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Pranu Muttedu: un monumento alla spiritualità tra ipogeismo e megalitismo

lunedì, 30 marzo 2026 06:43

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Goni, Parco archeologico di Pranu Muttedu. Allineamento di menhir protoantropomorfi
Dal nostro inviato
Francesca Bianchi
A pochi chilometri dall’abitato di Goni (SU) sorge il Parco Archeologico di Pranu Muttedu, una delle più importanti aree archeologiche della Sardegna preistorica. Alessandra Pilloni, archeologa e guida della Fondazione Petrass, ha rilasciato a FtNews una ricchissima intervista. Il sito racconta le usanze e i costumi di coloro che hanno popolato il territorio prima dell’ascesa della civiltà nuragica, svelando i segreti delle espressioni cultuali e funerarie più misteriose e affascinanti. Maestosi menhir, imponenti monumenti megalitici disposti variamente a coppie, in piccoli gruppi o in piccoli e grandi allineamenti, si ergono nel paesaggio, testimoni muti di un’antica spiritualità.
Passeggiando nella pace di questo sito intriso di fascino e mistero, si avverte l’eco di riti ancestrali e delle cerimonie legate alla fertilità della terra. Nel silenzio ovattato di questo luogo sospeso nel tempo, lontano dal frastuono del mondo, sembra di tornare all'epoca in cui si viveva in simbiosi con la Natura, venerata come una Madre. A Pranu Muttedu la storia millenaria è armonicamente incastonata nel paesaggio circostante, in un connubio perfetto tra archeologia e natura.

Dott.ssa Pilloni, ci racconti pure la storia del Parco Archeologico di Pranu Muttedu. Chi portò alla luce il sito?
Il nostro bellissimo parco archeologico preistorico si trova nel Gerrei, su un altopiano di circa 500 metri, all'interno di un bosco di querce da sughero alternato a pascoli. Si tratta di un'immensa area funeraria e religiosa realizzata intorno al 3000 a.C. dalle popolazioni che in Sardegna rientrano nella Cultura Neolitica di Ozieri-Sub Ozieri. L'area è stata scavata dal prof. Enrico Atzeni, docente di Paleontologia e antichità sarde, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, e ha restituito materiali ceramici e litici interessanti. L'ultimo scavo è stato condotto sempre da Atzeni nel 2010, ma c'è ancora molto da scavare. Lungo sentieri di campagna che si inoltrano nella vegetazione si susseguono tombe ipogeiche ed epigeiche imponenti. Qui c'è la più alta concentrazione di menhir, sono circa sessanta, variamente distribuiti in coppie, allineamenti o gruppi. Sono scolpiti nell’arenaria locale e possono essere aniconici, cioè privi di raffigurazioni, lavorati finemente a martellina e per lo più del tipo proto-antropomorfo, di forma ogivale, parte frontale piatta e parte posteriore convessa.

Come mai qui si registra una così grande concentrazione di menhir? Quali caratteristiche presentano? Cosa rappresentano?
Forse rappresentano gli antenati o le antiche divinità legate alla fertilità maschile e femminile. Qui c’è un “allineamento” molto interessante di 18 menhir, pietre verticali che in sardo chiamiamo perdas fittas, che ricorda in piccolo quelli presenti in area francese. Tale allineamento segue la direzione est-ovest, configurandosi come allineamento equinoziale. Circa 60 esemplari sono ancora visibili, ma in realtà erano molti di più. La vastità dell'area e la particolarità dei monumenti suggerisce che la necropoli doveva essere importante per i vicini villaggi della zona. Qui attorno c'erano vari villaggi, uno dei quali è stato scavato dal prof. Atzeni in località Su Graccu, che consideravano questa un'area sacra dedicata al culto dei defunti e degli antenati, per loro importantissimo. Siamo tra la fine del Neolitico e l'inizio dell'età del Rame e questi menhir sono tra i più antichi e semplici. Realizzati in pietra locale arenaria, di tipo aniconico e proto-antropomorfo, essi si inseriscono pienamente nel contesto delle religiosità fertilistiche e manifestano l’importanza attribuita al fattore vitale e rigenerativo delle energie sessuali. Per le religioni neolitiche il concetto di base era la rigenerazione, la rinascita, tanto che uno dei simboli preferiti era la spirale, che rappresenta proprio la ciclicità. Gli antropologi culturali hanno rilevato l'usanza delle donne, nelle zone interne della Sardegna, fino a un centinaio di anni fa, di sfregare la pancia sui menhir prima di sposarsi: alcuni menhir hanno una zona levigata chiamata "scivolo della fertilità", dovuta a questa usanza che si è mantenuta nei secoli. Questo fa capire quanto fosse forte la credenza che i menhir avessero un'energia legata alla fertilità.
Si è ipotizzato che ciascuno di questi menhir rappresentasse un antenato; forse, quando moriva qualcuno, veniva innalzato un cippo funerario in memoria del defunto. Nelle leggende sarde la coppia di menhir rappresenta sempre un uomo e una donna pietrificati.
Cosa sappiamo degli studi archeoastronomici che sono stati condotti in questo parco archeologico?
La posizione dei menhir ha fatto nascere una serie di teorie archeoastronomiche. Bisogna dire, però, che non si sa se la posizione allineata che i menhir hanno oggi fosse la posizione originaria. Quando Atzeni è entrato qui, ha trovato i menhir a terra; è stato lui a sollevarli. L'allineamento dei menhir va da est a ovest, segna l'alba e il tramonto del sole, dunque il ciclo del sole: sarebbe una linea equinoziale. La Società Astronomica Turritana (SAT) ha condotto uno studio di archeoastronomia, analizzando il sito da un punto di vista archeoastronomico. Ne è nato il libro "La misura del tempo". È stata avanzata una teoria secondo cui i menhir e le tombe sarebbero una sorta di calendario astronomico legato soprattutto alle fasi della luna. Le risultanze delle recenti ricerche e analisi archeoastronomiche e archeometriche hanno restituito un insieme di elementi che riconsegnano in modo evidente la straordinaria valenza simbolica, comunitaria e paesaggistica di questa manifestazione cultuale e funeraria del prenuragico sardo.
Goni, Parco archeologico di Pranu Muttedu. Domus de janas di Genna e'Accas - camera interna
Su alcuni menhir è possibile identificare delle coppelle, che dobbiamo intendere come contenitore di offerte o disegno di precise costellazioni. Le piccole cavità lenticolari segnano il passaggio di qualcuno che ha voluto lasciare il suo segno sulla pietra sacra. Ancora oggi non è difficile vedere visitatori e visitatrici cercare il contatto fisico e diretto con i menhir nel tentativo di assorbirne l’energia, il potere e la fertilità in un continuum che stupisce per la persistenza e il radicamento popolare.

Fino a quando è stato frequentato questo luogo?
La parte più antica, quella in cui si trovano le domus de janas, è datata al 4000 a.C. La necropoli è iniziata lì con i modelli tipici di domus de janas ipogeica, poi sono arrivate nuove tipologie megalitiche, ovvero monumenti che non sono scavati, ma sono costruiti con i blocchi di pietra (siamo intorno al 3200 a.C.). La necropoli è stata usata fino al 2800-2700 circa, l'epoca delle prime culture dell'età del Rame. Abbiamo delle rilevanze risalenti alla prima età del Bronzo: c'è una sorta di allée couverte, ma si trova in un terreno privato, fuori del Parco. Questo significa che tale area ha avuto un uso funerario nei millenni: è incredibile come lo stesso posto sia stato utilizzato, sempre per lo stesso motivo, da culture successive diverse.

Cosa sappiamo dei contatti tra la Sardegna e le culture del megalitismo europeo?
Oltre alla posizione strategica tra l'Europa, il Nord Africa e il Medio Oriente, per cui è sempre stata una terra di passaggio, la Sardegna aveva l'oro nero della preistoria, ovvero l'ossidiana, che ha messo la Sardegna in relazione con le culture del megalitismo europeo. Ci sono tracce di ossidiana a Malta, ma l'asse commerciale dell'ossidiana andava verso la Francia e verso la Toscana ed è stato ricostruito proprio grazie alle tracce di ossidiana. La Sardegna aveva un rapporto diretto con l'Europa occidentale, ed è per questo che arrivarono qui, in epoca così antica, dolmen e menhir e tombe a circolo, che nell'isola sono rarissime: in Sardegna si trovano soltanto qui e ad Arzachena, dove c'è la celebre necropoli di Li Muri.

Cosa sappiamo dell'organizzazione sociale e delle credenze religiose dei primi frequentatori di questo posto?
Per loro aveva un'importanza fondamentale il culto degli antenati: si intuisce dalla cura e dall'impegno impiegati nella realizzazione di questi monumenti funerari, che richiedevano un notevole sforzo organizzativo collettivo. Mentre la casa era una semplice capanna, la tomba era il luogo della memoria dove le comunità si riunivano, quindi questo santuario era importantissimo; il defunto rappresentava la memoria della comunità, per cui era di primaria importanza riconnettersi con i defunti. Sappiamo che loro credevano in una rinascita, in una rigenerazione.

Quale struttura presentava la tomba principale?
La porticina scavata nella roccia è la porta d'ingresso e rappresenta il passaggio dal mondo dei vivi al mondo dei morti. Dopo la porta d'ingresso c'era una prima sala che aveva la funzione di sala delle offerte. Qui gli archeologi hanno trovato dei vasi di ceramica del tipo Ozieri con bellissime decorazioni. Le stanze funebri erano le due stanze centrali scavate dentro un monolite e le stanze laterali dotate di ingressi autonomi. Rappresenta l'anello di congiunzione tra le domus de Janas, che sono le tombe scavate nelle rocce, tipicamente ipogeiche, e le tombe epigeiche, caratterizzate dalla costruzione muraria tramite pietre squadrate sovrapposte. Questa tomba rappresenta una fase di congiunzione: nella porta e nelle stanze centrali, che sono scavate nel masso, abbiamo gli elementi della domus, ma troviamo anche la costruzione di muri con blocchi di pietra squadrata. Sicuramente era una tomba di una famiglia importante, oppure una tomba santuario, ovvero una tomba che svolgeva funzioni religiose. A favore di questa ipotesi c'è il fatto che la tomba si affaccia su una piazza circolare con al centro un accumulo di pietre. Per gli archeologi questa era una piazza cerimoniale, quindi un luogo sacro dove si svolgevano i rituali, una sorta di tempio a cielo aperto. Attorno è pieno di menhir che circondavano l'area sacra.

Qual era la condizione sociale dei primi frequentatori di questo luogo?
Qui sembra di vedere le prime differenziazioni sociali, perché siamo in una fase di profondi cambiamenti all'interno delle comunità umane. Fino al neolitico le società erano abbastanza semplici, anche se si individuavano già allora ruoli sociali ben distinti, erano probabilmente società più inter pares. Con il proseguire verso l'età dei metalli si assiste, invece, ad una maggiore gerarchizzazione, per cui si notano le prime nette differenze di rango e la nascita di gruppi più importanti di altri. In particolare, emergeranno i guerrieri, che dovranno difendere le proprietà comunità. La gerarchizzazione si amplifica, dunque, con l'età dei metalli, quando le società si assestano e si identificano con il proprio territorio, che quindi deve essere difeso.

Quanti tipi di sepoltura esistevano all’epoca?
C'erano diversi tipi di deposizione: abbastanza diffuse erano la deposizione secondaria dopo la scarnificazione o altri processi, oppure la sepoltura primaria, quando il corpo veniva inumato, spesso in posizione fetale, rannicchiato su un lato come il bambino nella pancia materna. Deposizione secondaria significa che la sepoltura avveniva in un secondo momento rispetto alla morte, questo perché probabilmente i corpi subivano prima altri trattamenti come la scarnificazione. Dopo questo processo, che richiedeva diverso tempo, le ossa venivano allora spostate e sistemate all'interno delle stanze funebri. A volte, per esempio, venivano ammucchiate o colorate di ocra rossa. Molte domus de janas sono state profanate, riutilizzate dai pastori come ripostigli, per cui raramente hanno trovato delle ossa per poter ricostruire il rituale.

Quali sono le tombe più antiche costruite all'interno del parco?
Qui siamo 1500 anni prima della cultura nuragica. Possiamo vedere le prime manifestazioni epigeiche, ma passerà del tempo prima della loro effettiva affermazione. È difficile stabilire quale tomba sia più antica e quale più recente, in quanto i materiali trovati all'interno sono tutti dello stesso periodo, risalgono al 3800-3200 a.C. Le tombe più antiche di questo tipo sono state trovate per ora in Portogallo e sono datate addirittura al 6000 a.C. Sono nate nell'estremo occidente d'Europa e da lì si sono diffuse grazie al commercio dell'ossidiana. Sicuramente le tombe ipogeiche la parte più antica della necropoli.
Goni, Parco archeologico di Pranu Muttedu. Ingresso di domus de janas scavata nel costone roccioso di Genna e'Accas.
Come si spiega la presenza di sepolture così diverse come quelle ipogeiche semplici, di cui in Sardegna ci sono migliaia di esemplari, queste che sono completamente diverse, e infine i dolmen? Perché seppellivano in forme così diverse?
Le tombe rappresentano un momento di passaggio importante tra l’ipogeismo e l’epigeismo, arrivando a mescolarsi e influenzarsi a vicenda in forme spesso più uniche che rare. Rivolte a est e a sud verso i punti di maggiore luce, seguono per lo più una pianta generale così caratterizzata: circoli concentrici di pietre a formare il sostegno del tumulo sovrastante, un corridoio d’ingresso per accedere e stanze funebri al centro. La copertura a tumulo doveva rendere tali monumenti perfettamente inseriti e compatibili con l’ambiente circostante, come ci mostrano esempi ancora integri di sepolture nord-europee nelle quali la vegetazione spontanea ricopriva le collinette artificiali, integrandole perfettamente nel paesaggio. Si tratta di tipologie funerarie epigeiche abbastanza rare all’epoca in Sardegna, almeno rispetto alle più usuali domus de janas, di cui si contano migliaia di esemplari in tutta l’Isola. Così come ipotizzava Marija Gimbutas, è facile immaginare in esse un richiamo uterino nella forma generale, con un ingresso a corridoio che conduceva al rigonfiamento circolare del ventre, dove i defunti ritornavano per il riposo eterno. Quanto alle più tipiche domus de janas, le cellette ipogeiche artificiali scavate nelle rocce naturali e nei costoni rocciosi, qui a Goni sono in forma molto semplice, mono o bicellulare con apertura verticale o ingresso a pozzetto. Le domus de janas sono forme di sepoltura molto antiche. Tendono a riprodurre l’ambiente dell’abitazione, per questo si chiamano domus: sono le case eterne dei defunti e manifestano nella loro stessa natura sotterranea il concetto dell’accoglienza uterina, la porta degli inferi che si apre verso una misteriosa realtà ctonia, capace di generare nuova vita nell’oscurità del sottosuolo e nelle buie cavità dell’oltretomba. All'interno possono esserci delle decorazioni simboliche, come le spirali e la protome taurina. Queste di Goni, come si è detto, sono molto semplici. La grande ricchezza è avere insieme tante tipologie, un unicum di questo parco archeologico. Scavare queste tombe richiedeva un lavoro enorme: questo ci dimostra l'importanza che veniva data alla dimora eterna per il defunto.

Chi erano le janas nella tradizione popolare sarda?
Le janas in Sardegna sono le fate; le leggende parlavano di queste fatine. I bambini di Goni avevano timore di venire qui perché c'erano le fate, che non erano buone, erano streghe dispettose. In realtà, le janas non sono elementi così casuali: probabilmente si tratta di antiche divinità legate alla selva, all'acqua. Alcuni trovano una corrispondenza, almeno evocativa, con le janare del sud Italia. In sardo la parola jana si lega forse anche al termine jenna, che vuol dire porta, perché erano creature liminali, ovvero al confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti, per questo hanno un aspetto così magico. Sono figure che per le popolazioni antiche segnavano il confine tra due mondi diversi.

Quale particolarità presenta la tomba chiamata "triade"? Perché viene definita così?
Una tomba è chiamata triade perché è caratterizzata da una triade di menhir, che forse sembrano evocare una famiglia o una triade di antenati o di divinità. Sono stati trovati nel muretto della tomba.

E la tomba del bambino?
Quella che in gergo chiamiamo “la tomba del bambino” è caratterizzata da una cista litica, ossia una piccola camera rettangolare o quadrangolare realizzata con lastre di pietra infisse verticalmente e lastra di copertura. L’ingresso è invece a corridoio dolmenico, anche se le lastre del soffitto oggi non sono più presenti. Probabilmente non era una tomba collettiva come le altre formate da grandi stanzoni, ma una tomba dove veniva sepolto un unico individuo e per questo più piccola. Ma si tratta solo di ipotesi, poiché non abbiamo dati certi sulle deposizioni ritrovate al suo interno.

Cosa ci dicono oggi queste testimonianze di un passato così lontano?
Ci parlano di un sentimento comune ieri come oggi: l'atteggiamento umano davanti alla morte. Fin da allora, infatti, quando moriva una persona cara, le comunità sentivano l’esigenza di dare una risposta collettiva al momento di crisi e ritrovarsi insieme per ricordare e ristabilire un legame con i defunti. Quando visitiamo un luogo come questo, sappiamo di essere davanti alle nostre radici più profonde e le riconosciamo nei monumenti e nell’ambiente circostante. È un modo di darci delle risposte e di affrontare questioni che ci riguardano, così come riguardavano i nostri lontani antenati.
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