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sabato, 07 novembre 2026 15:40 |
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Alessandra D'Annibale
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Dopo il grande successo di ottobre torna al Teatro Sala Umberto di Roma Cime Tempestose di Emily Brontë (adattamento Gianni Clementi, da un’idea di Ylenia Manfredi per Virginy L'Isola Trovata) dal 19 al 22 novembre 2026.
Ci sono storie che resistono al tempo perché raccontano un'epoca e poi ce ne sono altre che sopravvivono perché parlano direttamente alle nostre ferite più profonde. Cime Tempestose appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Nella versione portata in scena al Teatro Sala Umberto con la regia di Francesco Bellomo e Carmine De Amicis, (assistente alla regia Alfonso Elefante), il capolavoro di Emily Brontë abbandona ogni lettura puramente romantica per restituirci qualcosa di molto più inquieto e contemporaneo: il racconto di due esseri umani incapaci di concepirsi separati. "L’aspetto che mi interessava maggiormente era il rapporto di identificazione tra Catherine e Heathcliff” racconta Carmine De Amicis, “Due personaggi che, in qualche modo, non riescono a concepirsi separati, perché l’identità dell’uno si riflette continuamente in quella dell’altro, Non siamo davanti a un classico conservato sotto vetro, ma a un'opera che trova nuove forme per interrogare il presente. Il mio obiettivo era rendere questo repertorio vittoriano accessibile e fruibile a tutti. Il mio linguaggio attinge al teatro danza, in questo caso l’istinto ha preso forma attraverso la complicità corporea di Heathcliff e Catherine”, continua De Amicis. La doppia regia affronta il testo senza alcuna reverenza museale. “Per dirigere uno spettacolo a 4 mani serve una visione condivisa, ma proprio da quell’incontro imprevedibile possono emergere piccole perle teatrali: intuizioni che nessuno avrebbe potuto raggiungere da solo”. Bellomo e De Amicis cercano di distillare l'essenza emotiva del romanzo e trasferirla nel linguaggio teatrale contemporaneo. Ed è probabilmente questa la scelta più riuscita dell'intera operazione. La società vittoriana evocata da Emily Brontë resta sullo sfondo, ma smette di essere una semplice ambientazione storica per trasformarsi in un sistema di regole, aspettative e convenzioni contro cui i protagonisti continuano a scontrarsi. La loro tragedia non nasce soltanto dall'impossibilità di stare insieme, ma dall'impossibilità di essere davvero sé stessi. In quest'ottica la brughiera non è più un luogo geografico. “Il mondo vittoriano è stato gran parte dei miei studi di traduttore e affrontare la brughiera come spazio teatrale ha significato lavorare attraverso una forma di trasposizione culturale. La brughiera è un paesaggio mentale e fisico, un luogo in cui l’istinto può manifestarsi.” racconta De Amicis. E la scenografia, volutamente essenziale, sembra rispondere proprio a questa esigenza. La scelta minimalista potrebbe lasciare spiazzato chi si aspetta una rappresentazione più evocativa e spettacolare delle celebri lande battute dal vento. Eppure la povertà degli elementi scenici non appare come una rinuncia, quanto piuttosto come una precisa scelta di linguaggio. Lo spazio si svuota per lasciare emergere i corpi, le relazioni, le tensioni. La brughiera viene interiorizzata. Non è qualcosa che si guarda. È qualcosa che si attraversa. La brughiera viene evocata, abita i corpi prima ancora dello spazio. Ma Bellomo e De Amicis non cercano il paesaggio. Cercano il conflitto. E se la scenografia di Carlo De Marino sceglie volutamente la sottrazione, sono gli attori con i costumi di costumi Teresa Acone a riempire quel vuoto con una presenza costante e magnetica.
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Qui emerge con forza il lavoro di Carmine De Amicis anche nelle vesti di coreografo, il cui linguaggio attinge al teatro-danza e alla costruzione fisica delle relazioni. Catherine e Heathcliff si cercano, si rincorrono, si affrontano. Giocano alla lotta come due creature selvatiche, quasi fossero gli unici esseri vivi in grado di muoversi liberamente all'interno di una realtà che tenta costantemente di contenerli. “Il corpo diventa così uno strumento narrativo, ma anche una forma di resistenza.", ci spiega il regista. Sul piano interpretativo, la coppia formata da Giulio Corso e Federica De Benedittis costituisce il cuore pulsante dello spettacolo. La loro sintonia scenica è evidente e dona credibilità a un rapporto complesso, una chimica rara e una complicità perfetta per quella fusione identitaria che Emily Brontë aveva posto al centro del romanzo. Eccezionale l’interpretazione di Massimiliano Vado, equilibrata, composta e perfettamente in linea con la scelta registica. L'intero cast composto da Jun Ichikawa, Gabriele Giusti, Shaen Barletta
si muove con precisione all'interno di una macchina scenica complessa, contribuendo a dare consistenza a quell'universo emotivo e sociale che circonda i due protagonisti. Non a caso, nella lettura proposta da Bellomo e De Amicis, la figura di Heathcliff assume anche il valore simbolico di chi vive ai margini, di chi continua a essere percepito come estraneo nonostante il desiderio di appartenenza. Una riflessione che amplia ulteriormente la portata politica e sociale dell'opera, senza mai sacrificare la dimensione emotiva del racconto. Perché alla fine, dietro il vento, le ombre e la devastazione sentimentale che attraversano Cime Tempestose, resta una verità profondamente contemporanea: il bisogno disperato di essere riconosciuti. È forse questa la vittoria più significativa dello spettacolo. Non quella di aver raccontato una grande storia d'amore. Ma quella di aver mostrato come, dietro una delle coppie più celebri della letteratura, si nascondano questioni che continuano a riguardarci da vicino: l'identità, il desiderio, l'esclusione, la libertà e la difficoltà di accogliere davvero l'altro. Perché alla fine, dietro il vento che soffia sulla brughiera, dietro l'ossessione, la rabbia e l'amore che attraversano Cime Tempestose, rimane qualcosa che appartiene ancora profondamente al nostro tempo: il bisogno di essere riconosciuti da qualcuno. Non di essere salvati. Non di essere compresi fino in fondo. Ma semplicemente di essere visti. È qui che lo spettacolo di Bellomo e De Amicis trova la sua forza più autentica. E quando il sipario cala, si esce dal Teatro Sala Umberto con la sensazione di aver incontrato non un classico, ma qualcosa di contemporaneo. E forse la vera modernità di Emily Brontë sta proprio qui: nel ricordarci che il bisogno di essere amati è fragile, ma il bisogno di essere riconosciuti lo è ancora di più.
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