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Ugo Mancini: Sotto la cenere, storie di vita quotidiana durante il ventennio

giovedì, 10 ottobre 2019 20:51

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Francesca Bianchi
FtNews ha intervistato il prof. Ugo Mancini, docente di storia e filosofia al Liceo Classico "Ugo Foscolo" di Albano Laziale e autore di articoli, monografie, saggi e manuali scolastici di argomento storico.
Nel corso della nostra conversazione, lo studioso - uno dei maggiori esperti del periodo compreso tra le due guerre mondiali - ha parlato del suo ultimo libro, intitolatoSotto la cenere. Nel ventennio, quando vivere era in qualche modo resistere e pubblicato da Infinito Edizioni la scorsa primavera. Si tratta di una raccolta di dodici storie che raccontano vicende realmente accadute, ricostruite da Mancini con il supporto della fantasia, per meglio immedesimarsi nell'animo di persone innocenti che da un momento all'altro sono state punite perché considerate pericolose e diverse. In questo testo storia, memoria e immaginazione hanno cercato di combinarsi, nel tentativo di promuovere nuove prospettive attraverso le quali riflettere sul confronto tra mito e realtà. Il prof. Mancini ha voluto dare spazio alle vicende dei cosiddetti "ultimi" della società, persone di cui normalmente i libri di storia non parlano. Nel libro ci si imbatte in nomi familiari a noi Castellani grazie ai racconti dei nostri nonni e dei nostri genitori. Non si tratta semplicemente di personaggi a cui sono dedicate piazze, vie, slarghi delle nostre belle cittadine, ma persone che hanno pagato a carissimo prezzo la degenerazione di una politica basata sulla mitizzazione e sul culto del personaggio persuasivo di turno, visto come leader da venerare in virtù della speranza di salvezza che prometteva.
Durante la nostra bella conversazione, il prof. Mancini si è soffermato più volte sull'importanza, oggi più che mai, di diffidare del mito per ragionare sulle proposte che di volta in volta vengono avanzate dalle forze politiche. Solo la conoscenza della storia, anche e soprattutto la storia degli ultimi, può impedirci di diventare vittime di errori già commessi e ci esorta a diventare testimoni e non semplici spettatori della barbarie e delle atrocità che imperano in ogni epoca di forte disperazione e miseria morale.

Prof. Mancini, come è nata l'idea di scrivere un testo di narrativa basato su vicende realmente accadute a donne e uomini durante il ventennio fascista? Cosa l'ha indotta a cimentarsi per la prima volta nella narrativa?
Questo libro è il risultato di una ricerca durata anni e anni che mi ha portato a pubblicare numerosi saggi storici. Nel corso degli anni ho raccolto una mole imponente di documenti; ad un certo punto mi sono trovato di fronte a tante storie. Questa pubblicazione è nata accidentalmente per rendere più diffusa la necessità di far conoscere la storia del periodo fascista con tutte le atrocità che un regime può arrivare a compiere. Ho cercato di cogliere gli aspetti della vita quotidiana dei cosiddetti "ultimi", uomini e donne il cui universo esistenziale e interiore spesso è stato ignorato, se non negato, da chi decise per loro della qualità della loro vita e persino della loro libertà o della loro morte. I nomi sono nomi reali. I fatti sono realmente accaduti. Ciò che è di fantasia, ma relativamente, è l’universo interiore dei personaggi. Uomini e donne che per un ventennio si sono visti negare la dignità di essere persone; subordinati a indefinibili e fumosi interessi superiori per i quali hanno pagato spesso un costo esorbitante; ammaliati, a volte, da prospettive mirabolanti, solo per il bisogno di sfuggire alla miseria morale e materiale determinata dalla guerra e alimentata da un’ideologia fondata sull’odio e sulla sopraffazione dell’"altro". Considerata la poca e spesso errata conoscenza che i più oggi hanno di quel periodo, ho deciso per la prima volta di dare una forma narrativa alla materia trattata. I lettori in Italia sono sempre di meno; quei pochi leggono prevalentemente narrativa. Scegliendo la forma narrativa, ho voluto portare persone normalmente lontane dai saggi a conoscere ciò che nei saggi è scritto.

A cosa fa riferimento il titolo Sotto la cenere?
Durante l'epoca fascista si viveva in una situazione molto particolare: come in tutti i regimi autoritari, una parte della società poteva godere delle fortune e dei benefici di una politica concentrata sulla costruzione di un’immagine di grandezza dello Stato; la parte più consistente della società, invece, era quasi nascosta, rimaneva come coperta sotto una fitta coltre di cenere, sotto la quale la vita era però ugualmente presente, anche se il regime fece di tutto per privarla di valore, diritti e dignità in funzione degli obiettivi che l'uomo solo al comando intendeva promuovere.

C'è un racconto che l'ha coinvolta maggiormente dal punto di vista emotivo?
Mi hanno coinvolto molto il racconto Cara maestra e Le vite de l’artri, quello in cui il protagonista è il muro "parlante" di una casa, perché racconta un fatto inquietante, ovvero la costruzione di un buco nel muro per sentire quello che avviene dall'altra parte: si veniva spiati anche dentro casa. Per far parlare il muro con qualcuno, mi è venuto in mente l'escamotage dello stato d'ebbrezza dell'interlocutore. Devo dire che in tutte le storie c'è molto di umano, per cui il coinvolgimento emotivo che ho avvertito nella stesura dell'intero libro è stato abbastanza forte.
Ugo Mancini
Nell'ultimo racconto, costituito dalla lettera che un'alunna scrisse alla maestra Ines Pezzi, estromessa dal posto di lavoro a causa della sua appartenenza all'Azione cattolica, si insiste molto sul coraggio di non chiudere gli occhi davanti alle ingiustizie, "di voler essere testimoni, non spettatori". Cosa può insegnare oggi questa storia? Quanto è importante nella nostra epoca essere testimoni più che spettatori?
Oggi sarebbe importantissimo essere testimoni, ma c'è una forte riluttanza ad esserlo. I ragazzi sono emotivamente coinvolti dalle testimonianze, come ad esempio quelle dei sopravvissuti ai campi di sterminio, ma c'è una tendenza a tirarsi fuori, a non essere troppo coinvolti nelle situazioni, come se avessero paura di provare sentimenti forti. I giovani vanno portati dentro le situazioni, non le cercano quasi mai spontaneamente. Mediamente, non hanno la tendenza ad essere protagonisti.

Nella raccolta di questi racconti e nell'elaborazione letteraria che lei ne ha fatto, ha avuto un ruolo importante Willy Becherelli, che nel corso degli anni ha costruito una sorta di archivio genzanese raccogliendo fotografie, video e documentari sulla città dell'Infiorata. Quando è nata la vostra collaborazione?
Alcuni anni fa, dopo la pubblicazione del libro Lotte contadine e avvento del fascismo nei Castelli Romani (2002), una persona mi contattò per farmi conoscere Becherelli. Fu proprio a seguito delle sollecitazioni di Becherelli che circa un decennio fa cominciai a riempire di quotidianità e umanità alcuni tragici eventi che i documenti d'archivio riportavano con inevitabile freddezza. Iniziammo ad immaginare la costruzione di uno spettacolo attorno a certe vicende. Così nel 2008 scrissi due drammi didattici intitolati Tommaso Frasconi. Vita e morte di un uomo innanzitutto e L'omicidio Buttaroni. Willy nel 2008 e nel 2009 mise in scena i miei due testi nello spettacolo Trilogia del resistere, per la realizzazione del quale si servì anche di un diario che aveva trovato dalle Suore dell'Assunzione di Genzano. Da questa esperienza è maturata l'idea di elaborare in forma narrativa le vicende storiche. Purtroppo Willy è venuto a mancare lo scorso anno e non ha fatto in tempo a vedere questo libro.
L'introduzione del libro è stata curata dal prof. Alessandro Portelli, illustre storico, anglista, scrittore. Una grande soddisfazione per lei...
Sì, l'introduzione di Portelli mi ha fatto molto piacere. Lui ha lavorato una vita sulla storia orale e questo libro è un po' a metà tra la storia orale, intesa come raccolta di testimonianze di chi ha vissuto quel periodo, e la storia vissuta come saggio, nel senso di storia che rielabora i documenti. Portelli ha colto il mio sforzo di proporre un'altra via per far conoscere la storia. Tutti i fatti sono realmente accaduti, anche se frutto di una rielaborazione personale maturata attraverso il tentativo di immedesimarmi nelle persone, nelle situazioni. Le due colonne iniziali che precedono ogni racconto ricordano le colonne di un giornale. In esse è racchiusa la descrizione più cruda e fredda del fatto di cui si parla nel racconto, poi arriva il racconto. Questa impostazione è pensata per rafforzare il messaggio che non si tratta di semplice fantasia: siamo di fronte ad episodi di vita realmente vissuti, la fantasia ha un ruolo di supporto. Ho reso testimoni quelli che non sono stati testimoni, ma vittime di un sistema, coinvolti in situazioni che non hanno raccontato, perché quello che hanno vissuto è rimasto in famiglia, non è diventato patrimonio pubblico. Io ho voluto renderlo pubblico, con la speranza possa aiutare a riflettere. Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che in un sistema autoritario chiunque può ritrovarsi ad essere la maestra o il falegname che ad un certo punto della loro vita vengono puniti perché non sono apprezzati politicamente o perché serve un capro espiatorio.

Nell'ambito del progetto "Viaggi della Memoria", rivolto agli studenti delle scuole superiori, che lei promuove in collaborazione con il Comune di Albano Laziale e con Ada Scalchi, Presidente dell'Associazione Famigliari delle vittime dei bombardamenti di Propaganda Fide, lunedì 14 ottobre, presso il Teatro Alba Radians di Albano Laziale, il giornalista Fabio Isman presenterà ad un pubblico di circa 150 ragazzi il suo libro 1938, l'Italia razzista: i documenti della persecuzione contro gli ebrei. In questo delicato momento storico è importante parlare dei rischi che si corrono quando si invocano politiche che tendono ad esasperare e a condannare la diversità...
Sì, siamo in un periodo in cui il razzismo è tornato prepotentemente di moda, le discriminazioni sono tornate ad essere parte della vita quotidiana, si discrimina il diverso in tanti campi. Discutere delle leggi razziali vuol dire riportare alle conseguenze di quello che ha prodotto un pensiero simile, quando quel pensiero è stato dominante.

Quale messaggio si augura possa arrivare ai lettori di Sotto la cenere?
Mi auguro possa arrivare l'auspicio espresso nell'introduzione: non lasciarsi suggestionare e affascinare da miti e slogan, attraverso rappresentazioni di personaggi dalle capacità particolari e in grado di risolvere ogni cosa. Questo è qualcosa di noto che ha prodotto da anni conseguenze terribili. Attraverso esperienze di vite vissute in quel ventennio, ho cercato di diffondere il messaggio di diffidare del mito per ragionare sulle proposte che di volta in volta vengono avanzate dalle forze politiche. Cerchiamo di conoscere la storia, onde evitare di cadere vittime di errori già commessi, errori che tutti abbiamo pagato a caro prezzo. A tal proposito voglio dire che la decisione di lasciare nomi veri è stata frutto di una riflessione ben precisa: ci sono persone che hanno pagato in carne ed ossa la degenerazione di una politica basata su slogan e mitizzazione di personaggi. Questo non possiamo e non dobbiamo dimenticarlo mai!
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