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Le antiche civiltà del Turkmenistan in mostra ai Musei Capitolini

venerdì, 03 aprile 2026 06:16

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Gonur-tepe, statuina antropomorfa, terracotta, seconda metà del III-inizi del II millennio a.C., Local History Museum, Mary.
Dal nostro inviato
Francesca Bianchi
Fino al 12 aprile 2026 le sale di Palazzo dei Conservatori ai Musei Capitolini ospiteranno la grande mostra archeologica Antiche civiltà del Turkmenistan, curata da Claudio Parisi Presicce, Barbara Cerasetti, Carlo Lippolis, Mukhametdurdy Mamedov. Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con il Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, la mostra è realizzata in collaborazione con il Ministero della Cultura del Turkmenistan, l’ISMEO - Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente, il CRAST (Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l'Asia) e l’Università degli Studi di Torino. Organizzazione di Zètema Progetto Cultura.
Crocevia di antiche civiltà, il Turkmenistan è un Paese ricco di significati storici e archeologici, tra i più complessi ed espressivi dell’Asia Centrale. Grazie alla sua posizione strategica tra la Mesopotamia, l’altopiano iranico e la Valle dell’Indo, fin dal III-II millennio a.C. il Turkmenistan ha rappresentato un nodo cruciale lungo le principali rotte commerciali che collegavano Oriente e Occidente. Questi scambi non riguardavano solo il trasporto di beni di prestigio, ma anche la circolazione di idee e conoscenze tecniche.
L'esposizione ospita oltre 150 capolavori archeologici provenienti dalla Margiana protostorica (III-II millennio a.C.) e dall’antica Partia, in particolare dal sito di Nisa (II secolo a.C.-I secolo d.C.), un importante centro urbano e cerimoniale. La prima sezione è dedicata alla Margiana dell’età del Bronzo, mentre la seconda sezione ripercorre un altro importante capitolo della storia antica turkmena: quello del Regno, poi divenuto Impero, dei Parti. Si tratta di un'occasione unica per ammirare alcuni preziosi capolavori mai esposti fuori dal Turkmenistan, come le teste di sovrani o guerrieri in argilla cruda, le collane in oro e pietre semipreziose da Gonur e Adji Kui e i rhyta (corni per bere e per versare) in avorio riccamente decorati da Nisa.
In una ricca intervista rilasciata a FtNews, la dott.ssa Barbara Cerasetti e il prof. Carlo Lippolis, rispettivamente direttrice del Progetto TAP - Togolok Archaeological Project, nella regione del fiume Murghab, e direttore della missione archeologica italo-turkmena a Nisa partica, accompagnano i lettori alla scoperta del ricco percorso espositivo.

Dott.ssa Cerasetti e prof. Lippolis, fino al 12 aprile Palazzo dei Conservatori ai Musei Capitolini ospiterà Antiche civiltà del Turkmenistan, una grande mostra archeologica nell'ambito della quale sarà possibile ammirare una ricca collezione di opere provenienti dalla Margiana protostorica e dall’antica Partia. Come e con quali finalità è nata questa esposizione?
La mostra affonda le sue radici in una collaborazione scientifica che dura da oltre trent’anni tra istituzioni turkmene – in particolare il Ministero della Cultura – e importanti enti di ricerca e istituzioni italiani, come l’Università di Torino, il Crast e l’ISMEO, e che coinvolge anche altre istituzioni straniere. Il progetto della mostra prende forma grazie ad un accordo tra il Ministero della Cultura del Turkmenistan e la Sovrintendenza Capitolina di Roma, con il sostegno dell’Ambasciata d’Italia in Turkmenistan.
La mostra, attraverso reperti provenienti da siti archeologici in cui operano o hanno operato missioni italiane, accompagna il visitatore alla scoperta delle uniche due missioni archeologiche italiane attualmente attive in Turkmenistan. Le loro ricerche si concentrano su civiltà molto lontane nel tempo, ma entrambe fondamentali per comprendere la storia del Paese e dell’intero continente eurasiatico. Nonostante le differenze cronologiche, le due civiltà condividono diversi punti in comune, in particolare l’intensità dei contatti culturali e la presenza di reti di commercio interregionale, aspetti che si percepiscono con chiarezza lungo tutto il percorso espositivo.

Antiche civiltà del Turkmenistan è un'occasione unica per ammirare alcuni preziosi capolavori mai esposti fuori dal Turkmenistan, come le teste di sovrani o guerrieri in argilla cruda e i rhyta in avorio riccamente decorati. Come è strutturato il percorso espositivo?
Il percorso espositivo si apre con un ingresso introduttivo, dove una mappa e un video accompagnano il visitatore a orientarsi e a entrare nel cuore della mostra. Da qui, l’esperienza si articola in due sale dedicate ai materiali della Margiana dell’età del Bronzo (III-II millennio a.C.), organizzati per temi – dal commercio alla vita quotidiana, fino alla religione e alla spiritualità – per offrire una lettura chiara e coinvolgente di questa antica civiltà.
La terza sala conduce in un’epoca diversa, ospitando i reperti di Nisa Vecchia, una delle prime fondazioni dei Parti/Arsacidi, databile tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C., e restituendo al visitatore uno spaccato di grande rilevanza storica e culturale.
Nisa Vecchia (Casa Quadrata), rhyton con terminale a leogrifo, avorio, II sec. a.C.-I d.C., State Museum, Ashgabat
Potete svelarci qualche dettaglio in merito alle opere più note che sarà possibile ammirare?
Margiana protostorica. Nelle prime due sale lo sguardo del visitatore viene subito catturato da una ricca selezione di oggetti di grande fascino. Tra questi, spicca la vetrina dedicata alla glittica: sigilli realizzati in lega di rame, steatite e clorite che aprono una finestra sulle credenze religiose e sulla spiritualità di una società complessa e stratificata. Per ricostruire il pensiero religioso di una cultura priva di scrittura, nel caso della Margiana protostorica è proprio la cultura materiale – proveniente in gran parte da contesti funerari – a farsi portavoce di un sistema di credenze articolato e profondo.
Un altro nucleo particolarmente significativo è quello legato all’espressione dello status symbol oltre la morte. Qui emergono elementi che riguardano sia il mondo femminile sia quello maschile delle élite: gioielli, vasi in oro e raffinati flaconi in steatite e clorite raccontano il prestigio sociale anche nell’aldilà. Tra i reperti più suggestivi, si distingue il cosiddetto “corredo del guerriero”, un pettorale su base lignea decorato con tessere musive e perline in pietra, accompagnato da armi in lega di rame. Un insieme che restituisce, in modo potente, l’identità e il ruolo di chi lo indossava all’interno di questa affascinante civiltà.
Nisa partica. Nella sala dedicata a Nisa Vecchia gli oggetti che raccontano meglio di altri l’incontro tra culture diverse sono sicuramente i rhyta e le teste in argilla. Appena entrato, il visitatore si trova di fronte a due straordinari rhytin avorio, corni utilizzati probabilmente durante banchetti cerimoniali per versare e mescolare vino e acqua. Si tratta di manufatti di altissima qualità, decorati con motivi di chiara matrice greca – dai dodici dei dell’Olimpo alle fatiche di Eracle, fino ai thiasoi dionisiaci – che però sono da considerare come semplice "imitazione" di modelli stranieri. Al contrario, questi elementi sono rielaborati e reinterpretati, mescolandosi a temi più propriamente iranici e centroasiatici, secondo i nuovi significati che gli Arsacidi, signori dell’Oriente, intendevano esprimere.
Sempre all’ingresso della sala, sulla destra, lo sguardo è catturato da tre imponenti teste in argilla cruda di dimensioni superiori al naturale. Anche qui emerge con forza il dialogo tra mondi: se da un lato l’iconografia e lo stile delle teste rimandano al linguaggio formale greco, dall’altro questa specifica tecnica di realizzazione e il materiale usato (argilla cruda) sono profondamente radicati nella tradizione locale.

Che immagine ci forniscono della civiltà che le ha prodotte e dell’ambiente sociale, economico, culturale e religioso di un Paese crocevia di antiche civiltà?
È una domanda complessa, che meriterebbe ben altro spazio per essere approfondita. Tuttavia, alcuni elementi chiave emergono con chiarezza. Per quanto riguarda la Margiana dell’età del Bronzo, ci troviamo di fronte a una società fortemente stratificata e di tipo piramidale, caratterizzata da grandi disponibilità di ricchezza, ben visibili nei corredi funerari esposti in mostra. Tale ricchezza proveniva, da un lato, da una produzione artigianale locale estremamente sviluppata, dall’altro, da intensi scambi commerciali a lunga distanza che collegavano la regione alla Mesopotamia e all’altopiano iranico verso occidente, e alla Valle dell’Indo verso oriente. Tra i manufatti più significativi spicca ancora una volta la glittica: sigilli e amuleti in steatite, clorite o lega di rame che, attraverso raffigurazioni di draghi, serpenti e divinità celesti e ctonie in perenne conflitto, restituiscono l’immagine di una religione complessa e di una spiritualità profondamente radicata nel mondo terreno, anche oltre la morte.
Accanto a questa dimensione più élitaria, emerge anche il quadro della vita quotidiana. La maggior parte della popolazione viveva, infatti, di un’economia di sussistenza, basata su agricoltura, pastorizia e pesca nei canali locali, risorse fondamentali in un territorio ormai segnato da un progressivo inaridimento climatico. Già dalla fine del III millennio a.C., infatti, l’area del delta interno del fiume Murghab – la Margiana delle fonti classiche, nell’attuale Turkmenistan meridionale – e più in generale l’Asia Centrale, erano interessate da trasformazioni ambientali significative.
Spostandoci a Nisa partica, il quadro cambia radicalmente. Qui siamo di fronte ad una cittadella reale a funzione cerimoniale: ciò che vediamo in mostra è quindi, in larga parte, un’arte di corte, espressione diretta della dinastia degli Arsacidi. Un’arte che racconta molto della loro ideologia politica, della loro affermazione sulla scena geopolitica e del modo in cui si confrontavano con i grandi imperi del passato e del loro tempo.
Allo stesso modo, Nisa Vecchia non era solo un centro simbolico e cerimoniale: ospitava anche magazzini destinati alla raccolta delle derrate alimentari, che a Nisa affluivano come tributi alla corona. Più che delineare un sistema economico nel suo complesso, queste strutture ci offrono uno spaccato concreto sulle merci in circolazione – vino, aceto, olio, farina – e sulle pratiche amministrative che ne regolavano la gestione.
Gonur-tepe (Necropoli Reale, Tomba 1799), statuetta composita, steatite nera e marmo bianco, seconda metà del III-inizi del II millennio a.C., State Museum, Ashgabat
Cosa ci dicono delle relazioni dell’arte arsacide con i mondi ellenistico, iranico-centroasiatico e delle steppe?
Anche in questo caso, si tratta di un tema che richiederebbe ben più spazio per essere affrontato in modo esaustivo. L’arte di Nisa rappresenta, infatti, un esito particolarmente affascinante: il risultato di un equilibrio armonico tra tradizioni e correnti culturali diverse, che nel corso dei secoli precedenti si erano progressivamente incontrate e intrecciate. Da un lato, si riconosce l’eredità della tradizione achemenide e, più in generale, del mondo iranico, sia sul piano culturale sia su quello politico-sociale. Dall’altro, emerge con forza il linguaggio greco, giunto in Asia in seguito alle conquiste di Alessandro Magno, che introduce nuovi modelli formali e iconografici. A questi elementi si aggiunge un ulteriore livello, più profondo e antico: quello dei legami con il mondo delle steppe eurasiatiche, che rimandano a rapporti di lunga durata – o persino a origini comuni – e contribuiscono a definire l’identità complessa e stratificata di questa produzione artistica.

Che ruolo ha giocato il Turkmenistan lungo le principali rotte commerciali che collegavano Oriente e Occidente? Un ruolo di assoluta importanza. Se guardiamo al periodo dell’età del Bronzo, la Margiana protostorica – insieme al Turkmenistan meridionale – si configura come uno dei principali snodi di quella che gli studiosi definiscono una sorta di “Via della Seta” preistorica. Non è un caso che proprio qui si sviluppi il cosiddetto , oggi più frequentemente indicato come Greater Khorasan Civilization: un fenomeno culturale che, tra il III e il II millennio a.C., ha messo in connessione l’intera Asia Centrale e le regioni circostanti. In questo contesto, la Margiana non era soltanto un punto di passaggio commerciale, ma un vero crocevia di scambi: non solo merci, ma anche tecnologie, idee e tecniche artigianali sempre più sofisticate circolavano lungo queste reti, contribuendo a plasmare una cultura dinamica e aperta. In epoca partica, il quadro si evolve, ma resta altrettanto significativo. È proprio in questi secoli, infatti, che si consolida quel sistema di arterie di comunicazione che in seguito verrà battezzato come “Via della Seta”. I Parti svolgono un ruolo cruciale, controllando l’intero tratto centrale di questo vasto circuito commerciale, dall’Eufrate fino alla Margiana, e ponendosi, così, come protagonisti di uno dei primi veri sistemi di scambio su scala globale.

Quali sono le tappe più importanti della storia antica turkmena? Più che individuare singole tappe decisive, è forse più corretto parlare di un lungo e articolato processo di formazione. Un percorso che, nel corso dei millenni, ha dato vita a una civiltà complessa e stratificata, capace di evolversi senza perdere la propria identità. È proprio da questa continuità che nasce un Paese affascinante, caratterizzato da una storia profondamente radicata e da una forte e consapevole indole nazionale.

Cosa ha rappresentato per il Turkmenistan il Regno, poi divenuto Impero, dei Parti? I Parti diedero vita a uno degli imperi più longevi della regione – forse il più duraturo – capace di estendersi per ben cinque secoli. Si tratta, infatti, di un’epoca decisiva non solo per i territori dell’attuale Turkmenistan, ma per l’intero mondo euroasiatico. In questi secoli si consolida un contatto diretto e prolungato tra Occidente – il Mediterraneo – e Oriente, dando vita a un sistema di relazioni senza precedenti.
Non si tratta solo di incontri geografici, ma di scambi profondi: si sviluppano i commerci, si diffondono religioni, si introducono e circolano nuove tecniche produttive. Un processo che contribuisce a trasformare radicalmente gli equilibri culturali ed economici di un’area vastissima, lasciando tracce durature nella storia.

Cosa l'ha colpita dei tanti reperti esposti?
Come curatori, il nostro obiettivo non è tanto sorprendere o “colpire” il visitatore, quanto stimolare domande, curiosità e riflessione. Troppe volte si sente parlare di “tesori e meraviglie”, come se bastassero a raccontare una civiltà.
Noi speriamo che questa mostra vada oltre l’impressione immediata: desideriamo che spinga chi la visita ad approfondire questi periodi – protostorico e storico – e a conoscere più a fondo queste splendide civiltà. Spesso, infatti, le risposte alle sfide del presente si trovano proprio nel passato.

Nelle fonti greche troviamo qualche riferimento alle antiche civiltà del Turkmenistan?
Esiste un’ampia serie di fonti classiche sui Parti, soprattutto greche e latine, visto che per secoli i Parti furono rivali di Roma sul fronte orientale. Tuttavia, la maggior parte di queste testimonianze è intrisa di stereotipi: i Parti vengono spesso descritti come nomadi o seminomadi, provenienti dalle steppe, e dunque considerati “barbari” rispetto ai Greci o ai Romani, percepiti come i popoli "civilizzati" per eccellenza.
Oggi sappiamo che queste fonti non vanno prese alla lettera. Vanno lette con cautela, perché il ritratto che offrono dei Parti non è né oggettivo né neutrale: si tratta di una visione filtrata dagli interessi e dai pregiudizi di chi scriveva dall’altra sponda del mondo antico.

Quale messaggio vi augurate possa arrivare ai visitatori della mostra?
Ci auguriamo di suscitare nei visitatori una profonda curiosità e un sincero rispetto per un Paese che oggi si apre al mondo: un vero crocevia di culture, dove tradizioni diverse si sono incontrate, dando vita a una cultura materiale ricca di storia e di straordinario valore, proveniente da una parte del mondo ancora poco conosciuta.
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