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domenica, 19 luglio 2026 05:54 |
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Dal nostro inviato
Francesca Bianchi
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Paolo Malaguti, scrittore e docente di Lettere a Bassano del Grappa (VI), ha rilasciato a FtNews un'intervista sul libro La leggenda del faggio vecchio (CAI Edizioni, 2026). Il libro è un racconto lungo, intenso e suggestivo, che accompagna il lettore nel cuore delle Dolomiti pre-industriali, tra boschi ancestrali, lavoro duro e antiche leggende. Cristoforo è un ragazzo costretto a diventare adulto troppo presto. Dopo aver conosciuto la fatica nelle miniere tirolesi dell'Impero austriaco, torna nella sua valle e diventa taglialegna. Nel bosco scopre un legame profondo con la natura, un rapporto fatto di rispetto, paura e appartenenza. Tra gli alberi ce n'è uno diverso da tutti gli altri: un faggio secolare, al centro di racconti inquietanti e credenze tramandate da generazioni. Intorno a quell'albero si intrecciano destino, superstizione e responsabilità collettiva. Quando Cristoforo sarà chiamato a scegliere, capirà che alcune decisioni non cambiano solo una vita, ma il futuro di un'intera comunità. In questa coinvolgente storia di formazione, Malaguti affronta temi universali e avvincenti: crescita, identità, rapporto tra uomo e natura, luoghi misteriosi.
Nel corso della nostra conversazione l'autore ha parlato anche del ruolo dei boschi nella vita delle comunità alpine, del cambiamento attraversato dal paesaggio montano nell'ultimo secolo, della necessità di tornare a vivere in equilibrio con l’ambiente circostante, ponendo fine allo sfruttamento violento e incontrollato delle risorse.
Prof. Malaguti, in quali circostanze è nato il libro La leggenda del faggio vecchio, pubblicato in primavera dal Club Alpino Italiano? Quali temi vengono affrontati nel libro?
Il racconto è frutto di una bella collaborazione con gli amici e le amiche di CAI Edizioni: da loro è arrivata la proposta di un racconto a tema montano e, viste altre collaborazioni già avute con la rivista del CAI, e il rapporto di stima con il direttore Andrea Greci, mi è parsa una bella occasione per cimentarmi con una forma narrativa, quella del racconto lungo, che non avevo ancora sperimentato. “La leggenda del faggio vecchio” attinge al repertorio classico delle fiabe popolari dell’arco alpino, quindi si parla di crescita, di sfide, di divieti infranti e di luoghi misteriosi.
Perché questo titolo, La leggenda del faggio vecchio? A cosa si fa riferimento con questa espressione?
Sebbene il protagonista sia un giovane soprannominato Cristoforo, nel racconto la macchina narrativa si sviluppa attorno al taglio della foresta, e in particolare attorno a un “fagheròn”, un grande faggio che nessuno, nella valle, osa tagliare, a causa di antiche leggende.
Qual è il filo conduttore del libro?
Direi che il filo principale è la crescita, la maturazione del protagonista, il suo essere in grado di partire dai propri errori per continuare ad andare avanti.
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Nella stesura di questa pubblicazione quanto si sono rivelate importanti le ricerche degli studiosi di tradizioni popolari e del folklore delle Dolomiti? A quali leggende ha attinto?
Sebbene si tratti di un racconto lungo e non di un romanzo, desideravo basare la scrittura su un repertorio di tradizioni che mi permettessero di creare una patina stilistica credibile. In parte ho continuato ad attingere a testi di tradizioni popolari e sulla civiltà rurale in Veneto, che mi sono serviti per altri romanzi. Per questo lavoro in particolare ho recuperato due libri a cui sono molto legato, prima come lettore, poi come scrittore e insegnante: “Fiabe italiane”, raccolte e trascritte da Italo Calvino, e “Le più belle leggende del Trentino”, una raccolta molto ben fatta, edita negli anni Ottanta da Manfrini Edizioni, nella quale le leggende del Trentino sono organizzate per vallate, una delle mie letture più frequenti negli anni dell’infanzia.
Si è ispirato a qualcuno per la creazione della figura di Cristoforo?
Direi che in prima battuta Cristoforo è figlio della tradizione fiabesca: è un tipo di protagonista molto presente nelle fiabe di diverse regioni, fisicamente molto forte, di umili origini, un po’ ingenuo, ma molto sveglio e coraggioso. Gli ultimi due ingredienti psicologici sono molto interessanti, perché da un lato la sua ingenuità lo porta a fare errori, dall’altro il suo coraggio lo spinge a non tirarsi indietro, creando quindi una dinamica narrativa molto serrata.
Il libro quale testimonianza offre della vita nelle Dolomiti pre-industriali? Quale ruolo hanno avuto i boschi nella vita delle comunità alpine? Quando è venuto meno tale ruolo?
Il libro ovviamente tratteggia un semplice affresco della vita nelle vallate alpine pre-industriali; non trattandosi di un saggio, non ho potuto scendere troppo nel dettaglio: c’è un’agricoltura povera, che non basta al sostentamento della comunità, e quindi c’è l’emigrazione stagionale verso luoghi più ricchi, in questo caso le miniere dell’Impero. C’è il bosco, vera e insostituibile ricchezza della comunità, ma anche spazio dell’ignoto, difficilmente dominabile, e quindi sempre un po’ temuto. Infine, come in tutte le aree laterali, c’è una resistenza più forte delle tradizioni e delle leggende: il progresso, con i suoi pro e i suoi contro, incide più lentamente, e quindi, ancora alle soglie della modernità, sopravvivono riti e credenze plurisecolari.
Direi che in linea generale questo ruolo è venuto meno quando il legno non è più stato un capitale economico necessario alla civiltà europea. Finché dalle nostre montagne venivano, lungo i fiumi, i tronchi per case, cattedrali, navi, combustibili, è chiaro che le montagne avevano una centralità che poi è in parte stata messa in discussione. Da lì è partita una “fuga” dalle terre alte, che per certi versi non si è ancora arrestata, come dimostra purtroppo lo spopolamento di diverse aree della montagna meno turistica.
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Com'è cambiato nell'ultimo secolo il paesaggio montano?
I cambiamenti a cui spesso le nostre montagne sono andate incontro sono spesso schizofrenici. Da un lato abbiamo assistito all’ingresso della modernità: strade e autostrade, dighe, poi piste da sci, impianti di risalita, strutture ricettive ipermoderne. Dall'altro, lì dove la montagna non attira turismo, assistiamo a un fenomeno inverso: case o paesi abbandonati, campi e boschi non più governati, avanzamento della macchia fin dentro i paesi, ritorno dei selvatici, con conseguenti problemi di coesistenza con le comunità umane. Come scrivo nel prologo del racconto, impressiona osservare certe foto in bianco e nero delle vallate alpine negli anni Cinquanta, in cui si vedono intere pendici a prato e pascolo, lì dove adesso c’è un bosco recente e spesso instabile, perché non governato e tutelato dalle comunità.
Per secoli l'uomo è riuscito a vivere in equilibrio con l’ambiente circostante. Perché oggi questo è sempre più difficile? In tal senso, quanto è importante riflettere sul tema del rapporto tra l'uomo e l'ambiente?
Direi che, in quanto essere vivente, l’uomo ha (o avrebbe) la necessità di stabilire un rapporto virtuoso con ogni ambiente in cui si insedia. Questo talvolta avviene, anche in montagna; le buone pratiche sono possibili, anche se complicate. Di fatto, però, nel momento in cui il nostro paradigma di riferimento è quello della società dei consumi, è ovvio che il modello dell’economia di montagna risulta “perdente” in partenza, poco attrattivo, controcorrente. È quello che per decenni è accaduto in agricoltura e nell’allevamento: se una tipologia di grano rende di più, uso quella per avere più farina; se una tipologia di bovino rende più latte o cresce più in fretta, perché tenere le razze locali, che danno meno latte e meno carne? Per fortuna negli ultimi trent’anni sono sempre più frequenti i tentativi di recupero di bio-specificità: anche grazie a una sensibilità maggiore tra gli acquirenti, si cerca di puntare alla qualità e non solo alla quantità. Nel merito dell’importanza del rapporto uomo-ambiente, mi pare che ogni anno ci arrivino campanelli d’allarme che ci aiutano a capire quanto sia pericoloso continuare con un modello di sfruttamento delle risorse violento e impattante. Poi, va da sé, c’è sempre chi la pensa in un altro modo, e nonostante si registrino ogni anno nuovi record di temperature in alta montagna e di velocità di riduzione dei ghiacciai alpini, molte persone (e molti decisori politici) preferiscono minimizzare, arrivando a dire che il riscaldamento globale non esiste.
Quale insegnamento possiamo trarre oggi dalla storia raccontata ne La leggenda del faggio vecchio? Quale messaggio si augura possa arrivare ai lettori?
Quando scrivo un romanzo o un racconto, la prima speranza è che i lettori possano divertirsi e provare piacere nella lettura, al di là degli insegnamenti. Nello specifico de “La leggenda del faggio vecchio”, direi che alcuni temi forti sono quelli della responsabilità nelle scelte che si fanno, del coraggio di non tirarsi indietro, della capacità di entrare con rispetto e affetto negli ambienti che ci ospitano, consapevoli di essere sempre in qualche modo ospiti temporanei del mondo che abitiamo: c’era prima che nascessimo e, grazie a Dio, continuerà ad esistere dopo la nostra morte.
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