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Siamo tutti Koulibaly

sabato, 29 dicembre 2018 21:31

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Rosario Pesce
I fatti di Milano sono esemplari del disagio che vive un’intera società.
Durante lo svolgimento di una partita di cartello della serie A, Inter-Napoli, un calciatore – Koulibaly, appunto – è stato vittima dei fischi e degli ululati della tifoseria interista, reiterati per il colore della sua pelle.
Peggio ancora, sempre nel corso della medesima partita, gruppi consistenti di tifosi interisti hanno continuato ad inneggiare al Vesuvio ed alla sua presunta forza catartica: due spettacoli indecorosi, visto che si pensava (a torto) che il razzismo contro le persone di colore e l’intolleranza fra Italiani fossero cose del secolo scorso, non meritevoli neanche di essere rimarcate.
Invece, si è scoperto in maniera tragica che il nostro Paese deve compiere ancora molti passi in avanti sulla strada della piena e compiuta civiltà.
Non si può negare, infatti, che il calcio sia il fenomeno sociale più importante nel nostro Paese, per cui qualsiasi cosa accade in uno stadio, popolato da ottantamila tifosi, diviene la cartina di tornasole della nazione ed, in particolare, può divenire il modello deviato per molti bambini ed adolescenti, che avvertono che sia giusto, impunito ed equo offendere i meridionali o le persone che hanno un colore diverso della pelle.
È ovvio che l’educazione avviene in due modi: per un verso attraverso la repressione, che in quel caso non è stata realizzata in modo compiuto, e per altro verso attraverso il profilo meramente culturale, cui sono dediti le scuole e gli enti intermedi della società, che devono e possono creare processi di sensibilizzazione, per evitare che il tutto finisca nel dimenticatoio.
Peraltro, l’Italia non ha fatto, certo, una bella figura all’estero, visto che gli organi internazionali, deputati alla gestione degli eventi sportivi, hanno stigmatizzato il comportamento di chi avrebbe dovuto sospendere la partita e non l’ha fatto, sottoponendo così un calciatore – ma prima ancora un uomo – ad una gogna che è durata per novanta minuti, fino a quando cioè lo stesso non è stato espulso da un arbitro, la cui condotta da molti è stata criticata duramente.
Cosa fare?
Punire in modo duro, in sede penale, i colpevoli ed in sede di giustizia sportiva le società calcistiche, che poco fanno per isolare talune frange del loro tifo: d’altronde, se una società di calcio risponde oggettivamente per la condotta fisicamente violenta dei suoi tifosi all’interno dello stadio, perché non dovrebbe farlo - anche - in caso di violenza verbale, che può essere finanche più odiosa di quella fisica?
E, poi, forse continuare nella sensibilizzazione, ben sapendo però che il percorso culturale è molto lento ed accidentato: se a centocinquant’anni dall’Unità ci sta ancora qualche Italiano che augura la morte a chi vive in una regione diversa dalla sua, forse qualcosa è stato sbagliato nel passato o non è stato fatto come si poteva e si doveva.
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