Redazione     Informativa     Link  

I Tesori dei Faraoni in mostra alle Scuderie del Quirinale

sabato, 23 maggio 2026 04:53

condividi su facebook
Dal nostro inviato
Francesca Bianchi
Fino a domenica 14 giugno le Scuderie del Quirinale ospiteranno la mostra Tesori dei Faraoni , un grande progetto culturale che ha portato nella Capitale una selezione di 130 capolavori dell’arte dell’Antico Egitto, provenienti dal Museo Egizio del Cairo e dal Museo di Luxor. Curata da Tarek El Awady, già direttore del Museo Egizio del Cairo, l'esposizione è prodotta da ALES - Arte Lavoro e Servizi del Ministero della Cultura con MondoMostre, in collaborazione con il Supreme Council of Antiquities of Egypt, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, del Ministero della Cultura, del Ministero del Turismo e delle Antichità d’Egitto, con il patrocinio della Regione Lazio e la collaborazione scientifica del Museo Egizio di Torino.
L’iniziativa si inserisce nel quadro delle relazioni culturali tra Italia ed Egitto e dialoga con gli obiettivi del Piano Mattei per l’Africa, come esempio concreto di cooperazione fondata su conoscenza, formazione e valorizzazione del patrimonio condiviso. È un progetto che riafferma la cultura come strumento di dialogo e amicizia, capace di unire due civiltà legate da sempre dal Mediterraneo e dal fascino della storia comune.
In una ricca e coinvolgente intervista Paola Buzi, prof.ssa di Egittologia e Civiltà Copta all'Università "Sapienza" di Roma, accompagna i nostri lettori alla scoperta dei Tesori dei Faraoni, in un entusiasmante viaggio nella civiltà egizia attraverso le sue forme più alte e insieme più intime: potere, fede, vita quotidiana.

Prof.ssa Buzi, la mostra Tesori dei Faraoni, allestita nella prestigiosa sede delle Scuderie del Quirinale, è un grande progetto culturale nell’ambito del quale è possibile ammirare una selezione di 130 capolavori dell’arte dell’Antico Egitto, provenienti dal Museo Egizio del Cairo e dal Museo di Luxor, molti dei quali esposti per la prima volta fuori dal loro paese. Come e con quali finalità è nata tale mostra?
La finalità principale della mostra delle Scuderie è senza dubbio quella di illustrare il ruolo della regalità nella cultura dell’Egitto antico. I faraoni – termine che a rigore andrebbe utilizzato solo dal Nuovo Regno in poi – non erano infatti solo i sovrani di uno dei regni più floridi e longevi del mondo antico, ma rappresentavano un nesso tra il mondo umano e quello divino. Nella loro attiva funzione di regnanti – abbigliati con i loro abiti da cerimonia e gli attributi della regalità e nell’atto svolgere specifici rituali –, rappresentavano concretamente gli dèi, e Horus in particolare, di cui erano emanazione sulla terra.
Questo obiettivo è stato pienamente raggiunto dal curatore della mostra, il dr. Tarek el-Awady, il quale ha sapientemente sfruttato l’occasione del riallestimento dello storico Museo Egizio del Cairo (quello situato nella centralissima piazza Tahrir, di cui in passato è stato direttore) – un restauro pianificato a seguito dell’inaugurazione del Grand Egyptian Museum di Giza –, per far conoscere al pubblico italiano “tesori” che non sono solo di grande effetto, ma che sono cruciali per narrare le prerogative divine dei sovrani egiziani.
Lo ha fatto scegliendo dei capolavori assoluti della collezione cairina, a cui ha affiancato altri selezionati pezzi provenienti dal piccolo, ma splendido Museo di Luxor, alcuni dei quali in effetti non erano mai usciti dall’Egitto. Il risultato è abbagliante nell’effetto scenico e assai accattivante dal punto di vista didattico.

Come è strutturato il percorso espositivo? Può svelarci qualche dettaglio in merito alle opere esposte? Quali sono le espressioni più alte dell’arte faraonica che è possibile ammirare?
Il percorso espositivo è articolato in due grandi sezioni. Al piano terra i protagonisti sono senza dubbio i faraoni, con i loro corredi funerari ricchi d’oro, a ricordare le carni degli dèi, della cui natura in qualche modo partecipano, almeno da morti. Si è scelto di non optare per una narrazione cronologica, ma piuttosto sostanzialmente tipologica. L’accostamento di manufatti riferibili alla XXI dinastia – quando sul trono delle Due Terre governavano sovrani di origine libica – con gioielli del Medio Regno, per fare un esempio, può sembrare ardita, ma si giustifica con l’intento di enfatizzare uno degli aspetti portanti della cultura egiziana antica: la continuità di ideologie, di simboli, di forme di rappresentazione. Al piano superiore, invece, si è cercato di restituire uno spaccato della società egiziana, nella consapevolezza che quasi tutto ciò che conosciamo di essa riguarda un’élite e non certamente la popolazione nella sua interezza.
Di particolare pregio, in questa seconda sezione, è la statuaria privata, soprattutto databile all’Antico Regno, di cui sono stati selezionati esemplari di grande valore. Essa ben esemplifica l’importanza che veniva data alla famiglia nella società egiziana.
Modellino di barca. Inizio del Medio Regno. Legno dipinto. Pozzo funerario di Usermut e Inpuemhet Inpu, Saqqara. Il Cairo, Museo Egizio. Photo credit: Fotografia di Massimo Listri
Che immagine ci forniscono tutte queste testimonianze della civiltà che le ha prodotte e in particolare delle sue credenze religiose?
Normalmente si tende a pensare alla cultura dell’antico Egitto come a quella di una civiltà interessata più alla vita oltremondana che a quella terrena, quotidiana. Il fatto che gran parte dei reperti provenga da contesti funerari contribuisce a questa visione un po’ distorta. Non bisogna dimenticare, tuttavia, che, sarcofagi a parte, gli oggetti, gli indumenti, gli arredi deposti nelle sepolture erano stati usati dal defunto nel corso della sua vita.
Detto ciò, è pur vero che la vita oltre la morte è protagonista della riflessione filosofica – e non uso questo termine a caso – di tutta la vicenda storica dell’Egitto antico.
I “tesori” in mostra alle Scuderie ci confermano, da una parte, che tutto era meticolosamente e formalmente curato in vista di questo passaggio e, dall’altra, che nulla aveva un valore puramente estetico.
Si pensi, a titolo di esempio, a quanto è esposto del corredo della regina Ahhotep che – ricomposto dopo essere stato disperso – ci parla di un’epoca di faticosa riconquista dei lembi della Valle del Nilo finiti sotto il controllo degli Hyksos, e del ruolo, ideologico, ma anche pratico, che in questo potevano avere anche le donne di altissimo rango.
Quando si entra nella prima sala e si incontra lo sguardo di Ahhotep, si viene immediatamente rapiti da questo senso di eternità, di potenza, di pervicace volontà di controllo dell’ordine cosmico.

C’è qualcosa dei reperti esposti che l'ha colpita particolarmente?
Benché si tratti di pezzi ben noti a chi si occupa di Egitto antico, una mostra come quella delle Scuderie permette di ammirarli sotto una luce nuova. Letteralmente! L’allestimento generale – sobrio, elegante, senza essere banale – e la gestione dell’illuminazione sono davvero magistrali. La stele di Micerino – in assoluto uno dei pezzi più memorabili dell’intera esposizione –, collocata nell’ultima sala, viene valorizzata da una luce che la accarezza con delicatezza, permettendo di apprezzare pienamente la tecnica scultorea di uno dei momenti più alti della produzione “artistica” egiziana.
Un altro reperto che certamente beneficia di questa esposizione è la cosiddetta “testa di sostituzione”, il cui significato religioso è ancora oggetto di discussione tra gli egittologi – una forma arcaica di rappresentazione del ba? Un modo per ingannare i demoni che si annidano nell’oscurità della Duat, vale a dire dell’aldilà, salvaguardando l’integrità del corpo del defunto? – i cui dettagli di lavorazione sono in questo contesto perfettamente leggibili, cosa che non avviene nel caso dell’esposizione permanente.

L’archeologo Zahi Hawass ha affermato che il più grande monumento mai costruito dall’Egitto non fu una piramide o un tempio, ma l’idea stessa di eternità. In che modo questa idea si percepisce lungo il percorso espositivo? Cosa ci dicono queste testimonianze del rapporto con la morte degli antichi Egizi? In che modo gli Egizi preparavano il viaggio nell’aldilà?
La mostra, avvalendosi per la sua narrazione essenzialmente di corredi funerari, ben restituisce lo sforzo di fare della morte un passaggio verso una nuova fase della vita di un individuo. Tuttavia, anche se può sembrare strano, gli Egizi non ci hanno lasciato una descrizione univoca del mondo oltremondano. I molti testi che ne trattano, alcuni dei quali possono definirsi propriamente di “geografia dell’aldilà”, sono spesso allusivi, quando non addirittura evasivi. Le contraddizioni non mancano e la nostra curiosità di conoscere i dettagli della vita di un defunto resta in gran parte insoddisfatta. Nel Nuovo Regno – che è l’epoca che, grazie all’abbondanza di fonti, conosciamo meglio – il defunto viene descritto abitare la sua tomba, ma anche viaggiare sulla barca di Ra nelle ore notturne e al contempo lavorare nei floridi campi di Iaru, ricchi di giunchi e di ruscelli. Nonostante queste incongruenze, è fuor di dubbio che lo sforzo per assicurare una vita oltre la morte sia stato caparbio e costante.
La costruzione della propria tomba è una preoccupazione di primaria importanza per chiunque abbia lo status e i mezzi per potersela permettere. Già nella VI dinastia, l’alto funzionario Weni, nell’autobiografia incisa sulle pareti del proprio sepolcro, si vanta di essere stato omaggiato dal sovrano di parti significative di esso, come gli stipiti e l’architrave in pietr
a.
Nel corso dei secoli cambia la forma della sepoltura, cambiano i testi funerari che garantiscono al defunto il passaggio nella Duat e la sua felice permanenza (di cui il cosiddetto “Libro dei Morti” è solo il più recente e il più celebre) e forse cambiano anche i rituali funerari, ma l’aspirazione a una vita eterna dopo la morte non è mai mutata.
Certo, di tanto in tanto, si sono levate anche delle voci scettiche, come quella dell’anonimo autore del “Canto dell’arpista”, il quale osserva pessimisticamente che nessuno è tornato dall’aldilà per raccontare come sia la vita dopo la morte, ma ciò non ha mutato in maniera sostanziale la complessa e costosissima “macchina” per assicurarsi una vita eterna.
Maschera funeraria d’oro di Amenemope. XXI dinastia, Terzo Periodo Intermedio, regno di Amenemope. Oro, cartonnage. Tombe reali, Tanis. Il Cairo, Museo Egizio. Photo credit: Fotografia di Massimo Listri.
Che immagine ci restituiscono del potere le tombe dei nobili e dei funzionari?
Direi che per rispondere a questa domanda sia opportuno fare un esempio concreto, a partire proprio dall’esposizione delle Scuderie del Quirinale.
Nella seconda sala l’attenzione del visitatore viene inevitabilmente catalizzata dallo splendido sarcofago antropoide esterno di Tuya, il cui sguardo ipnotico contornato di lapislazzuli è stato scelto, non a caso, come immagine rappresentativa della mostra. Insieme a suo marito Yuya, Tuya venne seppellita nella Valle dei Re, nella tomba denominata KV 46, con un corredo quasi comparabile a quello di un sovrano. Questa coppia ricevette certo un trattamento speciale, dovuto al fatto che si trattava dei genitori della “grande sposa reale” di Amenhotep III, padre a sua volta di Amenhotep IV/Akhenaton (XVIII dinastia). Quando, nel 1905, la sepoltura venne rinvenuta dall’archeologo James Quibell, questi si stupì per la ricchezza dei corredi funerari, nonostante non fosse stata del tutto risparmiata dai saccheggi.
Certo, la tomba di Yuya e Tuya rappresenta un caso eccezionale e non tutti i “nobili” o gli alti funzionari potevano ambire ad avere lo stesso trattamento, tuttavia le tombe dei personaggi di rango “replicano” in piccolo quelle dei sovrani, almeno quanto al corredo. Quello che cambia, nella maggior parte dei casi, è la selezione di scene e di testi utilizzati per decorare le pareti delle tombe e ovviamente la quantità e la qualità degli oggetti che costituivano il corredo funerario.
Per fare un esempio coevo a Yuya e Tuya, il visir Ramose – attivo sotto i regni di Amenhotep III e Akhenaton – venne seppellito nella cosiddetta Valle dei nobili, nella tomba denominata TT 55. Si tratta di un sepolcro assai imponente, la cui decorazione pittorica comprende, tra le altre immagini, scene di vita familiare – memorabile quella in cui gatti e oche si nascondono sotto le sedie dei convenuti – e una la processione funeraria, comprensiva di rituali, che accompagna proprio la deposizione di Ramose e di sua moglie. Scene quotidiane, insomma, ma che dimostrano il rango e gli onori che da questo derivano.
Un altro esempio, tanto celebre quanto efficace, anche se riguardante un personaggio di rango inferiore a Ramose, è la tomba di Kha e di sua moglie Merit, rinvenuta a Deir el-Medina da Ernesto Schiaparelli nel 1906. Basta recarsi al Museo Egizio per apprezzarne la ricchezza e per constatare che, appunto, chi ne aveva la possibilità – e il permesso – non faceva che replicare, su scala ridotta, il modello delle tombe dei sovrani.

Le opere esposte ci dicono qualcosa delle relazioni dell'Egitto con i popoli del bacino del Mediterraneo e del Vicino Oriente antico?
In verità l’aspetto del rapporto tra Egitto e Vicino Oriente non è centrale in questa esposizione, che guarda più ad intra che ad extra. Si intende mettere in risalto la coerenza del sistema religioso egiziano, anche diacronicamente, più che narrare i rapporti politici e commerciali con il Levante e il Mediterraneo.
L’ultimo pezzo della mostra, tuttavia, la cosiddetta Mensa Isiaca – l’unico reperto non proveniente dall’Egitto, in quanto realizzata, nella prima età imperiale, a Roma, ove venne rinvenuta nel Cinquecento – ci rammenta quale straordinario impatto la cultura egiziana antica abbia avuto nei secoli dell’era volgare. La Mensa Isiaca, prestata appositamente dal Museo Egizio di Torino, allo scopo di mettere in luce nel modo più efficace il rapporto tra Roma e l’Egitto, può essere considerata una delle prime manifestazioni di egittomania. È al tempo stesso l’emblema del progressivo oblio della conoscenza della lingua egiziana e del suo portato.

Alla mostra si accompagna un catalogo, edito da Allemandi in edizione italiana e inglese, a cura di Zahi Hawass. Di quali contributi si avvale? Com'è strutturato?
Il catalogo non si limita a descrivere i “tesori” in mostra, ma offre una disamina storica dell’intera civiltà egiziana.
I lettori saranno verosimilmente incuriositi in particolare dal capitolo dedicato alla cosiddetta “Città d’oro”, insediamento abitativo fondato – a quanto sembra – da Amenhotep III sulla riva ovest di Tebe e da poco scavato da un’équipe egiziana che ne ha portato in luce interi quartieri.
Le fotografie che corredano il catalogo sono di Massimo Listri e sono di grande pregio.
In ultimo va segnalato il contributo del dott. Christian Greco, direttore del Museo Egizio, il quale descrive e spiega con grande efficacia l’importanza storico-artistica, ma anche concettuale, della Mensa Isiaca, “tra storia e immaginario”.

Quale messaggio si augura possa arrivare ai visitatori della mostra?
Che ogni fase della storia egiziana è di estremo interesse, che non ci sono i Ramesse e i Tuthmosi, ma anche gli Osorkon e gli Psusennes, sovrani di origine libica a cui questa mostra presta grande attenzione.
Auspicherei anche che il visitatore uscisse incuriosito dalle sale delle Scuderie del Quirinale e che desiderasse scoprire le tante antichità egiziane che sono stabilmente presenti a Roma: le collezioni di Palazzo Altemps, dei Musei Capitolini e di quel piccolo gioiello che è il Museo Barracco, per non parlare poi dei tantissimi monumenti incastonati nel tessuto della città. Non elementi esotici, ma tangibile espressione di una fascinazione che, prima di noi, avevano subìto la Roma imperiale prima e quella medievale e rinascimentale poi.
Mostra altri Articoli di questo autore
redazione@ftnews.it
I COMMENTI RELATIVI ALL'ARTICOLO
Invia un commento alla Redazione
Email
Nome e Cognome
Messaggio
Gentile lettore, prima di inviare il Suo messaggio:

compilare il codice di sicurezza sottostante copiando l'immagine raffigurata;

CAPTCHA 
cambia codice

inserisci codice



Per pubblicare, in fondo all'articolo, il suo commento selezionare il pulsante sottostante.

Pubblicazione
  Si    solo nome
  Si    nome e cognome
  No


Grazie della collaborazione.

2014 - ftNews una testata di libera informazione.
2014 - Ftnews una testata di libera informazione senza fini di lucro e conseguentemente le collaborazioni sono fornite assolutamente a titolo gratuito.
Se vuoi collaborare con la redazione e rendere sempre pi ricchi i contenuti e accrescere la qualit del servizio offerto, inviaci articoli, segnalazioni e note per la eventuale pubblicazione. (Continua)

Iscrizione presso Registro della Stampa del Tribunale di Ancona , n. 17/2014 del 16/12/2014.