è un libro che risale a dieci anni fa; il 25 giugno uscirà la ristampa. In questo libro ho cercato di capire quali siano stati i Greci che per primi hanno diffuso in Occidente la leggenda di Ulisse. Sono giunto alla conclusione che furono gli Eubei di Calcide e di Eretria i più antichi esploratori delle rotte mediterranee: marinai, mercanti, coloni che, procedendo da oriente verso occidente, si spinsero fino alle acque degli empori atlantici, superando, presso Gibilterra, le mitiche colonne di Ercole. La codificazione della geografia dell'Odissea è definitivamente compiuta, e su più scenari mediterranei, già nella seconda metà delI'VIII secolo a.C., poco prima dell'Odissea, cioè nella stagione, con Cuma e con Naxos, delle prime fondazioni coloniali elleniche in Italia e in Sicilia. Nell'isola di Pithecusa, l'attuale Ischia, il ritrovamento della Coppa di Nestore, recante un'iscrizione ispirata a moduli omerici, testimonia il grande interesse degli Eubei per i poemi omerici e per il Ciclo Troiano.
Invece il libro Arrivano i barbari. Le guerre persiane tra poesia e memoria si incentra sulla narrazione e sulla celebrazione delle epiche gesta della confederazione ellenica contro l'armata di terra e di mare approntata dal Gran Re Serse per asservire le comunità greche che gli si opponevano. Mi sono divertito a tradurre luoghi poetici dell'antichità che parlano delle guerre persiane. Sono partito dai Persiani di Eschilo e mi sono imbattuto in testi non noti, come alcuni epigrammi che commemorano i caduti delle guerre persiane. Nella memoria collettiva degli antichi, come nella memoria riflessa dei moderni, le grandi vittorie ottenute dai Greci a Maratona, alle Termopili e a Salamina hanno assunto un enorme valore simbolico: i 300 Spartani che, seppur vinti, riescono a sconfiggere i vincitori; le nemiche storiche, Sparta e Atene, che si alleano in nome di un bene superiore; ma soprattutto i barbari, i nemici della libertà e della civiltà, che si infrangono di fronte alla resistenza di una minoranza unita e determinata a difendere i propri diritti. La narrazione e la celebrazione delle epiche gesta della confederazione greca hanno fornito diversi topoi letterari che ritornano nei secoli, influenzando il nostro immaginario. Il tema risorgimentale della vittoria dei vinti risale alla celebrazione delle Termopili. L'inno garibaldino "Si scopron le tombe" ha un precedente in un epigramma greco; la costruzione simbolica della "idra straniera" riconduce all'armata di Serse; la triplice associazione del fiore della morte e della libertà, che rivive in "Bella ciao", la più celebre canzone della Resistenza, ha una radice antica. Mi auguro che questo libro, che ha preso la strada della memoria poetica, si legga come un saggio basato su una solida ricerca letteraria.
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