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Transumanze: la migrazione in Toscana dei pastori sardi

sabato, 14 gennaio 2023 21:24

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Dal nostro inviato
Francesca Bianchi
FtNews ha intervistato Andrea Mura, regista di Transumanze, un film documentario che fa luce sulla migrazione di molti pastori sardi verso la Toscana negli anni Sessanta del secolo scorso. In particolare, Transumanze descrive la vita di sei famiglie provenienti da sei piccoli paesi sardi, Austis, Busachi, Galtellì, Illorai, Orune e Paulilatino, per metterne in luce la vicenda storica. Quello della migrazione dei pastori sardi in Toscana è un fenomeno poco conosciuto e poco raccontato, in Sardegna come in Toscana; spesso è stato ingiustamente associato a fenomeni che con quell'impresa non hanno avuto nulla a che vedere, come i sequestri di persona. La popolazione locale all'inizio non accolse bene i nuovi arrivati, considerati rozzi e delinquenti. Nel film uno dei protagonisti afferma di aver subito, nel periodo cruciale dei sequestri di persona, moltissimi controlli negli ovili di sua proprietà da parte delle forze dell'ordine.
Transumanze parla anche di emancipazione femminile. In merito, nel corso della nostra intervista, Mura ha parlato dell'importante ruolo che hanno avuto le donne, che con il tempo, grazie al lavoro nell'ambito della pastorizia, sono riuscite ad affermarsi nel mondo del lavoro e a diventare protagoniste dello sviluppo delle aziende di famiglia.
Il documentario, frutto di tre anni di lavoro, è una produzione GinkoFilm con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna e il supporto della Fondazione Sardegna Film Commission, Società Umanitaria-Cineteca Sarda e Circolo dei sardi Peppino Mereu di Siena.

Sig. Mura, il film documentario Transumanze, da lei diretto, fa luce sulla migrazione di molti pastori sardi verso la Toscana, un fenomeno poco conosciuto e poco raccontato, verificatosi negli anni Sessanta del secolo scorso. Come e quando è nata l'idea di realizzare questo film documentario? Dove sono state effettuate le riprese?
L'idea del film è venuta a Nicola Contini, coautore del soggetto. Come me, anche Nicola è sardo, ma ha studiato a Siena, dove è venuto in contatto con una nutrita comunità di pastori. Frequentandoli, è venuto a conoscenza della loro storia. Ha deciso di scrivere un soggetto in merito e ha deciso di affidarmi la regia di questa storia. Molto importanti nella fase iniziale sono state le ricerche fatte dall'antropologo Tommaso Sbriccoli, che ha studiato in maniera approfondita il fenomeno della migrazione dei pastori sardi in Toscana. Volevamo fare luce su una storia importante, ma cinematograficamente mai raccontata da nessuno. Il progetto è durato in tutto tre anni: uno di ricerca sul campo, nel corso del quale abbiamo potuto conoscere bene i protagonisti della nostra storia; un anno l'abbiamo dedicato alle riprese, che si sono svolte in varie tappe, dal momento che abbiamo voluto documentare la stagionalità di questo lavoro; nel corso dell'ultimo anno abbiamo curato la ricerca d’archivio e il montaggio. Le riprese si sono concentrate in Val d'Orcia, in provincia di Siena, una zona con paesaggi straordinari dove approdarono i pastori.

A quali fonti avete attinto per realizzare questo film?
La ricerca d'archivio è stata molto approfondita. A causa della pandemia non è stato possibile realizzare riprese nell’ultimo periodo, per cui il film è stato completato attingendo agli archivi dei filmati di famiglia della Cineteca sarda, di "8mmezzo", associazione livornese che digitalizza vecchie pellicole in super8, ma anche attingendo ad immagini d’archivio dell’Università di Siena e a spezzoni del film “L’ultimo pugno di terra” di Fiorenzo Serra. Transumanze è un continuo intrecciarsi di immagini attuali, girate da noi, e immagini di repertorio.

Cosa indusse i pastori sardi ad imbarcarsi con famiglie e animali per lasciare la Sardegna e partire alla volta della Toscana? In quale zona della Toscana si stanziarono?
Ogni famiglia ha avuto un motivo particolare. Molti, la maggior parte, partirono per cercare fortuna e trovare uno spazio dove poter fondare un'azienda. Qualcuno veniva mandato "al confino" lì per motivi di sicurezza. In Toscana negli anni Sessanta del '900 andò in crisi la mezzadria: tutti lasciavano le campagne per stabilirsi in città. L'abbandono delle campagne provocò l'abbassamento dei prezzi dei terreni, che vennero acquistati dai pastori sardi che si erano spostati lì per cercare fortuna. Grazie a loro quelle terre sono ripartite ed è stato mantenuto il paesaggio. Quei pastori furono coraggiosi: lasciarono tutto per un sogno, un progetto imprenditoriale che poi si è rivelato vincente. Nel film racconto il territorio della Val d’Orcia, ma lo stesso fenomeno ha riguardato anche l’alto Lazio, l’Umbria, l’Emilia.

Uno dei protagonisti del documentario afferma che negli anni Settanta e Ottanta, il periodo dei sequestri di persona, subì perquisizioni e controlli da parte dei carabinieri negli ovili: due, tre, cinque volte al mese. Come erano considerati gli immigrati sardi dalla popolazione locale? Come furono accolti?
I pastori erano considerati dei grandi lavoratori, ma erano anche visti con qualche ostilità, essendo parte di una grande migrazione di massa, esattamente come molti di noi vedono oggi quella degli extracomunitari. La comunità dei sardi subiva talvolta episodi di razzismo e chiusura da parte della comunità ospitante. Riuscirono a vincere l'iniziale ostilità dei locali lavorando tanto e facendo capire che non erano venuti lì per rubare alcunché, ma per rendere produttive le terre che erano state abbandonate, creando, così, un grande indotto economico per tutto il territorio.
Andrea Mura (foto di Matteo de Mayda)
I discendenti di quei pastori che rapporto hanno oggi con le loro radici sarde, con la loro identità, con le tradizioni dei loro padri? Tornerebbero in Sardegna?
Sono molto attaccati alle tradizioni dei nonni e dei padri, capiscono il sardo, sono il frutto di una migrazione e sentono di avere una doppia identità. La tradizione non l'hanno persa, ma si è in qualche modo trasformata, per cui può capitare di sentire un giovane parlare il sardo con un forte accento toscano. I giovani vanno in vacanza in Sardegna a trovare i parenti, ma nessuno di loro vuole tornare stabilmente nell'Isola: ormai hanno la loro attività lavorativa in Toscana, il loro futuro è lì.

Transumanze è anche un film che parla di emancipazione femminile. Che ruolo hanno avuto le donne in questa migrazione? Oggi di cosa si occupano le donne?
All'inizio per le donne è stato traumatico seguire i loro mariti in Toscana: bisogna tenere presente che le donne di Sardegna in paese gestivano le famiglie e avevano un ruolo di connessione con le altre famiglie della comunità. Arrivate in Toscana, le donne andarono a vivere nei casolari lontani dal centro abitato, per cui venne meno quella connessione con la comunità. Grazie a questa emigrazione molte di loro, soprattutto le più giovani, si ribellarono e si misero a lavorare attivamente nell'azienda. Una delle protagoniste del documentario ha creato un'impresa con i fratelli; oggi lei si occupa della produzione del latte. Ci fu una grande emancipazione attraverso il lavoro: le donne sono diventate protagoniste di questo sviluppo aziendale.

Che ruolo ha, in Transumanze, il canto a tenore, forma di canto polifonico sviluppatosi nell'ambito della cultura pastorale della Sardegna?
Il film si apre e si chiude con un canto a tenore, realizzato a partire da una poesia che mi è stata data da un pastore: si tratta di un carteggio in ottava tra due pastori che si raccontavano le vicissitudini del viaggio che li aveva condotti in Toscana. Questa modalità di comunicazione attraverso la poesia e il canto è molto affascinante e ha origini ancestrali.
Devo ringraziare i Tenore “Murales” di Orgosolo per aver messo in musica questi versi del carteggio tra Salvatore Barmina e Pietro Siotto, risalente a sessant'anni fa.
Tutto il discorso musicale del film si colloca sempre tra tradizione e innovazione, comprendendo il suono delle launeddas, strumenti a canna risalenti ad oltre tremila anni fa, e la musica elettronica del gruppo Rizoma.

Quali prospettive vede per il futuro della pastorizia?
La pastorizia è un'attività importante, ma non è per niente semplice portarla avanti oggi: la richiesta da parte del mercato è alta e bisogna confrontarsi con un mercato globale. Non è un momento facile per qualunque lavoro nelle campagne: chi non mantiene il passo della tecnologia e dell’innovazione rischia di essere tagliato fuori. I protagonisti del mio documentario sono persone molto combattive che hanno sempre affrontato sfide e criticità, dai tempi della grande migrazione fino ad oggi, per cui penso sappiano affrontare queste sfide con tenacia e portare avanti il loro lavoro, aggiornandosi e migliorando costantemente le loro produzioni.

Quale messaggio si augura possa arrivare ai telespettatori?
Mi piacerebbe che il film in qualche modo rendesse onore ai grandi sacrifici e alla bella avventura di quelle migliaia di persone che sessant’anni fa presero la via del mare per cercare fortuna. Vorrei, inoltre, che il film aiutasse ad avere uno sguardo più indulgente sui migranti di oggi: anche noi siamo stati migranti, e in parte ancora lo siamo, per cui bisogna sforzarsi di comprendere le ragioni dei migranti e coglierne le potenzialità anche per il nostro futuro.
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