Redazione     Informativa     Link  

Maria Nazlè Corinaldi: Memorie di una lady armena da Costantinopoli a Padova

Invia una email ad un amico
DA
A
Messaggio

mercoledì, 21 ottobre 2026 14:24

condividi su facebook
Dal nostro inviato
Francesca Bianchi
FtNews ha intervistato la prof.ssa Antonia Arslan, curatrice, insieme a Benedetta de Mari, del libro Memorie di una lady armena (Edizioni Guerini, 2026) di Maria Nazlè Corinaldi. Il volume è frutto di un appassionato e scrupoloso lavoro a più mani sui diari lasciati in eredità ad Antonia Arslan dalla protagonista. Racconta la vita straordinaria della contessa Maria Nazlè Keutchè -Oglou Corinaldi (1881-1976), appartenente alla ricca élite degli Amirà, gli armeni di altissimo rango residenti a Costantinopoli alla fine dell'Ottocento. Dopo l'infanzia e la giovinezza trascorse in una sfarzosa residenza sul Bosforo, frequentando il Sultano turco Abdul Aziz e i suoi figli, nel 1906 sposò a Roma il nobile italiano Leopoldo Corinaldi, con cui ebbe tre figli: Dario, Iolanda e Livio. Donna cosmopolita, visse tra Costantinopoli, Londra, Parigi, Roma, Atene e infine Padova, tra agi di ogni tipo, dimore lussuose, salotti diplomatici, perfettamente inserita nella cerchia ristretta dell'aristocrazia.
In una bella intervista rilasciata a FtNews Antonia Arslan, scrittrice e saggista di origini armene, già docente di Letteratura moderna e contemporanea all’Università di Padova, ha parlato delle circostanze che hanno portato alla nascita del libro, ricordando il pomeriggio trascorso decenni fa in compagnia della contessa Corinaldi, che prima di morire la scelse come custode delle sue memorie.
Prof.ssa Arslan, nel libro Memorie di una lady armena si racconta la storia vera della contessa armena Maria Nazlè Keutchè-Oglou Corinaldi, a partire dai suoi diari. Come è nata questa pubblicazione?
Incontrai la contessa Corinaldi circa quarant'anni, quando lei era ultranovantenne. Anni prima aveva pubblicato un piccolo libro di memorie in francese, intitolato Secret Diplomatique, ambientato nella bucolica Grecia di inizio Novecento, dove lei era vissuta alcuni anni come moglie di un diplomatico italiano, frequentando da vicino, in serena e piacevole familiarità, la famiglia reale e la sua ristretta cerchia di amici. Per me il francese è sempre stato come una seconda lingua, per cui decisi di leggere e recensire quel libro, che non era mai stato recensito da nessuno. Lo trovai molto disinvolto e divertente, ricco di episodi sulla Grecia degli anni 1905-1910, prima delle catastrofi della Grande Guerra e dell'incendio di Smirne. La contessa Corinaldi apprezzò molto la mia recensione e manifestò il desiderio di conoscermi, così, in un nebbioso pomeriggio di novembre, la raggiunsi nella sua villetta liberty, a poca distanza dalla grandiosa piazza del Prato della Valle, a Padova.
Cosa ricorda del pomeriggio trascorso in compagnia della Contessa? Di cosa avete parlato?
In quel pomeriggio accadde qualcosa di straordinario: davanti a una tazza di tè con biscotti, iniziammo a parlare con disinvoltura di tutto, come se ci conoscessimo da sempre. Diventammo "sorelle d'anima". Parlammo del genocidio del popolo armeno, dei massacri in Asia Minore, delle due guerre mondiali, ma anche della sua infanzia e giovinezza vissute nel lusso e nello sfarzo di Costantinopoli alla fine dell’Ottocento. Mi raccontò anche dell’amicizia con il Sultano turco Abdul Aziz. Lei rievocava tutte quelle atmosfere orientali del modo di vivere degli armeni nella Costantinopoli dell'epoca. I suoi racconti si mescolavano nella mia mente con i ricordi dei parenti di Siria e del mio viaggio in Medio Oriente di qualche anno prima. Ascoltando i suoi racconti, mi è sembrato di tornare bambina, quando le mie zie armene arrivavano dalla Siria o dal Libano. Ho pensato alla zia Enrica, colei a cui ho dedicato La masseria delle allodole, che nella cucina della casa di famiglia a Padova preparava il pakhlava.
Quello è stato il nostro unico incontro: dopo pochi mesi la Contessa è venuta a mancare, lasciandomi erede dei suoi quaderni di memorie, due in francese e uno in italiano, di un bel libro ottocentesco di preghiere e di alcuni opuscoli sulla questione armena.
Ricordo una bellissima signora, molto fine ed elegante, con i capelli bianchi ben pettinati; era comodamente seduta in poltrona. Conservo nel cuore il ricordo e la nostalgia di quel pomeriggio di novembre e un vivo interesse per una donna straordinaria, profondamente affascinante, vissuta fra l'Impero Ottomano e l'Italia del Novecento.
1895? Elisa Keutcheoglou con le figlie Nazle (bambina) davanti a Berdjouhi e a destra Astiné (fotografia citata nelle memorie, in quanto trovata nel comodino del Sultano Rosso).
Il libro è nato anche grazie all'impegno di un discendente della contessa Corinaldi...
Sì, due anni fa, Orlando Piero Cravotto, un giovane parente di Maria Nazlè, nonna di suo nonno Giovanni, venne a sapere da Beatrice von Rezzori che io custodivo i diari della bisnonna. Beatrice von Rezzori è l'unica cugina dal lato armeno del nonno di Orlando Piero Cravotto, nonché nipote di Aram, fratello di Nazlè. Cravotto desiderava conoscere la storia della sua famiglia. Venne a trovarmi e cominciammo a lavorare al materiale che mi aveva donato la contessa Corinaldi: gli ho consegnato le fotocopie dei manoscritti; lui ha fatto tradurre dalla nonna i testi dal francese. Ci piacque molto l'idea di realizzare un libro. Una volta ordinato il materiale, l'ho rivisto insieme a Benedetta de Mari, che ha fatto un lavoro meticoloso e appassionato. Così, anche grazie a Orlando Cravotto, qualche mese fa è uscito il libro Memorie di una lady armena, che è un inedito e affascinante ritratto femminile nella Belle Époque, ma anche la vivida descrizione, da parte di una testimone diretta, del mondo poco conosciuto degli Amirà, la comunità degli armeni di altissimo livello sociale che vivevano a Costantinopoli. Il testo è stato pubblicato nella collana "Frammenti di un discorso mediorientale" dell'editore Guerini, da me diretta.

A proposito degli Amirà, armeni molto ricchi che vivevano a Costantinopoli alla fine dell’Ottocento. Com'era la loro vita in Turchia? Cosa accadde a queste persone?
Gli Amirà erano protetti dal sultano, che se ne serviva perché fungevano da mediatori tra il governo ottomano e la comunità armena. Fino al 1870 erano armeni il capo della zecca imperiale, l'architetto del sultano (basti ricordare la celebre dinastia di architetti Balyan: padre, figlio e nipote), il ministro delle finanze. Gli Amirà, dunque, dirigevano la Zecca imperiale, progettavano e costruivano infrastrutture, moschee e palazzi reali: il sultano si fidava di loro e non era interessato a convertirli. Molti Amirà, protetti dal sultano, si salvarono, ma persero i loro beni, si impoverirono, anche perché nel 1908 il sultano era stato esautorato dai Giovani Turchi, che presero il potere e isolarono il sultano nel suo palazzo. L'Impero ottomano entrò in guerra nel novembre del 1914, tre mesi dopo lo scoppio della guerra. I Giovani Turchi volevano eliminare le minoranze, così iniziarono a sterminare gli Armeni che abitavano nel paese. Gli Armeni di Costantinopoli, che sfuggirono alla prima retata del 24 aprile del 1915, vennero invitati ad emigrare dal sultano, così abbandonarono tutte le loro estese proprietà ed influenze per rifugiarsi in Occidente. I Giovani Turchi non hanno toccato gli Amirà, coloro che erano più vicini al sultano; volevano fare un massacro scientifico, organizzatissimo. Dal 24 al 26 aprile hanno decapitato la comunità di Costantinopoli, eliminando e portando via tutte le persone importanti: giornalisti, scrittori, avvocati, medici, farmacisti... Queste persone vennero sorprese di notte e mandate nelle varie cittadine di provincia. Non vennero uccise subito: le illusero di trasferirle per ragioni di sicurezza, ma durante i viaggi vennero poi ammazzate.

Ripercorriamo brevemente le tappe principali della vita della Contessa. Che ambiente frequentò nel corso della sua lunga vita? Perché a un certo punto arrivò in Italia?
La Contessa giunse dalla Turchia a Padova attraverso varie vicissitudini. Dopo aver sposato a Roma, nel 1906, il nobile diplomatico italiano Leopoldo Corinaldi, per seguire la carriera diplomatica del marito, Maria Nazlè lasciò il lusso dello ialy affacciato sul Bosforo. Con lui iniziò una vita molto movimentata: visse tra Londra, Parigi, Roma e Atene, prima di stabilirsi definitivamente nel padovano. Ebbero tre figli: Dario, Iolanda e Livio. Corinaldi è stato podestà di Monselice, vicino Padova. Abitavano al Castello di Lispida, fino al 1928 di proprietà dei conti Corinaldi. Il Castello di Lispida, oggi Villa Italia, era una grande villa dell'Ottocento in cui avevano trovato sede i Reali d'Italia negli anni della guerra, quando Padova era sul fronte. Dopo la disfatta di Caporetto la città di Padova è diventata una testa di ponte degli Italiani. Il Re, la Regina e il principe ereditario sono stati lì per un anno, per questo Nazlé conosceva bene la Regina, di cui era stata dama di compagnia. Visse tra fasti, privilegi, ambasciate, dimore lussuose, palazzi, perfettamente a suo agio tra i diplomatici e i reali, ma durante la prima guerra mondiale lavorò tantissimo come crocerossina. Suo marito non si comportò bene con lei. Vendette la villa di Monselice, per cui lei in un mese fu costretta a lasciare tutto. Rimasta vedova, sposò in seconde nozze il conte Angelo Emo Capodilista. Trascorse gli ultimi anni della sua vita in una villa nei pressi di Prato della Valle, a Padova, dove si spense.
Quello frequentato da Maria Nazlè Corinaldi era un mondo di delizioso snobismo in cui i disegni politici e diplomatici non interferivano sull'osservanza di determinati codici di comportamento, che i gentiluomini e le gentildonne osservavano anche in circostanze di emergenza o di improvviso allarme, come lo scoppio della guerra italo-turca. Nel mondo ovattato delle ambasciate hanno più importanza questioni di etichetta concernenti le precedenze in occasione di un ricevimento, che non le grandi questioni politiche. Nelle sue memorie la Contessa descrive con efficacia il clima degli ultimi anni della Belle Époque, gli anni fra il 1910 e il 1914.

) Castello di Lispida a Monselice (Padova), di proprietà dei conti Corinaldi fino al 1928 (oggi Villa Italia)
La vita non le risparmiò grandi dolori: Maria Nazlè Corinaldi perse il figlio minore, ma nei diari non fa mai menzione di questa tragica vicenda. Come mai? In quali circostanze morì il figlio?
I diari terminano dopo la prima guerra mondiale, per cui mancano i riferimenti alla tragedia della sua vita: la morte del figlio minore Livio. Livio era nato nel 1921; aveva una grande passione per i cavalli, proprio come la madre. Durante la seconda guerra mondiale volle entrare in cavalleria nell’esercito Savoia, ma non fu ammesso a causa delle leggi razziali: Corinaldi era ebreo. Il giovane ne soffrì molto, anche perché il padre era ebreo, ma lui era stato battezzato, aveva fatto la comunione e la cresima. Inoltre, era senz'altro figlio di un ebreo, ma la madre era un'armena cattolica. Maria Nazlè arrivò a Roma per aiutarlo: nell'ambiente diplomatico aveva molte conoscenze, inoltre conosceva il Re Vittorio Emanuele III e la Regina. Fece di tutto per farlo reintegrare, raggiungendo l’obiettivo. Il figlio partì nel 1941 per la campagna di Russia come ufficiale del Reggimento "Savoia Cavalleria", partecipò alla celebre carica di Isbuscenskij, l'ultima battaglia della cavalleria italiana, e in seguito tragicamente scomparve. Il suo corpo non verrà mai ritrovato. La madre, per tutta l'ultima parte della sua vita, soffrì terribilmente per il senso di colpa: non si perdonò di aver fatto di tutto per farlo reintegrare. Non smise mai di cercarlo: tutti i giorni si recava alla stazione di Padova per informarsi se fosse arrivato qualcuno. Gli scrisse centinaia di lettere, gli tenne la camera in ordine. La morte di Livio è stata la grande tragedia della sua vita.

Quale messaggio si augura possa arrivare ai lettori di Memorie di una Lady armena?
Mi auguro che questo libro possa far conoscere la vita degli Amirà, persone molto generose che hanno finanziato tante scuole. In Armenia c'erano scuole ovunque proprio perché tante persone le finanziavano. Il popolo armeno è un popolo complesso e molto antico, consapevole dell'importanza e delle potenzialità della cultura e con una grande considerazione per la figura femminile. Le donne armene sono sempre state molto libere e indipendenti; tutte le bambine studiavano. In tutta l'Armenia storica erano molto frequenti scuole, collegi e istituzioni scolastiche.
Mostra altri Articoli di questo autore
redazione@ftnews.it
I COMMENTI RELATIVI ALL'ARTICOLO
Invia un commento alla Redazione
Email
Nome e Cognome
Messaggio
Gentile lettore, prima di inviare il Suo messaggio:

compilare il codice di sicurezza sottostante copiando l'immagine raffigurata;

CAPTCHA 
cambia codice

inserisci codice



Per pubblicare, in fondo all'articolo, il suo commento selezionare il pulsante sottostante.

Pubblicazione
  Si    solo nome
  Si    nome e cognome
  No


Grazie della collaborazione.

2014 - ftNews una testata di libera informazione.
2014 - Ftnews una testata di libera informazione senza fini di lucro e conseguentemente le collaborazioni sono fornite assolutamente a titolo gratuito.
Se vuoi collaborare con la redazione e rendere sempre pi ricchi i contenuti e accrescere la qualit del servizio offerto, inviaci articoli, segnalazioni e note per la eventuale pubblicazione. (Continua)

Iscrizione presso Registro della Stampa del Tribunale di Ancona , n. 17/2014 del 16/12/2014.