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venerdì, 06 marzo 2026 12:01 |
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Dal nostro inviato
Francesca Bianchi
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FtNews ha intervistato Beatrice Del Bo, docente di Storia economica e sociale del Medioevo e Didattica della storia all’Università degli Studi di Milano. La studiosa, autrice del saggio Tutto in una notte. Una storia insonne del Medioevo (il Mulino, 2026), ci guida in un viaggio notturno e insolito attraverso case, monasteri, botteghe, campi di battaglia e taverne, raccontando una notte medievale tutt’altro che vuota o silenziosa, molto più affascinante di quanto siamo abituati a immaginare. Le città e i villaggi sono vivi, illuminati da lanterne, torce e falò. Le persone lavorano, pregano, festeggiano e tessono relazioni e alleanze politiche. Le notti sono il palcoscenico per amori segreti e letture appassionate o devote, per feste chiassose e viaggi avventurosi, furti e inganni, ubriacature e miracoli. Anche quando il sonno prende il sopravvento, la quiete è solo apparente: il buio si popola di suoni e rumori che si infiltrano nei sogni, a volte trasformandoli in incubi.
Recentemente per il Mulino editore è uscito il suo ultimo libro, intitolato Tutto in una notte. Una storia insonne del Medioevo. Com'è nata l'idea di scrivere un libro sulla notte medievale?
Da un dialogo con la mia editor, Francesca Bertuzzi, durante un pranzo bolognese: le piaceva l’idea di raccontare la vita quotidiana, considerato che i due libri precedenti contenevano già “quadri” di interni ed esterni medievali. Avevo descritto, per esempio, in maniera dettagliata le spezierie, non soltanto dal punto di vista estetico e materico, dai contenitori ai prodotti, agli arredi, ma anche la clientela, il titolare e gli apprendisti, i colori e gli odori. Il colpo di genio – suo –, però, è stato immaginare non un libro che raccontasse una giornata nel Medioevo, ma una notte, senza nemmeno avere, forse, la piena consapevolezza di quanto fossero vive e popolate le ore dopo il tramonto. Infatti, se con il libro "L’età del lume" era ormai chiaro che dell’illuminazione se ne servissero in tanti, nemmeno io avevo idea di quante persone di notte fossero sveglie e attive. Il pregiudizio condiviso di una notte medievale silenziosa, buia e terrorizzante, in parte, aveva influito persino su di me!
Lei parla di una storia insonne del Medioevo. Cosa succedeva nelle notti medievali? In particolare, cosa avveniva nelle taverne medievali?
Le taverne sono la mia ambientazione notturna preferita, perché sono luoghi che ospitano decine di persone diverse per estrazione e collocazione sociale, dal piccolo artigiano al condottiero, dal grande mercante forestiero al salariato, impiegato nella cernita degli stracci per produrre la carta, dall’eretico al pittore. Sono ambienti in cui ci si rilassa, ci si diverte, si mangia, si beve, soprattutto, e si può parlare di politica con persone di cultura, provenienza e appartenenza sociale diversa, senza timore di essere “denunciati”.
Persino i preti frequentano questi luoghi di svago, perché il vino favorisce la stesura di prediche più efficaci, a detta loro. Gli eretici trovano nell’oste, spesso, un uomo interessato ai fermenti religiosi non ortodossi. E, poi, l’offerta enogastronomica è pensata per tutte le tasche: vini di ottima qualità, come la malvasia, accanto a vinelli di fresca spremitura; carne per chi ha denaro a sufficienza, altrimenti una polentina di cereali andrà benissimo e così via. Esistono persino già i menù a prezzo fisso e quelli per bambini, perché anche donne e minorenni si siedono a tavola in questi ambienti. Si gioca d’azzardo, spesso rimettendoci, come sintetizza bene il detto “il gioco non vale la candela”, con riferimento al costo elevato dell’illuminazione e all’importanza di vincere almeno abbastanza da ripagare le candele. Sono decine i giochi proibiti, a cui però molti giocavano senza farsi troppi scrupoli. Oltre a bere vino a volontà, o, meglio, grazie a quello, in osteria si parla spesso di politica, poiché si condividono con altri insoddisfazioni e lamentele o, semplicemente, commenti sul governo e sulle tasse o sulle condizioni salariali oppure sulla partecipazione all’amministrazione della città. La taverna era un vero e proprio circolo politico. È nella “Cella del Ciardo”, a Firenze, che si progetta una delle rivolte più note di tutta l’età medievale, quella dei lavoratori non specializzati della Lana, i Ciompi, nel 1378, che ebbe successo sugli inizi, ma dopo un mese fu repressa nel sangue.
Nei monasteri, invece, come trascorreva la notte?
Direi che dipende dal monastero. In quello di San Gallo, tra preghiere e controlli: nei monasteri maschili si teme la pratica dell’omosessualità, considerata la coabitazione di tanti giovani, per cui di notte, per esempio, non si può andare in bagno senza essere accompagnati da un religioso “guardiano” con un lume. Le campane fungono da sveglia per invitare i monaci a partecipare agli uffici divini che si celebrano fra la tarda notte e l’alba. In altri cenobi, come quello di San Salvatore di Cremona, la situazione sembra diversa, almeno stando alle testimonianze raccolte in occasione di un processo voluto dal vescovo contro la badessa Tolomea. Pare che le monache, per esempio, levatesi dal letto – di piume e non l’umile pagliericcio dove dovrebbero dormire -, suonassero le campane del Mattutino, ma poi, anziché andare in chiesa a pregare, ritornassero sotto le coltri a dormire. Le sorelle, inoltre, e soprattutto la badessa avevano una condotta di vita deprecabile, anzi, dice qualche testimone che fossero “le peggiori meretrici – come elegantemente scrive il notaio – del mondo”. Avevano rapporti sessuali dentro e fuori dal chiostro con religiosi, aitanti medici, aristocratici, ortolani e suonatori di liuto, e pure tra loro. Al chiaro della Luna ascoltavano le dolci melodie del giovane Luca, un vicino di casa particolarmente desiderato.
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Giovanni di Paolo di Grazia, San Nicola da Tolentino salva una nave da un naufragio, 1455, Museum of Art, Philadelphia.
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Da dove deriva la credenza negativa della notte medievale? Perché nei secoli è stata costruita l'immagine pericolosa delle notte medievale?
Dall’immagine del Medioevo che ci è stata tramandata dalla fiction, intendo da “Biancaneve e i sette nani”, passando per “Il nome della rosa”, sino a “Game of Thrones”, dove le ambientazioni notturne la fanno da padrone e ospitano avvelenamenti e assassinii. Queste narrazioni hanno pesato moltissimo sulla costruzione di un immaginario collettivo riguardante il Medioevo completamente "dark", in cui la notte era esclusivamente vista come contenitore di nefandezze e crimini. Di certo la normativa medievale, che puniva con il doppio dell’ammenda i reati commessi di notte rispetto a quelli perpetrati di giorno, mirava a dissuadere le persone a uscire la notte, ma non stava a indicare che l’oscurità fosse l’ambientazione della maggior parte dei crimini. Anzi, ancora oggi è il giorno il momento in cui si commettono la stragrande maggioranza dei reati. Ma per i governi disporre di guardie e di officiali che controllino cosa succede durante il buio è assai difficile, quindi meglio puntare sui divieti di uscire e sulla paura delle punizioni, per dissuadere le persone dal muoversi di casa. Senza molto successo. Molto ha influito sulla percezione negativa della notte la Chiesa cattolica, che ha stabilito che le tenebre fossero il Regno di Lucifero, antagonista della Luce, cioè di Dio.
Qual è il pregiudizio sulla notte medievale più difficile da sradicare?
Quello a cui accennavo, cioè che la notte non è più pericolosa del giorno, soprattutto dal punto di vista della criminalità. Certo che per le autorità è più difficile controllarla, ma la paura del buio è stata una costruzione sociale o psicologica, poiché l’essere umano ha soltanto due paure innate, cioè le grandi altezze e i rumori forti, non il buio. Inoltre, è anche molto diffusa la credenza che la gente del Medioevo andasse a letto “con le galline”, perché era vietato uscire e perché non avevano illuminazione, come molti storici e storiche hanno scritto nelle loro pagine. E pensare, invece, che c’erano attività manifatturiere 24 ore su 24 – come le tintorie, le spezierie di turno, le fonderie di campane, chi lavorava i metalli, e i mastri vetrai di Murano – e persone impegnate a casa a cucire, filare, tessere, leggere e scrivere.
Nei villaggi di campagna la notte aveva caratteristiche diverse rispetto alla notte in città?
La notte era forse più buia rispetto alle città, dove le persone erano obbligate a esporre un lume sulla finestra per contribuire all’illuminazione della strada. Ma non dobbiamo dimenticare che c’era la Luna, che era la luce per eccellenza della notte medievale. Erano meno le attività artigianali attive, ma si nasceva e moriva anche in campagna di notte e quindi levatrici e preti dovevano accorrere comunque. Medici e guardie erano al lavoro in qualsiasi luogo e pure in campagna si usciva volentieri per raggiungere la taverna del borgo o lungo una strada. Si cantava e ballava anche lì e si faceva l’amore, che di notte sarebbe vietato fare.
Qual era il passatempo più in voga nelle notti medievali?
Giocare, che fosse d’azzardo o a scacchi oppure all’antenato del "backgammon". Gli scacchi, tra l’altro, non erano un passatempo per ricchi e aristocratici, ma per tutti, uomini e donne e, di giorno, pure per i bambini. D’azzardo si giocava ovunque, dalle taverne alle piazze e, per quanto fosse vietato, era talmente diffuso che le autorità molto probabilmente chiudevano un occhio, anzi giocavano anche loro. Erano molto apprezzate la musica e la danza, praticate o fruite da tutti i livelli sociali: gruppi di musici, ma anche di giullari e giullaresse, allietavano tanto gli avventori e le avventrici di una locanda quanto gli ospiti di un aristocratico banchetto nel palazzo del signore della città. Le nobildame imparavano a danzare, ma anche le donne del popolo si divertivano a farlo e pure le monache del monastero di San Salvatore, o almeno così dichiarano alcuni testimoni al processo…
Che rapporto avevano gli uomini del Medioevo con il cielo notturno?
Erano molto affascinati dal cielo, che non conoscevano bene, e abituati più di noi ad “alzare gli occhi al cielo” in cerca di stelle e pianeti, per interpretarne le indicazioni, anche attraverso i segni astrologici. Dante era un grande appassionato di astronomia, per esempio, e la Luna e le stelle sono vere protagoniste della sua opera più celebre, la Commedia.
Si riteneva che la Luna governasse in certo qual modo le attività umane, per cui si doveva fare caso alle fasi lunari quando si doveva seminare un campo – lo si fa ancora oggi -, ma anche quando ci si doveva tagliare i capelli – non con la Luna nuova, neppure in Gemelli, Vergine, Sagittario o Pesci – o dettare testamento.
La luna e le stelle guidano i marinai e illuminano il cammino a chi è impegnato in qualche assalto militare a castelli e città nemiche. I lupi la celebrano ululando o, forse, siamo noi che ce li immaginiamo così, per consolidare quella paura e del buio e dei lupi, anche questa figlia di una narrazione distorta.
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Giovanni Bellini, Orazione nell’orto, 1459, National Gallery, London.
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Com'era il sonno medievale? Ci sono differenze tra il sonno medievale e il sonno odierno?
Era un dormire frammentato, di solito diviso in due fasi di qualche ora ciascuna, intervallato da un periodo di veglia. La posizione nel letto – che era più corto rispetto ai nostri, ma più largo perché ospitava più di una persona – era più seduta che sdraiata e, non ci immagineremmo mai, che si andava a letto nudi, tranne che per la testa che era coperta con una cappellina da notte, per gli uomini, e un velo apposito, per le donne. Dormire bene era un’esigenza molto sentita anche allora, tanto che l’insonnia era considerata una vera e propria malattia, per la quale esistevano già all’epoca dei preparati a base di erbe alcaloidi. Se si voleva male a qualcuno gli si augurava la “mala notte”, cioè di non chiudere occhio o dormire male, divorati dalle preoccupazioni. I bisogni fisiologici erano di solito espletati in contenitori conservati sotto il letto che venivano svuotati al mattino ed era bene, la sera, ricordarsi di spegnere il fuoco e tutti i lumi, per accertarsi che non divampassero incendi, come consigliava Paolo da Certaldo nel suo manuale di buoni costumi e l’autore anonimo francese di un volumetto di suggerimenti per la giovane moglie.
In che modo è riuscita a ricostruire in maniera così scrupolosa e dettagliata l'immagine della notte medievale? A quali fonti ha attinto? Quanto è durato il suo lavoro di ricerca?
In un anno circa di ricerca e scrittura, ma mettendo a frutto ciò che avevo già studiato per il volume a cui accennavo, “L’età del lume”, sono riuscita a farmi un’idea più precisa e realistica della notte medievale, rispetto a quella che avevo fino ad allora, per quanto già sapessi che si trattava di una fase della giornata tutt’altro che silenziosa e vuota. Sono state soprattutto le fonti diaristiche ad aiutarmi molto a immaginare come la notte fosse vissuta: non con paura, ma sfruttandola, per esempio, per i viaggi che sotto la luce del Sole estivo sarebbero stati insopportabili, oppure per gli attacchi militari di sorpresa, o per divertirsi giocandosi forti somme con altri appassionati di zara o di chissà che altra attività ludica vietata, come ci racconta un ricco e potente fiorentino, Bonaccorso Pitti.
Le Leggi municipali, le cronache delle città, agiografie e processi per la canonizzazione – riuscita oppure no – di Nicola da Tolentino, Chiara da Montefalco e così via, o per la condanna di presunte streghe mi hanno fatto conoscere i tortuosi meandri della psiche umana, tra condizionamenti insoffribili e convinzioni indotte, laddove sono rigorosamente ambientati di notte sia i miracoli sia i sabba. L’arte mi ha svelato la grandezza dei pittori medievali che erano visionari più dei contemporanei e ritenevano che non fosse necessario dipingere il buio nei toni del nero o del blu scuro, ma semplicemente evocarlo con qualche riferimento materiale: una fiaccola, per esempio, come quelle impugnate dai soldati mentre catturano Gesù nell’orto dei Getsemani. E molto altro che non vi racconto, così leggerete il libro!
Quale messaggio si augura possa arrivare ai lettori di Tutto in una notte. Una storia insonne del Medioevo?
Che il Medioevo è molto diverso da come pensate che sia e che c’è ancora tanto da scoprire di quell’età che non è mai stata buia, né in senso metaforico né concreto. Nel Medioevo di notte si vegliava e si lavorava, si pregava e si combatteva, si nasceva e si ballava, si cenava e si leggeva. Certo, si dormiva pure. E menomale!
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