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Guido Cossard, viaggio nel mondo dell'Archeoastronomia

lunedì, 25 marzo 2019 10:47

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Francesca Bianchi
FtNews ha intervistato il prof. Guido Cossard, Presidente dell'Associazione Ricerche e Studi di Archeoastronomia Valdostana.
Relatore in molte conferenze nel campo dell’astronomia ed in particolare dell’archeoastronomia, Cossard è autore di numerosi articoli scientifici con le principali riviste del settore.
Per FtNews lo studioso si è soffermato soprattutto su due libri pubblicati in questi ultimi anni: L'astronomia nasce in Valle d'Aosta a Saint-Martin-De-Corléans (Musumeci Editore, 2017) e Cieli Perduti - Archeoastronomia: le stelle dei popoli antichi (UTET, 2018). Ha menzionato, inoltre, il libro dedicato all'orientamento di Torino, intitolato Torino, Città Celeste - Fondazione di Torino archeologica e sue leggende (Keltia, 2018).
Nel corso della nostra bella intervista, il prof. Cossard ha parlato anche dei suoi studi condotti su due gruppi di coppelle, incise su due massi ubicati nei pressi del Plan des Sorcières, a Lillianes, in Valle d'Aosta, che rappresentano l'ammasso delle Pleiadi, spiegando la grande importanza che tale ammasso rivestiva presso le culture antiche. Ha raccontato delle ricerche condotte sul disco di Libarna e sul disco di Coyolxauhqui, rappresentante la dea Luna azteca. A tal proposito ha affrontato l'argomento relativo alle conoscenze astronomiche degli Aztechi e dei Maya, illustrando le differenze tra l'astronomia occidentale e quella delle civiltà precolombiane. Ha svelato, infine, qualche dettaglio in merito ai lavori e alle attività di ricerca che attualmente lo vedono impegnato: le rappresentazioni di costellazioni attraverso le coppelle presenti nell’arco alpino e l’orientamento di alcune importanti città italiane.

Professor Cossard, lo scorso anno ha dato alle stampe il libro L'astronomia nasce in Valle d'Aosta a Saint-Martin-De-Corléans (Musumeci Editore, 2017). L'astronomia è nata davvero in Valle d'Aosta? Quali evidenze scientifiche ci autorizzano a sostenere con certezza che l'astronomia in Valle d'Aosta era ben conosciuta e praticata fin da tempi antichissimi?
Ben millecinquecento anni prima della piramide di Cheope, 2000 anni prima dell’Impero Accadico, 3500 anni prima dei giardini pensili di Babilonia, 4500 anni prima del tempio maya del Serpente Piumato, sulle sponde di un piccolo fiume che trasportava a valle le acque sgorgate dalle più alte cime alpine, un gruppo d’ispirati sacerdoti astronomi gettò le fondamenta della più grande area religiosa, orientata astronomicamente, mai realizzata in Europa.
L’area sacra di Saint-Martin-De-Corléans comprende numerosi monumenti che gli archeologi, in base alle datazioni ottenute, ritengono essere stati realizzati secondo diverse fasi costruttive. La più antica, che potrebbe risalire al V millennio, e quindi appartenere al neolitico finale, vede l’aratura rituale di una vastissima area di terreno, lungo una direttrice che sarà di riferimento per le strutture che verranno innalzate nei millenni successivi. Già in quel periodo l’aratura rituale venne effettuata con criteri astronomici.
In alcuni momenti del suo ciclo di 18,6 anni, la Luna può descrivere un arco nel cielo estremamente alto, ben superiore rispetto a quanto faccia il Sole nel giorno d’estate; in un altro periodo, la Luna percorre nel cielo un arco apparente molto basso, ben inferiore al più basso arco descritto dal Sole nel giorno d’inverno. Questo fatto nell’antichità era ritenuto importantissimo ed erano attentamente osservati i punti in cui la Luna sorgeva e tramontava in queste specifiche date. Gli astronomi chiamano questi punti con il termine generico di “punti di arresto” della Luna.
Il caso vuole che il profilo del monte che domina l'orizzonte sud ovest di Saint-Martin-De-Corléans abbia una pendenza molto particolare, in modo che il suo profilo segua per un lungo tratto l’orbita apparente della Luna, quando questa si trova vicina a uno di quei momenti particolari; la Luna, dunque, ogni 18,6 anni, sembra voler strisciare sul monte a sud di SMC, per più di 15 gradi, prima di venire occultata da un cocuzzolo che si trova sul profilo montano. Questo è il fenomeno astronomico più importante, che segna la progettazione e la realizzazione dell’area.
Dunque già nel V millennio a.C. in Valle d’Aosta era praticata l’astronomia. Inoltre, il quartiere di Saint-Martin-De-Corléans, ad Aosta, è l’unico luogo al mondo che può vantare, e dimostrare, una continuità di culto per più di 6000 anni.

E l'archeoastronomia, invece, cos'è? Quando nacque?
L’archeoastronomia studia le conoscenze di astronomia delle popolazioni antiche e le relative connessioni con la vita sociale e religiosa del periodo.
L’archeoastronomia moderna nasce sicuramente con gli studi degli anni ’60 su Stonehenge, da parte dell'astronomo Gerald Hawkins, però l’origine si può collocare molto prima. Se si volesse, infatti, stabilire l'anno di nascita dell'archeoastronomia, esso potrebbe essere considerato il 1740, quando l'inglese William Stukeley pubblicò il suo libro "Stonehenge, a temple restored to the British druids”. In esso veniva per la prima volta scritto che l'asse principale del grande cromlech, passante per il centro e per la Heel Stone, puntava verso NE "...all'incirca là dove sorge il sole quando le giornate sono più lunghe...", ossia verso l'alba del solstizio d’estate. Fu nel XIX secolo che l'archeoastronomia acquistò la dignità di scienza con i fondamentali studi di Sir Norman Lockyer, astrofisico inglese che studiò gli orientamenti di templi egizi, babilonesi, greci, bretoni ed inglesi. Tuttavia la sua opera non trovò credito presso gli archeologi.

Quanto è stato importante il ruolo di Giuliano Romano nell'ambito degli studi archeoastronomici e, soprattutto, in merito alla rivalutazione del sito di Saint-Martin-De-Corléans?
Il ruolo è stato fondamentale. Il prof. Giuliano Romano può essere considerato il padre dell’archeoastronomia in Italia.
Nel 1990, proprio con Giuliano Romano e con l’archeologo Franco Mezzena, intrapresi una ricerca archeoastronomica del luogo, attraverso un delicato lavoro di orientamento dei ritrovamenti e di rilievo dell’orizzonte, cui fece seguito il calcolo e la ricostruzione del cielo del periodo.
Piramide della Luna a Teotihuacan (Messico)
Quali sono state le tappe fondamentali che hanno portato all'individuazione del sito di Saint-Martin fino alla nascita dell'attuale area megalitica?
Il sito è stato individuato nel 1969 in seguito a scavi di carattere edilizio. Dopo numerosi anni di studio, è stata avviata la fase di musealizzazione del sito.

Che legame c'era nel passato tra astronomia, religione, agricoltura e architettura sacra? A tal proposito cosa ci testimonia l'area megalitica di Saint-Martin-De-Corléans?
Nell’antichità vi era un’importantissima triade, le cui componenti erano legate in modo talmente stretto che non è possibile dire dove iniziasse una e dove terminasse l’altra. Questa triade era composta da agricoltura, astronomia e religione: gli astri erano gli strumenti per determinare il calendario, per stabilire i momenti nei quali effettuale le principali opere agricole, ed erano nel contempo divinità. Il loro studio era, quindi, connesso alla produzione, e di conseguenza all’economia e al tenore di vita del periodo, ma erano anche gli dei del cielo che dominavano con il loro volere la vita dell’uomo. L’interesse nei confronti del cielo era duplice: da un lato lo si vedeva con l’ottica dei tecnici, dunque lo studio del moto degli astri, dei cicli e delle periodicità.

Ci sono in Europa altri siti che testimoniano l'attenzione degli uomini del Neolitico ai movimenti della Luna e degli astri? Qual era l'aspetto del cielo che si presentava agli osservatori e agli astronomi del Neolitico?
L’Europa ospita numerosi siti orientati astronomicamente. Emergono alcune grandi aree privilegiate: la Gran Bretagna, la regione francese della Bretagna e l’Irlanda; in Italia sono interessanti la Valle d’Aosta e la Sardegna, seguite da Puglia e Sicilia.
Il cielo che si presentava agli occhi del neolitico si può facilmente ricostruire grazie a software astronomici molto potenti.

In un Suo articolo dal titolo La più antica mappa delle Pleiadi sostiene che due gruppi di coppelle, incise su due massi ubicati nei pressi del Plan des Sorcières, a Lillianes, in Valle d'Aosta, rappresentino l'ammasso delle Pleiadi. Quali elementi abbiamo a supporto di questa tesi?
Alcuni anni fa mi sono stati segnalati due gruppi di coppelle incise su altrettanti massi situati nei pressi del Plan des Sorcières, o Pian delle Sciuscere, nel comune di Lillianes, in Valle d’Aosta, che rappresentano l’ammasso aperto delle Pleiadi.
Gli elementi a sostegno di questa tesi sono molteplici, convincenti e, soprattutto, sono avvalorati dal fatto che la rappresentazione non è unica. Anche l’inquadramento archeoastronomico del sito ci fornisce una significativa conferma, visto che un importante allineamento, tra la principale pietra riportante le coppelle ed una seconda pietra vicina coppellata, riguarda il sorgere delle Pleiadi. La prima direzione considerata è quella individuata dalla linea immaginaria che va dalla pietra principale alla pietra con le tre coppelle. Questa individua il punto dell’orizzonte in corrispondenza del quale sorgevano le Pleiadi intorno al 4200 a.C. Questo fatto è straordinario e conferma l’interpretazione astronomica delle incisioni.

E' possibile datare queste coppelle?
La roccia più grande ha dimensioni di circa metri 2 per metri 1,80. La sua superficie riporta numerose e notevoli coppelle, incise profondamente e con grande cura, i cui diametri vanno da pochi centimetri a oltre un decimetro. Il numero delle coppelle certe è di 7 principali e altre 8 più piccole. Non conosciamo assolutamente il periodo in cui sono state realizzate le coppelle.

Che importanza avevano le Pleiadi nel passato? Le fonti antiche cosa ci dicono in merito?
Molti autori hanno descritto le Pleiadi. Riporto alcuni testi, perché sono molto importanti nel nostro discorso.

Quando sorgono le Pleiadi, figlie di Atlante, incomincia la mietitura; l’aratura, invece, al loro tramonto. Queste sono nascoste per quaranta giorni e per altrettante notti; poi, inoltrandosi l’anno, esse appaiono appena che si affili la falce.
Esiodo, Le opere e i giorni (III, 383-386), VII sec. a.C.

Quando il Toro a capo basso è spinto nel suo sorgere a rovescio
al sesto suo grado guida le sorelle Pleiadi
in gara di splendore. Sotto il loro influsso vengono
alla luce vitale i seguaci di Bacco e di Venere,
spiriti folleggianti tra banchetti e festini
Manilio, Astronomica (V, 140-144), I sec. a.C.

Altri testi parlano della scomparsa della settima Pleiade.
Mentre io parlo, precipita nelle verdi acque
Lo Scorpione temibile per la punta della sua coda eretta.
Quando sarà trascorsa la notte, e il cielo comincerà appena a coprirsi
di rosso, e s’udrà il lamento degli uccelli aspersi di rugiada,
e il viandante che ha vegliato la notte deporrà la torcia
semibruciata, e il contadino tornerà al consueto lavoro,
le Pleiadi, che si dicono sette ma in realtà sono sei,
cominceranno ad alleggerire il peso sulle spalle paterne.
O perché sei di esse vennero all’amplesso con gli dei
(si dice infatti che Sterope abbia giaciuto con Marte,
Alcione e te, bella Celeno, con Nettuno,
Maia ed Elettra e Taigete con Giove), e invece la settima,
Merope, si sia congiunta con te, o Sisifo, un mortale,
e ne provò pentimento, e sola per pudore di ciò si nasconde;
oppure perché Elettra non sopportò la vista
della rovina di Troia e si coprì gli occhi con le mani
Ovidio, I Fasti (IV, 163-178), I sec. a.C.


Il numero di tradizioni che parlano di sette stelle è incredibilmente vasto e ne citerò solo alcune, tratte delle tradizioni dei popoli indiani del nord America. I Wyandot, un popolo indiano stanziato nel sud dell’Ontario, vedevano nell’asterisma sette sorelle e ritenevano che una di esse si nascondesse, con il suo sposo mortale, dietro un cesto di fiori. Anche gli Assiniboin del Saskatchewan le chiamavano Sette Sorelle, mentre per i Cumash della California erano i Sette Saggi. I Nez Percè delle pianure sostenevano, invece, che si trattasse di sette fratelli, uno dei quali sarebbe però precipitato sulla terra. Le squaws dei Piedi Neri le chiamavano le Sette Perfette e le avevano elette a testimoni dei loro giuramenti d’amore.
Disco di Libarna, faccia con le lunette
Perché l'astronomia occupava uno spazio così importante presso le più antiche ed importanti civiltà sparse per il mondo?
Per motivi rituali e religiosi e perché era uno strumento indispensabile per determinare il calendario.

In Cieli perduti. Archeoastronomia: le stelle degli antichi (UTET, 2018) guida il lettore alla scoperta delle conoscenze astronomiche delle più importanti civiltà del passato. A cosa fa riferimento con l'espressione "cieli perduti"? Cosa significava per gli uomini della preistoria rivolgere gli occhi al cielo? Che rapporto avevano gli antichi con la volta celeste?
Il titolo riassume il messaggio che voglio mandare con il libro: spesso noi crediamo che i cieli perduti siano quelli dell’antichità; invece questi cieli si ricostruiscono benissimo, talvolta parzialmente, talvolta con dubbi di interpretazione e datazione, ma gli elementi essenziali si ricostruiscono benissimo. Invece il rischio è che, nell’ignoranza e nell’indifferenza dilaganti, nell’invadenza delle luci artificiali, nei ritmi moderni che ci impediscono di pensare, il vero cielo perduto diventi il nostro.

Lo scorso anno per l'Associazione Lombarda di Archeologia ha tenuto una conferenza dal titolo L'astronomia degli Aztechi e dei Maya; due anni fa ha pubblicato uno studio dedicato al disco di Coyolxauhqui. Cosa rappresentava, secondo Lei, il disco in questione e quali erano le conoscenze astronomiche degli Aztechi e dei Maya?
Il disco rappresenta la dea Luna azteca. La sua storia è molto triste: la dea viene uccisa e smembrata dal fratello Uitzilopochtli e gettata nel cielo. Il disco, infatti, rappresenta la dea smembrata. Il mio studio vuole dimostrare che non si tratta solo di un’opera artistica, ma che rappresenta una vera e propria mappa lunare.

Ci sono differenze tra l'astronomia occidentale e quella di Maya e Aztechi? Viceversa, possiamo ravvisare dei punti di contatto?
I punti di contatto sono numerosi nei metodi, nelle misure e nelle interpretazioni, però ci sono due grandi differenze: alla latitudine in cui si sono sviluppate queste due grandi civiltà, il Sole raggiunge il punto più alto del cielo, lo zenith, cosa che non avviene in Europa. Di conseguenza nell’America Centrale si era sviluppata una attenta astronomia zenitale che non aveva senso di svilupparsi alle nostre latitudini. La seconda differenza fondamentale consiste nella visione dello scorrere del tempo. Per noi questo trascorrere è piuttosto lineare, mentre i popoli centroamericani sono ossessionati dai cicli.

Il "disco di Libarna", un oggetto risalente al I secolo a.C., catalogato sempre come "peso" o strumento di misurazione ponderale, secondo i Suoi ultimi studi, condotti in collaborazione con l'Osservatorio astronomico del Righi di Genova e il Museo di Archeologia di Genova Pegli, è un orologio astronomico. Come è giunto a questa conclusione?
Il disco di Libarna, conservato al Museo di Archeologia di Genova Pegli, presenta due facce, entrambe lavorate e differenti tra loro: la prima, che è sicuramente la più raffinata del disco, per qualità delle decorazioni e composizione del campo, presenta lungo il bordo tredici lunette, dodici delle quali contornate, o talvolta attraversate, da 17 raggi, tracciati grossolanamente a partire dal centro geometrico. Una tredicesima lunetta, inserita invece in un trapezoide, è attraversata da un raggio, differenziandosi per questo motivo dalle altre dodici.
La seconda faccia è divisa in quattro settori circolari attraverso due linee incise che s’intersecano in un punto decentrato rispetto al centro geometrico del disco. Tre di questi settori circolari riproducono un analogo schema che consiste in due archi affiancati, sormontati al centro da un terzo arco. Invece, il quarto settore circolare è leggermente diverso, il disegno è più complesso e, oltre ai tre archi, ne comprende anche un quarto e, forse, un quinto. Anche tutti gli archi della seconda faccia potrebbero rappresentare delle lunette schematizzate. In definitiva, la seconda faccia del disco presenta tre settori simili e il quarto con un numero superiore di archi o semiarchi e questo particolare è molto importante per l’interpretazione astronomica del disco.
Nell’antichità un problema molto sentito era quello di mettere in ciclo il periodo lunare con quello solare, problema che si risolveva introducendo, in modo opportuno, una tredicesima lunazione. Infatti dodici lunazioni corrispondono a circa 354 giorni (12 periodi sinodici = 12 x 29,530588 = 354,367056 giorni). Di conseguenza vi è circa una decina di giorni di differenza rispetto all’anno solare di 365,2422 giorni. Dopo due anni la differenza sarà di circa una ventina di giorni e dopo tre anni di una trentina, cioè vagamente una lunazione. Inserendo quindi opportunamente delle lunazioni intercalari, si ottiene di raccordare il ciclo solare con quello della Luna. Però, introducendo una tredicesima lunazione ogni tre anni, si ottengono delle approssimazioni troppo grosse.
Partendo dalla faccia nobile del disco, si contavano tredici lunazioni, tante quante le lunette rappresentate sulla faccia; poi si girava il disco e, per stabilire quando era il momento di inserire la tredicesima lunazione, era sufficiente sospendere il disco e ruotare di un settore circolare il disco all’inizio di ogni anno: quando il disco era sospeso attraverso un settore con tre lunette, si introduceva un anno di dodici lunazioni, ma nel momento in cui il disco si trovava ad essere sospeso attraverso il settore circolare di più lunette (una volta ogni quattro anni), si inseriva un anno di tredici lunazioni. Naturalmente, se invece di sospendere il disco si utilizzava un qualsiasi altro sistema per evidenziare uno dei quattro settori circolari, il risultato era lo stesso.
In questo modo si otteneva un totale di tredici lunazioni (primo anno, faccia decorata), più dodici lunazioni (secondo anno), più tredici lunazioni (terzo anno), più dodici lunazioni (quarto anno), più dodici lunazioni (quinto anno). In tutto risultavano 62 lunazioni su cinque anni solari, con due anni intercalari e tre regolari.
Il fatto che a Libarna, oltre al disco, sia stata rinvenuta una piccola groma, lo strumento che veniva usato dai Romani, e prima ancora dagli Etruschi, per orientare le città, conferma la nostra ipotesi.

Attualmente sta lavorando a qualche progetto?
A livello teorico sto approfondendo l’astronomia del Centro America, mentre come ricerca sul terreno mi dedico alle rappresentazioni di costellazioni attraverso le coppelle, molto numerose nell’arco alpino. Inoltre sto lavorando sull’orientamento di alcune importanti città italiane. Tra le città orientate, un posto particolare merita Torino: l'antica Augusta Taurinorum rappresenta una vera e propria proiezione del cielo. Questo mio lavoro è descritto in "Torino, Città Celeste", edito da Keltia (2018).
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