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Filomena Giannotti: Caproni, Il mio Enea

mercoledì, 20 gennaio 2021 07:36

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Enea che trasporta Anchise, stampa di Antonio Maria Zanetti (1723) da un disegno del Parmigianino (Roma, Biblioteca Casanatense)
Dal nostro inviato
Francesca Bianchi
Venerdì 22 gennaio ricorre il 31º anniversario della scomparsa del poeta Giorgio Caproni. FtNews celebra la ricorrenza con un'intervista alla prof.ssa Filomena Giannotti, autrice de Il mio Enea (Garzanti, 2020), un pregevole libro in cui ha raccolto tutti gli scritti che il poeta livornese ha dedicato all'eroe virgiliano. Si tratta di circa quaranta brani che la studiosa ha commentato singolarmente e in maniera molto accurata e puntuale. Caproni rimase quasi folgorato da una statua settecentesca raffigurante Enea con l'anziano padre Anchise e il figlio Ascanio accanto, che egli poté ammirare un giorno dell'estate del 1948 in piazza Bandiera, a Genova: Enea, fuggito da Troia in fiamme, scampato persino ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, è approdato a Genova, una delle città più bombardate d'Italia. Da questa statua il poeta fu colpito talmente tanto da arrivare a definirla quanto di più commovente abbia visto sulla terra. In quella rappresentazione di Enea, infatti, Caproni vide sé stesso sopravvissuto all'orrore del Secondo conflitto mondiale, una guerra che ha lasciato tante macerie non soltanto materiali.
Nel corso della nostra conversazione, la prof.ssa Giannotti si è soffermata sulla genesi del suo saggio, definito dal prof. Alessandro Fo una singolare, sperimentale nuova "Eneide" della contemporaneità, e sul valore simbolico di cui è foriero l'Enea di Caproni. Ha affrontato anche l'argomento relativo alla straordinaria ricchezza di rimandi ai classici latini e greci nella produzione caproniana, con una predilezione particolare, oltre che per Virgilio, per sant'Agostino e per il meno noto Minucio Felice, scrittore cristiano vissuto tra il II e il III sec. d.C., che Caproni afferma di sapere quasi a memoria in latino.
Leggendo gli scritti riportati e commentati dalla studiosa, si comprendono bene le peculiarità dell'Enea del poeta livornese, che a differenza dell'eroe virgiliano è un personaggio antieroico e antiretorico: l'Enea di Caproni non sarà mai un conquistatore né un colonizzatore, come voleva l'imperialismo fascista, ma un profugo alla continua ricerca di una patria. Indubbiamente, il fatto che Caproni sia cresciuto sotto la dittatura e abbia preso parte alla Resistenza ha influito in maniera notevole sulla sua riscrittura del mito di Enea che, ritratto nel momento di maggiore solitudine, diventa immagine del poeta e dell'umanità tutta reduce dal Secondo conflitto mondiale, cui spetta l'arduo compito della ricostruzione. Una generazione di superstiti che deve fare i conti con un passato ormai in frantumi, rappresentato da Anchise, e un futuro che si mostra incerto, precario, instabile, simboleggiato da Ascanio. Il figlio di Enea rappresenta la speranza, che appare offuscata dal clima di dissoluzione e disorientamento causato dalla guerra.
L'Enea di Caproni, inoltre, è un Enea antiscolastico. Se prendiamo in considerazione l'espressione Il passaggio d'Enea, titolo del poemetto cui la prof.ssa Giannotti ha dedicato un commento particolarmente dettagliato, appare in tutta la sua evidenza che l'Enea caproniano, scampato alla distruzione di Troia e alle bombe del Secondo conflitto mondiale, resta sempre un esule alla ricerca di una patria, come si diceva poc'anzi: è un Enea che non approda mai definitivamente, ma "passa", appunto, riproponendosi ciclicamente nel corso della storia. Nella sua prefazione il prof. Fo nota che il verbo "passare" coglie l'ineluttabile natura transeunte di tutte le cose umane. Caproni ha sublimato il mito di Enea, rendendolo emblema della condizione umana e decretandone, così, l'immortalità, in virtù della quale potremmo dire che Enea non è solo espressione dell'uomo d'oggi, come scrisse il poeta, ma anche espressione e simbolo dell'uomo di tutte le epoche. Un Enea simbolico, atemporale, astorico, e dunque ancora attuale, come sottolinea il prof. Maurizio Bettini nella postfazione al libro, ricordando che, quando Caproni attese alla composizione de Il passaggio d'Enea, altri poeti europei identificarono in Enea il simbolo della disperazione dei fuggiaschi. L'attualizzazione di Virgilio nel corso delle varie epoche storiche non deve destare stupore; basti pensare alle volte in cui il più grande poeta dell'antica Roma e il suo Enea sono stati richiamati alla memoria nel corso del 2020, anno in cui una pandemia inattesa e imprevedibile ha fatto irruzione nelle nostre vite, mettendo in discussione tutte le nostre certezze. Enea si fa promotore di un messaggio universale, fortemente simbolico, che viene evocato e invocato in tutti i momenti in cui l'uomo è alle prese con le difficoltà della vita ed è chiamato alla ricostruzione di un mondo ormai in frantumi. L'Eneide, come tutti i grandi classici, non smette mai di parlare e porre domande agli uomini di ogni tempo, offrendo l'esempio del passato per aiutare a comprendere il presente e a costruire un futuro in cui non manchino mai la solidarietà, il rispetto della dignità umana e la condivisione dei valori fondamentali su cui si costruisce ogni civiltà.

prof.ssa Filomena Giannotti
Professoressa Giannotti, lo scorso anno, in occasione del trentennale della morte del poeta Giorgio Caproni, ha dato alle stampe Il mio Enea, un pregevole libro in cui ha raccolto tutti gli scritti che Caproni ha dedicato a Enea. Si tratta di circa quaranta brani che lei ha commentato singolarmente e in maniera molto accurata. Nella prefazione il prof. Alessandro Fo ha definito questo saggio una sorta di poema sinfonico, una singolare, sperimentale nuova "Eneide" della contemporaneità. Come è nato questo lavoro?
L’idea di questo lavoro, che avevo in animo di scrivere da ormai più di dieci anni, è nata dalla lettura degli articoli che fra il 1948 e il 1961 Caproni dedicò a Enea, e che nel 1997 Franco Contorbia ha censito e studiato nell’articolo Caproni in Piazza Bandiera (in Per Giorgio Caproni, a cura di G. Devoto e S. Verdino, Genova, San Marco dei Giustiniani, 1997, pp. 215-230). A questo nucleo di sette articoli ho aggiunto il poemetto Il passaggio d’Enea, del 1956, l’espressione più alta di tutta la mia raccolta, e il pezzo intitolato Genova e tratto dalla rivista “Weekend” dell’ottobre 1979, in cui, a distanza di oltre trent’anni, Caproni torna sul mito di Enea nel quadro dei suoi rapporti con la città che lo “ha stregato”. Durante la preparazione del commento degli otto articoli e del complesso poemetto, mi sono poi imbattuta in un vero e proprio pulviscolo di altri testi, trentuno in totale, per così dire minori – corrispondenze giornalistiche, interviste radiofoniche e televisive, recensioni, articoli di costume – in cui Caproni, inaspettatamente, ma anche in modo incessante e quasi ossessivo, torna sul mito di Enea. Ho così deciso di dividere il mio libro in due sezioni, aggiungendo ai testi principali della prima parte una seconda parte dedicata a questi riferimenti occasionali.

Perché il poeta livornese rimase quasi folgorato da una statua settecentesca raffigurante Enea con l'anziano padre Anchise e il figlio Ascanio accanto, che egli poté ammirare un giorno dell'estate del 1948 in piazza Bandiera, a Genova? Caproni fu colpito talmente tanto da arrivare a definirla quanto di più commovente abbia visto sulla terra. Quale messaggio, quale valore simbolico veicola l'Enea di Caproni? Dove risiede l'intensità emotiva dell'incontro tra Caproni e l'eroe virgiliano?
Caproni rimase folgorato dalla statua perché questa, oltre a presentare – cosa inconsueta – quel particolare eroe, era rimasta miracolosamente illesa fra le macerie di piazza Bandiera, colpita da pesanti bombardamenti, come del resto l’intera Genova. In quell’Enea salvatosi dall’incendio di Troia, sopravvissuto a tutte le disavventure del viaggio per mare, giunto in una delle città più bombardate d’Italia e scampato perfino alle bombe della Seconda guerra mondiale, Caproni vide il simbolo di sé stesso, appena uscito dal conflitto e alle prese con un passato ormai crollante, rappresentato da Anchise, vecchio e malato, e con un futuro ancora tutto da costruire, simboleggiato dal piccolo Ascanio, dai passi ancora incerti. L’intensità emotiva di questo incontro risiede nel fatto che Enea è lo specchio del poeta, ma anche di un’intera generazione profondamente provata dalla tragedia della guerra: “Enea sono io, siamo tutti”, si legge in un’intervista pubblicata sul quotidiano “Il Secolo XIX” nel 1972.

Nella sua introduzione afferma che la produzione di Caproni è ricca di rimandi ai classici latini e greci, con una predilezione particolare, oltre che per Virgilio, per sant'Agostino. Non solo: in un'intervista rilasciata a "Il Resto del Carlino" il 27 maggio 1981, Caproni afferma di sapere quasi a memoria in latino Minucio Felice, scrittore cristiano vissuto tra il II e il III sec. d.C. In quale prospettiva dobbiamo intendere e interpretare questi riferimenti nell'opera di un poeta noto per la sua ”a-teologia", nel senso doppio di mancanza di teologia e di teologia dell'ateo, come lui stesso definiva il suo atteggiamento verso Dio e verso la religione?
Questi riferimenti ad autori cristiani si spiegano alla luce sia della sua profonda sensibilità culturale, che non gli avrebbe certo precluso la lettura e la meditazione di opere di tema religioso, sia della sua continua e complessa ricerca di Dio, che si sarebbe fatta più intensa nella seconda stagione della sua vita. Il suo ininterrotto e tormentato colloquio con la trascendenza trovò alimento in particolare in sant’Agostino per via, credo, della diretta e ‘poetica’ autenticità con cui Agostino, nelle Confessiones, analizza la propria vita (comprese quelle che ritiene le proprie colpe). A ciò si aggiunga il costante interesse di Caproni per il problema del male, che a suo avviso nemmeno il grande padre della Chiesa era riuscito a risolvere e che gli impediva di credere nella Provvidenza. A sorprendere qui è piuttosto la conoscenza di un autore considerato ‘minore’ come Minucio Felice e, più in generale, di una rosa piuttosto ampia di autori classici. Caproni aveva infatti compiuto studi piuttosto irregolari e conseguito privatamente il diploma magistrale, eppure ha una apprezzabile conoscenza degli scrittori latini e anche greci.

Tra i riferimenti classici letterari, quali sono i temi che compaiono più frequentemente nella produzione di Caproni? Soffermandoci sulla raccolta Il passaggio d’Enea, in particolare sull'omonimo poemetto, eponimo della raccolta, cui lei ha dedicato un commento particolarmente accurato, come possiamo spiegare le definizioni, coniate dal critico Carlo Annoni, di neo-classicismo spettrale e di poetica della spettralità?
I temi di matrice classica più frequenti in Caproni hanno a che fare con il mistero della morte e dell’aldilà. Alcuni dei recuperi più belli dalla letteratura latina, tratti da Catullo e da sant’Agostino, sono inseriti nei versi dedicati rispettivamente alla morte del fratello Piero e della sorella Marcella, e della madre Anna nella lirica L’ascensore. Più volte ricorrono nei suoi testi il topos dell’abbraccio mancato e dell’impossibile contatto tra i vivi e i morti, e il paragone tra le foglie e le anime dei defunti (il tutto tramite la mediazione dantesca). Dopo l’Erebo e Proserpina delle Stanze della funicolare, è in particolare Il passaggio d’Enea che si configura come una vera e propria discesa agli Inferi, per l’incontro con Euridice, con un lemure (per i Romani lo spirito di un morto) e con Enea, e per l’evocazione di Palinuro. Il tutto sullo sfondo dell’Averno e dei campi dei Cimmeri. Di qui le efficaci formule di “neo-classicismo spettrale” e di “poetica della spettralità”, coniate da Annoni.
La statua di Enea a Piazza Bandiera, Genova (foto di Filomena Giannotti)
Riprendendo le parole di Caproni, ha scelto di intitolare questo saggio Il mio Enea. Qual è la peculiarità dell'Enea di Caproni? Più specificamente, in che misura l'Enea di Caproni dipende dal modello virgiliano e in che misura, invece, se ne allontana?
Nonostante gli innegabili parallelismi, Caproni ha cercato talvolta di dissimulare la propria dipendenza da Virgilio e dai propri ricordi scolastici, riconducendo per esempio la genesi del Passaggio d’Eneaall’incontro con la statua in piazza Bandiera (si veda la conclusione della Nota dell’autore a Il “Terzo libro” e altre cose). Tuttavia il particolare di “Enea che/ […] per la mano/ ha ancora così gracile un futuro/ da non reggersi ritto” (cito dal Passaggio d’Enea, Versi IV 4 e 7-9) non trova per esempio riscontro nella statua, in cui l’eroe non tiene per mano Ascanio, ma sembra discendere dal celebre passo del II libro dell’Eneide: dextrae se parvos Iulus/ implicuit sequiturque patrem non passibus aequis. Quanto alle differenze, l’Enea di Caproni non è il campione di aristie né il capostipite della gens Iulia celebrato dalla propaganda imperiale. Anzi, proprio in polemica con la retorica augustea, è un personaggio antieroico che, sospeso tra passato e futuro, è ancora alla ricerca di una patria. Un profugo, insomma, che non approda nel Lazio, come in Virgilio, ma è solo di “passaggio”. Di qui il titolo del poemetto di Caproni e anche il titolo del mio volume Il mio Enea, che vuole rimarcare al tempo stesso la dipendenza e la distanza dal personaggio tradizionale. Si tratta, naturalmente, della citazione di un’espressione più volte ricorrente nelle prose di Caproni: per esempio in uno dei brani più famosi, Noi, Enea, apparso su «La Fiera letteraria» del 3 luglio 1949.

Caproni è cresciuto sotto la dittatura, nel 1940 ha partecipato agli scontri con i francesi sul fronte occidentale, è stato partigiano. Quanto l'orrore di quegli anni ha influito sulla riscrittura del mito di Enea che, ritratto nel momento di maggiore solitudine, diventa immagine del poeta e dell'umanità tutta sopravvissuta al secondo conflitto mondiale?
La riscrittura del mito di Enea come esule privo di una patria è avvenuta sicuramente in polemica anche con la propaganda fascista, che ne aveva fatto un conquistatore, un colonizzatore, un fondatore di imperi. Ma l’orrore di quegli anni ha a mio avviso determinato il valore simbolico anche di Anchise e di Ascanio. Il primo, come si diceva, rappresenta la tradizione che si sgretola, i cui valori erano stati “sbugiardati” (per usare un termine caro al poeta) da venti anni di fascismo e dalla guerra. Ascanio simboleggia, invece, la speranza, che in quel contesto di distruzione non riusciva a prendere consistenza. E Caproni e l’umanità tutta sopravvissuta alla Seconda guerra mondiale si sentivano soli, schiacciati dalle responsabilità familiari e dal dovere morale della ricostruzione: “con lui/ senti di soprassalto che nel punto/ d’estrema solitudine sei giunto/ più esatto e incerto dei nostri anni bui” (Il passaggio d’Enea, Versi IV 13-16).

Tornando all'espressione Il passaggio d’Enea, l'Enea caproniano non approda mai definitivamente, ma "passa", appunto, riproponendosi ciclicamente nel corso della storia. Nella postfazione al libro, il prof. Maurizio Bettini ricorda che, quando Caproni attese alla composizione de Il passaggio d’Enea, altri poeti europei identificarono in Enea il simbolo della disperazione dei fuggiaschi. L'attualizzazione di Virgilio, del resto, è molto presente anche nel dibattito contemporaneo; basti pensare alle volte in cui il più grande poeta dell'antica Roma e il suo Enea sono stati richiamati alla memoria nel corso dell'anno del Covid. Si potrebbe dire che Enea non è solo espressione dell'uomo d'oggi, come scrisse Caproni, ma anche espressione e simbolo dell'uomo di tutte le epoche, proprio in virtù della sua atemporalità. In un momento storico di grande incertezza come quello che stiamo vivendo da quasi un anno, in cui tutto sembra sospeso e il futuro appare precario, instabile, quasi privo di consistenza, cosa può insegnare a tutti noi il mito di Enea? Quale insegnamento possiamo trarre dal suo esempio?
Le numerose attualizzazioni avvenute in questi ultimi tempi dimostrano che è ancora possibile una sovrapposizione tra la vicenda personale di Enea e le nostre tragedie collettive. Mi limiterò ai due esempi da lei ricordati. Nel 2019, in concomitanza con l’emergenza degli sbarchi, l’incontro degli uomini di Enea, dopo il naufragio sulle rive di Cartagine, con la regina Didone, insegna a distanza di duemila anni il principio dell’accoglienza per chi, fuggendo da guerre e altre calamità, si trovi ad approdare alle nostre spiagge: “Non ignara di mali imparo a soccorrere i miseri”, risponde Didone a Enea che la ringrazia per il soccorso da lei offerto. Analogamente, negli scorsi mesi, per effetto dell’emergenza del Coronavirus e di fronte all’isolamento degli anziani e, in qualche caso, alla proposta di negare loro la rianimazione, la scelta di Enea di non abbandonare il padre vecchio e invalido ha ricordato che la pietas erga parentes è un altro dei valori fondanti della nostra civiltà: “Mi ritirai e, caricatomi il padre, piegai verso i monti” è il verso conclusivo del II libro dell’Eneide. L'insegnamento che si può ricavare da entrambi questi esempi è il rispetto dei principi umanitari alla base di qualsiasi Paese civile. Enea, come dimostra la riscrittura di Caproni, rimane perennemente il simbolo dell’uomo alle prese con le difficoltà della vita ed è per questo che è sempre attuale e immortale.
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