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Recanati (MC): L'Infinito di Leopardi compie 200 anni

sabato, 13 aprile 2019 16:51

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Francesca Bianchi
Quest'anno ricorre il bicentenario della stesura de L'Infinito di Giacomo Leopardi. Per celebrare questa importante ricorrenza, Recanati ospiterà molte iniziative.
Il 21 dicembre scorso ha avuto inizio la prima parte delle celebrazioni con l'inaugurazione, a Villa Colloredo Mels, della mostra Infinità/Immensità. Il manoscritto, che espone eccezionalmente, fino al 19 maggio, il manoscritto originale de L'Infinito.
FtNews ha intervistato la prof.ssa Anna Clara Bova, studiosa di Leopardi, a cui nel 2009 ha dedicato la monografia Al di qua dell’infinito (Carocci). La prof.ssa Bova, già docente di Letteratura italiana all'Università di Bari, ha spiegato perché il 1819 fu un anno cruciale nella vita del Recanatese, ripercorrendo per noi la genesi di quella che è considerata una delle poesie più celebri di tutti i tempi. La prof.ssa Bova contestualizza questo componimento all'interno della poetica leopardiana "del vago e dell'indefinito", soffermandosi sul significato profondo che l'infinito ha per Leopardi, un infinito inteso sia in senso spaziale che temporale.
Al termine della nostra conversazione, la studiosa ha affrontato la questione relativa all'attualità del messaggio di un poeta come Giacomo Leopardi, il cui anelito alla felicità e alla contemplazione della bellezza - una bellezza che non può esistere senza la profondità del pensiero - può insegnare tanto alle donne e agli uomini del nostro tempo.

Prof.ssa Bova, cosa rappresentò il 1819 per il poeta recanatese? Dove deve essere rintracciata l’origine intima di questa poesia?
Il 1819, anno di composizione de L’Infinito, è l’anno della malattia degli occhi di Leopardi, della sua percezione di un progressivo indebolimento del corpo, e della difficoltà di concentrazione che gli impediscono di dedicarsi agli studi, così che può appena prendere qualche veloce appunto dei progetti di lavoro che gli si accumulano in testa. Nelle lettere a Giordani di quell’anno Leopardi fa risalire al mese di marzo l’inizio della malattia e si descrive seduto con le braccia in croce o ridotto a camminare per le stanze, dibattendosi come un orso in gabbia, e parla dello stato “ardentissimo e disperato” del suo animo. Ma il 1819 è anche l’anno del fallito tentativo di fuga da Recanati, che risale al mese di luglio e che segna l’aggravarsi dello stato generale di Leopardi. Nelle lettere a Giordani, successive a quella esperienza, e negli appunti dello "Zibaldone", presumibilmente risalenti allo stesso periodo, egli si dice “stecchito e inaridito”, e parla del senso del “solido nulla” da cui si sente soffocare e della percezione della vanità di tutte le cose, spente tutte le illusioni e le speranze sul proprio destino. Ma nell’Infinito non sembra esserci traccia di tutto ciò. Questo componimento sembra piuttosto trovare le sue motivazioni sia nella critica della poesia romantica, formulata nel 1818 nel "Discorso di un italiano", sia nell’idea, espressa in una lettera a Giordani del febbraio 1819, della necessità di creare in Italia un “genere capitalissimo” qual era quello lirico, del quale potevano citarsi come uniche espressioni tre canzoni di Petrarca. Una necessità, questa, ribadita in una lettera a Giordani del marzo 1820, nella quale Leopardi mostrava insieme lo slancio progettuale verso i molti generi che bisognava creare in Italia, dalla tragedia, all’eloquenza, alla lirica, ecc., e la disperazio
ne per la condizione di impotenza cui lo costringevano la fortuna e le scarse forze fisiche.
Quali sono le peculiarità contenutistiche e formali che hanno reso questo componimento uno dei testi più conosciuti e celebrati di tutti i tempi? Come si inserisce questa poesia all’interno della poetica leopardiana “del vago e dell’indefinito”?
L’Infinito, nella sua apparente semplicità, appare capace di parlare, alla stessa maniera dei classici, sia al popolo sia agli “intelligenti”, come Leopardi riteneva dovesse fare la poesia, e anzi a proposito della poesia moderna, nel "Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica", egli sosteneva che essa dovesse parlare agli “intelligenti” come se parlasse al popolo. Ma per restare al Discorso come immediato precedente de L’Infinito, negli appunti dello "Zibaldone" poi rifusi in quello scritto, facendo riferimento alla imitazione della nuda natura propria dei poeti antichi e alla loro capacità, in virtù di quella imitazione, di sottrarre alla disattenzione oggetti comuni della natura, in modo tale che questi arrivavano a suscitare “riflessioni che nella realtà per esser comuni non somministravano”, Leopardi già scriveva che gli oggetti comuni della natura, fatti oggetto di considerazione nella poesia degli antichi, “ci rapiscono e ci sublimano e ci immergono in un mare di dolcezza”. E ancora nel Discorso Leopardi rivendicava, contro le tesi romantiche rivolte a promuovere una poesia di idee, il legame imprescindibile della poesia con l’universo materiale dei sensi. Nei soli 15 versi in endecasillabi sciolti che compongono L’Infinito, sono appunto la visione e l’attenta osservazione della siepe (“sedendo e mirando”) e la percezione uditiva del suono del vento tra le sue piante, a provocare il processo mentale che porta a concepire l’infinito dello spazio e del tempo. Il paesaggio di questa poesia è privo di cromatismi e disegnato con pochi tratti: il colle, appartato e solitario, e la siepe. Ma in questo paesaggio spoglio e limitato dalla siepe si apre la vertiginosa esperienza mentale e affettiva, l’ascesi fantastica e immaginativa che scaturisce da quelle percezioni materiali e da quell’unico oggetto naturale, e che coincide con la rappresentazione dell’infinito. Questo infinito non ha un carattere ideale, ma è avvertito dapprima, quasi con smarrimento e paura, come un’assenza di limiti, come uno spazio vuoto, privo di movimento e fatto di silenzio, che la mente si figura al di là del limite costituito dalla siepe.
Manoscritto autografo 1819 Visso (MC) - Museo Comunale
L’insorgere di una nuova percezione, prodotta dal rumore del vento tra le piante, genera però un nuovo e diverso processo mentale e fantastico, in quanto il confronto tra il silenzio concepito nel pensiero e il suono reale fa affiorare alla mente l’infinità del passato, l’eterno, e per altro verso il rumore della vita presente: e in questo vagare della mente tra eterno e tempo, tra ciò che è passato per sempre e ciò che è presente e vivo, in questa meditazione senza fondo, il pensiero, che dalla percezione del limite era stato spinto a concepire con “spaurimento” l’immagine del nulla, affonda come in un mare, dolcemente. Per Leopardi la poesia appartiene all’ordine del piacere e il piacere consiste per lui, come scriverà più volte nello "Zibaldone", nel sentire. La poesia, attraverso l’arte dello scrivere, deve essere dunque capace di suscitare impressioni sensibili. D’altra parte, il desiderio e il piacere di un infinito che non esiste realmente, ma è solo un parto dell’immaginazione, consiste in realtà nel piacere e nel desiderio di sentire indefinitamente e di provare una molteplicità di sensazioni. Queste considerazioni, che troveranno spazio nei pensieri dello "Zibaldone", hanno già una forma attuale ne L’Infinito, dove il paesaggio e le situazioni affettive e mentali sono fatte esperire sensibilmente. Questo effetto è ottenuto, per esempio, non solo attraverso l’uso di espressioni che contengono il senso dell’indefinito, del vago, dell’inafferrabile (“ermo, ultimo orizzonte, interminati spazi, spaura” ecc.), ma anche attraverso l’orchestrazione ritmica e metrico-sintattica che, attraverso l’uso di frequenti enjambements, pause logiche, particelle congiuntive (e, ma, ove, così) che legano tra loro proposizioni e periodi, genera l’impressione di un continuum (Blasucci) o l’impressione di onde successive (Fubini), che si placano e dilagano nell’ultimo verso che, come il primo, contiene una nota affettiva positiva (“caro, dolce”), ed è come il primo l'unico sintatticamente isolabile (Blasucci), separati i due dalla sola altra nota affettiva, “si spaura”, posta esattamente al centro del componimento.

Leopardi riesce a fantasticare non solo sul concetto limite di infinito spaziale, ma anche temporale; verso la fine del testo compare infatti il concetto di eternità. In questa maniera è come se il poeta sperimentasse una sorta di annullamento della coscienza nell’Infinità e nell’Immensità, per citare i termini che compaiono nel titolo della mostra. Cosa rappresenta l’infinito per il recanatese e come si armonizzano nel testo esperienza e riflessione?
L’idea dell’eterno non ha in Leopardi un carattere spiritualistico e infatti ne L'Infinito coincide con l’immagine di un silenzio assoluto fatta risaltare dallo stormire del vento, che a sua volta richiama il confuso rumore della vita; ed è in questo vagare della mente tra ciò che è passato per sempre (le “morte stagioni”) e ciò che è vivo e presente, che si realizza non tanto l’annullamento della coscienza, ma il piacere del pensiero che affonda nell’indeterminatezza di una riflessione senza confini. La rappresentazione della elementare esperienza sul colle a contatto con la siepe arriva a restituire la percezione stessa dell’infinito spaziale e temporale, nelle misura in cui l’infinito che la mente attinge è sempre qui un infinito materiale, corrispondente cioè a sensazioni fisicamente esperite. Così, mentre l’infinito del tempo, l’eterno, corrisponde a una sensazione di silenzio, l’infinito dello spazio corrisponde alla sensazione del nulla. Molto più tardi Leopardi scriverà nello "Zibaldone" che solo il niente potendo essere senza confini, l’infinito non può che coincidere col nulla: una considerazione questa che evidentemente sviluppa quanto Leopardi aveva già espresso nella lirica del 1819, parlando dello smarrimento e della paura prodotti dalla immaginazione di uno spazio senza limiti (“interminati spazi, sovrumani silenzi …"). L’infinito concepito sensibilmente corrisponde cioè all’indefinito, a ciò che presenta contorni vaghi e suscita una vastità e molteplicità di sensazioni, e che per questo provoca piacere. Nella misura in cui evoca sensazioni indefinite, la poesia rientra nell’orizzonte del piacere, e l’idillio leopardiano, che, destando impressioni indefinite, rende percepibile l’infinito stesso e suscita piacere, è in un certo senso una rappresentazione della poesia stessa.
prof.ssa Anna Clara Bova
Sembra che soltanto attraverso la mediazione del ragionamento Leopardi riesca a stabilire un legame tra realtà interiore e realtà oggettiva. In tal senso, si può affermare che con L’Infinito Leopardi ha abbandonato definitivamente la poesia di immaginazione degli antichi a favore della poesia sentimentale, in cui emerge forte la difficoltà del rapporto tra l’io e il mondo?
In una lunga nota sulla teoria del piacere del luglio del 1820 Leopardi scrive, tra l’altro, che la malinconia e il sentimentale moderno “sono così dolci perché immergono l’anima in un abisso di pensieri indeterminati, de’ quali non sa vedere il fondo né i contorni”. A me pare che questa affermazione possa essere riferita a quel piacere del naufragio del pensiero nell’immensità che troviamo nell’idillio, nel quale più che una difficoltà del rapporto tra io e mondo è possibile leggere una prima configurazione dell’idea per cui la tendenza innata ad un piacere illimitato che trova una qualche soddisfazione solo nell’immaginazione, nella facoltà di concepire liberamente, e nell’esercizio indefinito dei sensi, fa sì che “l’anima odi tutto quello che confina le sue sensazioni”, come nel caso del limite costituito dalla siepe, e sia in contraddizione con “ la cognizione del vero, cioè dei limiti e definizioni delle cose”.

Nei versi de L’Infinito è possibile distinguere il campo filosofico da quello letterario? Quanto è presente nel componimento la filosofia del sensismo?
Anche in questo idillio, come in tutta la poesia di Leopardi, non è possibile scindere poesia e pensiero. In esso, però, più che col sensismo si può reperire un legame con gli ideologi e con le loro ricerche indirizzate alla “analisi delle idee”. Non a caso Leopardi scriverà che la metafisica senza l’ideologia è paragonabile a ciò che era l’astronomia prima che vi fosse applicata la matematica. In particolare si può trovare una qualche relazione col medico filosofo Cabanis, autore dei "Rapporti del fisico e del morale dell’uomo" (1796-1802, tradotto in Italia nel 1820). Come per Leopardi, anche per Cabanis vivere è percepire sensazioni, che a loro volta non corrispondono solo all’azione degli organi di senso esterni, ma sono anche generate dall’organizzazione interna del sistema della sensibilità. E tuttavia, il riferimento di Leopardi alla presenza nell’uomo di un impulso al piacere non coincidente con le sensazioni particolari di piacere corrisponde, tra l’altro, alla formulazione di una “teoria dell’uomo” del tutto originale, in merito alla quale ho provato ad argomentare nel volume Al di qua dell’infinito (Carocci 2009).

Cosa può insegnare Leopardi all’uomo di oggi? Quanto è attuale il suo anelito alla felicità e alla contemplazione della bellezza? Quali impressioni si augura possano arrivare a tutti coloro che visiteranno la mostra e avranno l’opportunità di osservare la grafia e i manoscritti di un poeta come Leopardi, il cui messaggio è ancora prepotentemente attuale?
La poesia e il pensiero di Leopardi mettono a contatto con la complessità e insegnano a non sfuggirla. Il suo sguardo lungo sulle contraddizioni aperte nell’uomo dalla civilizzazione e dalla distruzione delle illusioni, e sull’abisso del nulla che si spalanca, e d’altra parte la forza con cui la sua poesia, frutto di studi lunghi e faticosi, invitando a sentire l’esistenza, pur al di fuori di ogni vana credenza, resiste all’inaridimento del mondo moderno, sfidano la coscienza contemporanea e affermano che la bellezza non è mai senza la profondità del pensiero. La meritoria esposizione dei manoscritti di Leopardi penso possa far sentire il fascino e l’emozione di trovarsi di fronte a documenti che testimoniano il farsi solitario della conoscenza e il suo lento divenire.
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