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Il linguaggio dei simboli: Oggetti che parlano senza spiegare

domenica, 10 maggio 2026 06:56

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Vita Maria Minò

La materia che si fa voce
«Ci sono porte che non si vedono. Eppure, una volta attraversate, cambiano tutto».
Abbiamo attraversato lo spazio: una stanza separata dal mondo, costruita per orientare il corpo e il tempo. Ma lo spazio, da solo, è solo un contenitore. Il cuore del racconto batte negli oggetti che lo abitano.
Strumenti apparentemente semplici che, una volta varcata la soglia, iniziano a parlare un linguaggio senza parole

Niente è ciò che sembra
Al primo sguardo, non colpiscono. Sono oggetti comuni, quasi discreti, appoggiati con un ordine che sembra casuale e invece è matematico. Una squadra, un compasso, una spada, una luce.
Nulla che, fuori da questa stanza, attirerebbe l'attenzione in un mercatino dell'usato.
«Se li guardi con gli occhi di fuori, non vedi niente», avverte Andrea. Non è una provocazione, è un fatto.
Qui la squadra non misura il legno e il compasso non serve a disegnare cerchi sul quaderno. La spada non cerca carne da tagliare.
«Carl Gustav Jung li chiamava archetipi», spiega Andrea mentre osserva un piccolo attrezzo sul tavolo. «Diceva che sono forme antiche, sedimentate nella parte più profonda di noi. Non sono "cose", sono immagini che parlano direttamente all'inconscio.
Quando vedi una squadra, il tuo cervello profondo non pensa alla geometria; pensa alla rettitudine. È un dialogo che avviene sotto la soglia della coscienza».

La Squadra e il Compasso: Il rigore e l'infinito
Andrea indica la squadra: due linee che si incontrano in un angolo retto, perfetto.
«Serve a raddrizzare», dice. Ma non parla di metallo o pietra, bensì del carattere. È il limite necessario, la regola che dà forma al caos.
Versione restaurata dei Vessels of Hermes riportata allo stile delle tavole alchemiche del primo Settecento, con colori seppia, simboli ermetici e struttura simmetrica tipica degli album alchemici tedeschi dell’epoca.
Poi passa al compasso. A differenza della squadra, il compasso non è fisso. Si apre. Traccia un confine, ma è un limite mobile. «Decidi tu quanto allargarti, ma devi sapere dove piantare la punta per non perdere il centro».
Qui Andrea evoca un maestro dell'esoterismo, Oswald Wirth: «Wirth diceva che la squadra è la materia, ciò che è denso e fisso. Il compasso è lo spirito, ciò che è libero.
Usarne uno solo significa sbilanciarsi: troppo rigore, o troppa fuga. Se li incroci, se impari a farli dialogare, allora inizi a costruire te stesso».

La Spada: Recidere l’illusione
La presenza della spada è quella che sorprende di più. Non ci sono battaglie in questa stanza, eppure il ferro è lì, lucido.
«Non è puntata contro qualcuno», chiarisce Andrea. «Serve a separare. In un mondo dove tutto è mescolato, la spada Serve a separare ciò che è vero da ciò che è falso dentro di te. È un atto di chirurgia interiore».
Gli accenno che questo rigore somiglia a quello dei maestri di Katana giapponesi. Andrea sorride: «È lo stesso principio. In Oriente dicono che non è l'uomo a impugnare la spada, ma la spada a correggere l'uomo attraverso il Katsujinken, la spada che dà la vita. Non uccide il nemico fuori, ma l’ego dentro. Cambiano le latitudini, ma la sete di verità usa gli stessi strumenti».

La Luce e il "Dito puntato"
E poi c'è la luce. Una candela, un punto preciso nel buio. Non serve a illuminare a giorno la stanza, ma a creare un punto focale.
«Se vedi tutto, non stai guardando davvero», mormora Andrea. «La luce qui non serve a eliminare il mistero, ma a darti una direzione per attraversarlo».
Nel Buddismo Zen esiste un’immagine antica: il dito che indica la luna. Il problema, dice Andrea, è che quasi tutti finiscono per fissare il dito, come recita un proverbio: Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito.
«Il simbolo non è la verità», aggiunge Andrea, «è solo il segnale che ti dice che sei sulla via giusta».
Un linguaggio che non si traduce
La tentazione moderna è quella di ridurre tutto a un dizionario: Squadra uguale Moralità, Compasso uguale Equilibrio. Luce = conoscenza. Ma queste equivalenze sono una trappola che uccide il simbolo.
«Se te lo spiegano troppo bene, probabilmente è la spiegazione sbagliata», avverte Andrea. «Il simbolo non è una risposta da imparare a memoria, è una direzione verso cui camminare».
È una logica capovolta rispetto a quella quotidiana. Fuori, se fai una domanda, pretendi una risposta rapida. Qui, la risposta è il gesto stesso. È un linguaggio che non si studia sui libri: si abita.
Significa imparare a tenere insieme gli opposti: la precisione della regola e il dubbio del ricercatore, la luce della ragione e l'ombra del mistero.

Usarli, non capirli
«Se li studi e basta, restano ferri vecchi», dice Andrea mentre ci prepariamo a uscire e il rumore della strada torna a farsi sentire oltre la porta. «Devi usarli».
Non chiarisce come, né quando. Ma per la prima volta sembra che la "verità" di cui parla non sia un tesoro da trovare, ma un lavoro da fare.
Un'opera costante di smussatura e costruzione.


Prossimamente:
Passeremo dagli oggetti alle persone. Cosa succede quando più individui si ritrovano nello stesso spazio a compiere gli stessi gesti? Parleremo della "Catena d'Unione": quel legame invisibile che trasforma un gruppo di estranei in una Fratellanza. E capiremo perché, in un'epoca di connessioni digitali, abbiamo ancora un disperato bisogno di toccarci le mani.
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