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Un partito che non c’è

sabato, 08 luglio 2017 23:23

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Rosario Pesce
Dal livello nazionale a quelli locali, il PD è un partito che non c’è.
Bisognerebbe andare a “Chi l’ha visto?” per tentare di ricostruirne le tracce, ove possibile.
È evidente che la stagione del renzismo, ormai al tramonto, ha lasciato solo macerie, che sono invero molto più rilevanti di quanto non abbiano capito gli stessi dirigenti di quel partito, ancora legati al corso dell’ex-Premier.
È pleonastico sottolineare come, nella società italiana, la presenza del PD, laddove ancora avvertita, è vista come un inutile e dannoso ingombro, di cui bisognerebbe – per molti – solo liberarsi.
La vicenda del referendum dello scorso 4 dicembre ha danneggiato molto di più di quanto non si possa intuire, visto che, per la prima volta, un Presidente del Consiglio in carica si è fatto sfiduciare dai cittadini italiani con cifre così ridondanti, dimostrando - peraltro - di non essere in sintonia con quanto, pure, emergeva dalla pubblica opinione nazionale.
La rottura recentissima di Franceschini, leader della maggiore corrente interna del PD, non può che aggravare una simile condizione, per cui è ovvio che il prossimo autunno sarà la stagione dei lunghi coltelli, nel corso della quale si tenterà, da più parti, di convincere Renzi a non candidarsi alle elezioni politiche in cambio di una sicura permanenza, ancora per poco, a capo della Segreteria Nazionale.
Ma, se Atene piange, Sparta non ride di certo.
Infatti, a livello locale, la crisi è ancora più forte di quella nazionale, dal momento che, sovente, si ha l’impressione dell’assenza di guide carismatiche e pienamente legittimate, in favore invece di una condizione “balcanica” del partito, per cui le correnti prendono il sopravvento, spesso, a danno della governabilità interna e della stessa capacità di gestione degli Enti Locali.
Non è un caso se, nel corso degli ultimi dodici mesi, il PD abbia perso due tornate elettorali di tipo amministrativo, nonostante la sua tradizione di fortissimo radicamento nei territori.
È, questo, forse il principale dato preoccupante, molto di più delle incertezze a livello nazionale, visto che i Sindaci sono sempre stati il vero punto di forza di un partito che, in altre stagioni, ha fatto del rapporto con le comunità locali il suo autentico karma.
Cosa fare, quindi, per invertire una siffatta condizione?
Bisognerebbe ripartire, in verità, dalla propria identità politica e culturale, ma, per rottamare le classi dirigenti del passato, purtroppo sono stati rottamati, anche, i valori che sono sempre stati cari alla tradizione della Sinistra italiana, di ascendenza cattolica e socialdemocratica.
Si rischia, pertanto, di attraversare un deserto di idee ed uomini nei prossimi mesi, quando sarà necessario allestire la squadra che, nell’inverno del 2018, dovrà correre per la guida di Palazzo Chigi, a seguito dello scioglimento delle Camere e della conclusione dell’attuale legislatura.
Frattanto, la società italiana ha abbandonato i suoi antichi lidi riformisti e sembra sempre più sedotta da chi predica messaggi populistici, tanto a livello nazionale, quanto sui territori.
Il PD, in tale cornice, rischia di fare la medesima fine che, nel 1994, fecero il PSI e la DC, identificati allora dagli elettori come i fondamenti del sistema, che andava rovesciato in modo clamoroso e fragoroso.
Allora, ne trasse vantaggio Berlusconi; oggi, chi può giovarsene?
Certo è che, quando si rottama un sistema, si rischia per davvero di cagionare infiniti danni e questa, invero, sembra esserne la situazione paradigmatica ed, autenticamente, esemplificativa.
Forse, ci salverà un novello Renzi?
O, forse, nel prossimo inverno saremo condannati a leccarci le ferite derivanti da una nuova, cocente sconfitta?
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