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Un viaggio poetico tra Sardegna e Tunisia: radici, partenze, ritorni

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lunedì, 20 aprile 2026 10:13

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Dal nostro inviato
Francesca Bianchi
FtNews ha intervistato Dimitri Porcu, autore della raccolta Per una manciata di sabbia (Èditions de l'Aigrette, 2025), un racconto poetico di viaggio tra Sardegna e Tunisia. Origini sarde, siciliane, greche e tunisine, sin da giovane si appassiona al jazz, al free jazz, alle musiche improvvisate, alla poesia e al legame tra «parole e musica».
Nipote del pescatore di Sant'Antioco noto col nome di ciu Grillu, Dimitri racconta ai nostri lettori la storia della fuga della famiglia verso la Tunisia, una famiglia che negli anni ha sempre mantenuto con l'Isola un legame fortissimo.
Dimitri è il figlio del poeta Marc Porcu, che nei suoi versi ha cantato i sentimenti che l'hanno sempre unito alla terra sarda. Marc Porcu ha tradotto in francese i maggiori scrittori sardi ed è stato protagonista di serate musicali e poetiche in varie nazioni. Oggi è Dimitri a portare avanti questa tradizione artistica, affiancando ad essa lo studio della storia di famiglia.

Dimitri, come è nata la sua raccolta poetica Per una manciata di sabbia? A cosa fa riferimento il titolo?
La raccolta è nata come nascono certe cose inevitabili, tra pieghe di desiderio e di memoria che chiedono di essere ricordate. Con il dovere di raccontare la propria storia e quella di molti, di tutte e tutti coloro che vengono dagli "altrove" e vivono nei "qui". Dopo la scomparsa di mio padre, Marc Porcu, poeta e traduttore di poeti e autori italiani che ha sempre scritto la vita degli altri, dei senza voce. Voleva scrivere anche questa storia familiare, ma alla fine non lo ha fatto. Immagini sparse, granelli di tempo rimasti tra le mani. Per una manciata di sabbia è un titolo che rimanda proprio a una poesia di mio padre, Immigrer, che si conclude così: apre la valigia e ne escono due pietre, una camicia le cui pieghe rifanno il corpo di una donna, il negativo di una foto, una manciata di sabbia. È dunque una forma di continuità nel poema, ma anche perché questa immagine, per me, evoca ciò che resta quando tutto sembra scivolare via. La sabbia è fragile, ma è eterna.
È memoria che non si lascia afferrare, eppure continua a esistere, ostinata, tra le dita del tempo.

Lei ha origini sarde, siciliane, greche e tunisine; oggi vive in Francia. Ci racconti pure la sua storia... Dove si sente a casa?
Le mie origini non sono una linea, ma una costellazione di esili familiari: Sardegna, Sicilia, Grecia, Tunisia e Francia. Per me non è una storia passata, ma un modo di vivere, di abitare il presente, i "qui" e gli "altrove". Questi esili mi attraversano, sono dentro di me e mi spingono come un vento salato, caldo, sempre avanti, più lontano. La migrazione, le migrazioni dei miei, mi hanno insegnato ad ascoltare, a comprendere le fratture, i silenzi, a portare bagagli troppo pesanti per le parole ordinarie. Da queste storie migranti nasce in me la necessità di dire, di trasmettere, di raccogliere i frammenti, con e per coloro che si disperdono, che sono dispersi. Per altri sono luoghi, per me sono respiri. Vivo in Francia, ma la mia casa non ha un solo indirizzo. Abito le partenze, gli attraversamenti, i ritorni immaginati. Nonostante tutto, mi sento più insulare, sardo, ma non soltanto di Sardegna. Ho creato la mia identità, la mia isola.

Nella lirica Turbolenza sono menzionati i suoi nonni paterni e i suoi genitori. Cosa spinse suo nonno a partire da S. Antioco per la Tunisia?
È il mio bisnonno Antonio Porcu, detto Ciu Grillu, pescatore di Sant'Antioco, antifascista, che lascia l’isola per la Tunisia, con la sua barca da pesca, la moglie incinta e i suoi figli, tra cui mio nonno, che aveva circa dieci o dodici anni. Mio bisnonno partì per ragioni politiche: aveva servito nella Brigata Sassari e non voleva vivere sotto il regime fascista. La sua isola era bella, ma esigente, e il futuro chiedeva spazio. La Tunisia appariva come una promessa lontana, una terra che non conosceva, ma di cui parlavano altri pescatori. Partire fu un gesto immenso: lasciare tutto per non perdere tutto, per non perdere la dignità. Portò con sé poco, quasi niente, ma dentro aveva il mare della Sardegna, e quello non lo lasciò mai
Il nonno di Dimitri (il secondo a sinistra) lavora alla costruzione della diga dell'Oued Mellègue
Cosa sa del suo viaggio per raggiungere la Tunisia? Suo nonno le ha mai raccontato qualcosa della traversata? C'erano altri emigrati sardi con lui?
Mio bisnonno, alla fine della sua vita, raccontò in sardo la sua traversata a mio padre. Il sardo era l'unica lingua che parlava, pur non essendo mai tornato in Sardegna. Mio nonno ha spesso raccontato la sua infanzia in Sardegna, la traversata verso la Tunisia e la vita lì, con gli altri italiani, siciliani, sardi. Io ho compiuto la traversata inversa e ho scritto, in poesia, la loro storia. Nella raccolta, la poesia Traversata ripercorre questo cammino dalle origini fino a me, oggi, in Francia.

Che accoglienza hanno ricevuto gli emigrati sardi dalla popolazione locale? Come furono i primi tempi di suo nonno in Tunisia? A cosa si dedicava?
La Tunisia li accolse con umanità e benevolenza, mi diceva sempre mio nonno. Vivevano con altri della comunità italiana - siciliani, sardi - ma anche con i tunisini. Tutti vivevano insieme con rispetto e felicità, senza odio, anche tra religioni diverse: cristiani, musulmani, ebrei. La loro unità era la classe sociale: gente del popolo, gente povera, di origini diverse. Mio bisnonno viveva di pesca con i suoi figli, secondo le stagioni - ad esempio la pesca dell'aragosta sull'isola della Galite - ma anche di altri mestieri: operai, muratori, pittori, dove c'era lavoro. Poi mio nonno lavorò alla costruzione della diga dell'Oued Mellègue, dove sarebbe nato mio padre. Anche questo, nella raccolta, prende forma in poesia.

Suo padre e sua madre dove sono nati? Quando si sono trasferiti in Francia?
Mio padre è nato in Tunisia, al Mellègue, dove mio nonno lavorava e si era stabilito con mia nonna Catarina, di famiglia siciliana, anche lei nata in Tunisia. Mio padre arrivò in Francia all'età di quattro anni, al momento dell'indipendenza tunisina. Non volevano partire; non erano francesi - mia nonna era nata in Tunisia - ma non erano neanche tunisini: erano italiani. E mio bisnonno, che viveva con loro, non voleva tornare in Sardegna: si sentiva colpevole di essere partito con la moglie incinta, che morì poco dopo l'arrivo. Così andarono in Francia. Mia madre, invece, è nata in Francia da una madre greca, fuggita dall'Asia Minore e dal genocidio turco, e da un padre italiano di Frosinone, venuto in Francia dopo la guerra per lavorare.

Cosa ha provato la prima volta che è stato in Tunisia e ha visitato i luoghi cari alla sua famiglia? Com'è avvenuto quello che chiama ricongiungimento con la storia e i miei?
La prima volta in Tunisia non è stata una scoperta, ma un riconoscimento. Come se la terra mi aspettasse da sempre. Ogni strada, ogni luce, ogni silenzio avevano qualcosa di familiare. Non cercavo: ritrovavo. Il ricongiungimento è stato invisibile, quasi segreto, ma profondissimo. Come se dentro di me qualcosa avesse finalmente trovato il suo nome.

Nel libro descrive il cimitero italiano di Tabarka come un luogo desolato. Che ricordo ne conserva?
Il cimitero italiano di Tabarka è un luogo che respira assenza: le tombe sembrano ascoltare il vento e guardare il mare, come se aspettassero ancora qualcuno. C’è una solitudine che non è vuota, ma piena di storie sospese. Lì sono sepolte la mia bisnonna e sua figlia. Nessuno, dopo la partenza della famiglia verso la Francia, è più venuto a trovarle. Mio nonno mi parlava spesso di sua madre e di sua sorella, in quel cimitero di Tabarka. Diceva: "Stanno bene su quella piccola collina, al sole, di fronte al mare". È un luogo che non chiede parole, solo presenza. E memoria.

L'estate scorsa ha presentato la sua silloge poetica a S. Antioco. Che effetto le ha fatto? Come è stato accolto dalla gente?
Presentare il mio libro a Sant'Antioco è stato come restituire un frammento di me stesso e di tutta la mia famiglia. Come se la barca fosse tornata ad attraccare al porto della partenza. Le parole tornavano alla loro origine, come onde alla riva. Ho sentito una vibrazione profonda, quasi un dialogo invisibile con chi c'era prima di me. Anche la gente, il pubblico, la famiglia, gli amici erano in quello stesso stato. Non ero soltanto un poeta, un musicista sul palco, ma una continuità. E questo non si dimentica.
Il matrimonio dei nonni in Tunisia
Torna spesso in Sardegna? Cosa rappresentano per lei la Sardegna e la Tunisia?
Sì, torno molto spesso in Sardegna per vedere la famiglia, per le vacanze, ma soprattutto per progetti culturali e artistici con amici sardi: poeti, musicisti, cineasti, organizzatori. Per me la Sardegna rappresenta l'ancoraggio. Tornare significa sapere che tutti sono ancora lì, dentro di me: i vivi e i morti. È anche vitale per poter ripartire altrove, in Francia e oltre. Un passaggio necessario, regolare. La Sardegna è in me, ovunque io sia. La Tunisia, invece, è stata la prima volta. Non ci sono ancora tornato, ma è un progetto. Ho già presentato il libro lì, così come un lavoro realizzato da Rosi Giua, fotografa e cineasta sarda, e Raffaele Cattedra, geografo: il webdocumentario Anda, Torra e Ghorba sulle storie delle famiglie sarde emigrate in Tunisia, tra cui la mia. Della Tunisia ho ancora sete.

Suo padre ha fatto conoscere in Francia la letteratura e la poesia della Sardegna. Che legame aveva con la sua terra? C'è una frase di suo padre sulla Sardegna che ha particolarmente a cuore?
Mio padre portava la Sardegna dentro di sé come si porta una verità silenziosa. Non aveva bisogno di dimostrarla. Grazie alle sue poesie, agli eventi che organizzava in Francia, invitando poeti sardi e italiani, e soprattutto grazie alle sue traduzioni, abbiamo scoperto un'altra Sardegna: poetica, letteraria, culturale e profondamente contemporanea. Così abbiamo stretto molte nuove amicizie, siamo venuti spesso a suonare qui, e lui ancora di più, invitato in diversi festival ed eventi in Sardegna. Diceva che tradurre poeti e scrittori sardi gli permetteva di ricostruire la sua storia, di ritrovare la sua "sardità". Era prima di tutto, per dono naturale, un poeta. Ha pubblicato molto; faceva parte dei poeti riconosciuti in Francia, famoso ed era felice. Era soprattutto orgoglioso quando riceveva riconoscimenti in Italia e in Sardegna, dagli altri poeti, e quando la casa editrice La Cuec gli propose di pubblicare la sua antologia bilingue Le cri de l'aube / L'urlo dell'alba. Molto fiero anche, per sé e per la sua famiglia, quando nel 2014 ricevette il premio "Navicella d'Argento" per le sue traduzioni. Così si è compiuto il viaggio di "Ciu Grillu", partito in barca e tornato nell'isola con una navicella.

Ci sono dei punti di contatto tra l'emigrazione dei sardi in Tunisia nel secolo scorso e le migrazioni di oggi?
Le migrazioni non cambiano davvero, cambiano solo i nomi, le rotte, le lingue. Ieri come oggi si parte, perché restare è impossibile. C’è la stessa paura negli occhi, lo stesso coraggio nei passi e spesso la stessa incomprensione ad attendere, ma ogni migrazione porta con sé una possibilità fragile: quella di riconoscersi nell'altro.

Quale messaggio si augura possa arrivare ai lettori della sua raccolta?
Vorrei che chi legge sentisse non solo le parole, ma ciò che le attraversa, che percepisse la memoria come qualcosa di vivo, non come un peso, ma come un respiro. Siamo fatti di ciò che è stato e di ciò che ancora non sappiamo. Vorrei anche che questa storia familiare diventasse un racconto poetico per tutti coloro che vivono le stesse storie, ma non le scrivono. Il mio augurio è semplice: avere sempre l'utopia che tutto si tiene in una manciata di sabbia.
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