Redazione     Informativa     Link  

Il Tornado

martedì, 20 ottobre 2026 07:46

condividi su facebook
Elodie Foster
Il coraggio di farsi tempesta
Non tutte le storie d'amore cercano la quiete; alcune arrivano per scardinare tutto e insegnarci a non temere il vuoto.
Questa prosa poetica racconta il brivido di un abbandono totale, in cui perdersi tra le braccia di un amore indomabile non è una distruzione, ma una rinascita.
Un testo intenso che celebra il coraggio di farsi travolgere, scoprendo che anche la furia più violenta custodisce, alla fine, un luogo in cui sa amare.


IL TORNADO

Lo vidi arrivare da lontano, e non era un uomo come gli altri.
Camminava con un passo che non apparteneva alla terra, ma all'aria. Aveva il respiro caldo e umido dei temporali d'estate, e quando parlava, la sua voce non era una voce: era un rombo lontano che faceva tremare i vetri delle finestre e le ossa del petto. Si chiamava con un nome che non si poteva pronunciare, perché era fatto di vento e di polvere.


Io ero lì, ferma come un campo di grano maturo sotto un cielo troppo chiaro. Lo vidi arrivare e seppi, con quella certezza antica che hanno le donne quando sentono avvicinarsi qualcosa di più grande di loro, che non sarei più stata la stessa.
Non mi chiese permesso. Un tornado non chiede permesso.
Mi prese, e fu come essere strappata da un filo invisibile che mi teneva ancorata al suolo. Le sue braccia non erano braccia: erano spire di vento che mi avvolsero, mi sollevarono, mi portarono in alto finché la mia testa non toccò le nuvole basse e nere. Sentii le sue dita passarmi tra i capelli come una raffica tra le fronde, e le sue labbra sulla mia pelle come grandine che non fa male, ma segna.
Mi girai intorno a lui, e lui intorno a me. Non c'era un dentro e un fuori, non c'era un sopra e un sotto. C'era solo il movimento, quel vortice perfetto che mi teneva in vita e mi toglieva il respiro. Mi spogliò di tutto: delle mie certezze, dei miei vestiti, del mio nome. Mi lasciò nuda come un albero d'inverno, e io non ebbi paura. Ebbi fame.
Mi trascinò attraverso paesi che non conoscevo, sollevando tetti e speranze, e io ridevo, ridevo come una pazza, perché non avevo più niente da perdere e tutto da diventare. Sentii il suo cuore battere contro il mio, un cuore fatto di pressione e di vuoto, e capii che non sarei mai più tornata a terra.
Credevo che la tempesta si sarebbe placata, che un giorno avrei ritrovato la quiete, che sarei tornata a terra, in un campo di grano, a guardare il cielo senza più tremare. Ma non avevo capito che certe tempeste non arrivano per passare. Arrivano per cambiare il mondo.
E lui lo ha cambiato, il mio mondo.
Da quando è entrato nella mia vita, non conosco più la quiete di prima. Mi porto dentro il fragore dei suoi venti, il calore dei suoi abbracci, il brivido delle sue mani, e ogni volta che mi sfiora è come se il cielo si aprisse sopra di me e tutto ricominciasse da capo. Non cerco più un riparo, non aspetto più che il vento si fermi. Ho imparato a riconoscerlo dal battito del cuore, ad ascoltarlo persino quando tace, a sentire la sua mancanza come si sente il mare quando si è lontani dalla riva.
Voglio essere il luogo in cui torna, il respiro che cerca quando il mondo gli pesa addosso, la terra che lo accoglie senza chiedergli di essere meno vento.
E se davvero è un tornado, allora che venga a sconvolgermi ancora. Che mi porti via le paure, che mi scompigli i pensieri, che mi faccia perdere il conto dei giorni e il confine delle notti. Che mi stringa a sé fino a farmi dimenticare dove finisco io e dove comincia lui.
Io voglio il suo vento sulla pelle, il suo respiro contro il mio, il suo cuore che batte dentro il silenzio della notte. Voglio perdermi nei suoi occhi e ritrovarmi nelle sue braccia, ancora e ancora, come se ogni volta fosse la prima.
E quando il mondo, stanco del nostro tumulto, tornerà finalmente a dormire, io resterò sveglia accanto a lui, ad ascoltare il suo respiro, con la mano posata sul suo petto.
Perché anche i tornado, a volte, si fermano.
E se un giorno il mio dovesse farlo, se il vento si arrendesse alla notte e ogni cosa intorno a noi tornasse immobile, non avrei paura del silenzio.
Mi basterebbe sentirlo vicino.
Perché avrei scoperto che, sotto tutta quella furia, esiste un luogo in cui persino la tempesta sa amare.
E quel luogo, per me, è lui.


È stato il mio scontro di civiltà personale. Ero lì con lo spago e i manuali, volevo che la natura fosse ordinata come una classe.
Donato, il mio vicino, mi guardava dall’alto dei suoi ottant’anni di fatica. Mi disse: Eleonò, ma devi piantà o devi costruì n'autostrada? La terra non sa leggere, lasciala respirare!. In quel momento mi sono sentita nuda, piccola.
Ho messo via il righello e ho iniziato a usare le mani
. Ho capito che la perfezione è un’illusione umana; la natura preferisce la vita, che è sempre un po’ storta e imprevedibile.

Il riflesso allo specchio

Ogni tanto torni a Berlino, indossi i tuoi abiti eleganti e torni a essere la professoressa. Quando ti guardi nelle vetrine di Kreuzberg, chi vedi riflessa? Ti manca mai quella donna?

Provo una grande tenerezza per lei. La guardo e vorrei dirle: “Va tutto bene, puoi smettere di correre”. A Berlino mi godo l’energia, le mostre, i ristoranti, ma dopo tre giorni sento un richiamo fisico, quasi un dolore, per i miei calanchi.
La nostalgia non è per la città, ma per la velocità con cui la vita ti scivola via tra le dita in quei posti.
Qui ogni pomodoro che cresce è una vittoria, ogni mattino è un miracolo lento.

Se dovessi scegliere un’immagine, un solo istante che racchiuda il senso di questo tuo viaggio verso il centro, quale sarebbe?

Forse è proprio questo: io, qui, con le mani sporche di terra e il cuore leggero. A Berlino correggevo i refusi degli studenti con la penna rossa, cercando una perfezione formale che non dà felicità.
Qui è la terra che corregge me ogni giorno. Mi insegna che “abbastanza” è la parola più bella del mondo.
Se ho la legna per il camino e i miei animali stanno bene, io ho tutto.
La terra è un’insegnante severa, non ti sconta nulla, ma la sua generosità non ha confini.
Mi ha restituito il tempo, e il tempo è l’unica cosa che conta davvero.

Concludendo
Molti cittadini tedeschi scelgono i piccoli borghi italiani perché cercano una qualità della vita più alta, costi più bassi, ritmi più lenti, possibilità di lavorare da remoto (homeworking) e – sempre più spesso – approfittano degli incentivi economici offerti dai vari comuni italiani.
Mostra altri Articoli di questo autore
redazione@ftnews.it
I COMMENTI RELATIVI ALL'ARTICOLO
Invia un commento alla Redazione
Email
Nome e Cognome
Messaggio
Gentile lettore, prima di inviare il Suo messaggio:

compilare il codice di sicurezza sottostante copiando l'immagine raffigurata;

CAPTCHA 
cambia codice

inserisci codice



Per pubblicare, in fondo all'articolo, il suo commento selezionare il pulsante sottostante.

Pubblicazione
  Si    solo nome
  Si    nome e cognome
  No


Grazie della collaborazione.

2014 - ftNews una testata di libera informazione.
2014 - Ftnews una testata di libera informazione senza fini di lucro e conseguentemente le collaborazioni sono fornite assolutamente a titolo gratuito.
Se vuoi collaborare con la redazione e rendere sempre pi ricchi i contenuti e accrescere la qualit del servizio offerto, inviaci articoli, segnalazioni e note per la eventuale pubblicazione. (Continua)

Iscrizione presso Registro della Stampa del Tribunale di Ancona , n. 17/2014 del 16/12/2014.