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Nerone: Due vite nello stesso specchio di un divo incompreso di Massimo Venanzetti

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domenica, 23 luglio 2017 08:09

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Fabrizio Federici
Ad Anzio, nell'area archeologica comprendente anzitutto la Villa imperiale romana, Massimo Venanzetti, nella vita quotidiana dipendente dell'Ospedale "San Camillo", da sempre appassionato di storia romana, ha presentato ultimamente al pubblico il suo Nerone-Due vite nello stesso specchio di un divo incompreso (Roma, Sovera ed., 2017, pp. 383,€. 18,00). "Anziché un altro saggio storico-critico, dopo i tanti già dedicati a Nerone, come quelli pregevoli di Mario Attilio Levi, del rumeno Eugen Cizek e del giornalista Massimo Fini ", ha spiegato l'Autore, "ho preferito esprimere la mia passione per questo personaggio scrivendo un romanzo storico, più facilmente accessibile al lettore medio (saggio arricchito, però, da note storico-archeologiche della massima precisione, N.d.R.)".
Perché ad Anzio? Perché Nerone era nato appunto ad Anzio (e così, prima di lui, Caligola, altro imperatore ingiustamente fatto a pezzi dalla critica tradizionale), il 15 dicembre del 37 d. C. Da qui l'idea di presentare il libro appunto al Museo-parco archeologico della Villa imperiale , dove più volte egli soggiornò': "una scelta - ha precisato, in apertura, la Direttrice del Museo, Giusy Canzoneri - nata dal criterio d'organizzare eventi culturali il più possibile nei luoghi stessi che videro in azione i personaggi ricordati, facendo così familiarizzare maggiormente il pubblico con un'area archeologico-artistica".
Lucio Domizio Enobarbo, meglio noto come Nerone Claudio Cesare (37- 68 d.C.), in sintesi fu un imperatore molto amato dal popolo (che, come ricordano gli storici antichi, a lungo continuò a portare fiori sulla sua tomba nel Campo marzio, odierno sito della Chiesa di S.Maria del Popolo, in Piazza del Popolo): proprio per la sua naturale vicinanza ai ceti popolari (coi quali condivideva la passione per i "circences", la musica, il teatro), e per l'avversione alla classe senatoria. La vicenda di questo imperatore (che si suicida a trent'anni, nel giugno del 68, costretto alla fuga dal "golpe" dell'anziano generale Servio Sulpicio Galba) va letta, in realtà, alla luce di quella che è una costante della storia romana.
Il contrasto, cioè, tra un Senato che rappresenta sì, nella storia, una delle prime basi delle future forme di governo costituzionale, ma è anche un complesso di parlamentari gelosi dei propri privilegi (e spesso partecipi delle più varie forme di "business", come gli appalti per la riscossione delle tasse, già allora affidati a società esterne) e un egemone di turno che s'ispira palesemente alle monarchie assolute di tipo ellenistico.
Di questo scontro tra un Senato immobilista e un monarca assolutista con intenti riformatori, cadono puntualmente vittima, nella storia romana, già lo stesso fondatore di Roma, Romolo; e poi Giulio Cesare, Caligola, Nerone, appunto, e Domiziano (Adriano ci andrà vicino, con una parte del Senato che vorrà intentargli un processo).
Emblematica, nel caso di Nerone, è stata la forte contrarietà dei senatori al progetto di riforma fiscale dell'imperatore - a quanto se ne sappia, pressoché unico nella storia - che prevedeva l'eliminazione delle imposte indirette per favorire, col tempo, un maggior gettito di quelle dirette, grazie ai benefici effetti di tale scelta per la crescita complessiva dell'economia.
Davanti a un pubblico fortemente interessato al tema, Massimo Venanzetti ha ripercorso con passione le tappe della parabola di Nerone. Che, nel romanzo, egli immagina addirittura d'incontrare personalmente: tornando nella Roma del maggio del 68 d. C. per esser casualmente finito, vittima della "Sindrome di Stendhal" durante una visita proprio alla "Domus Aurea", in un incredibile "buco nero" spazio-temporale.
In un solo giorno, circa un mese prima della tragica fine dell'imperatore, Massimo incontra Tigellino e un anziano soldato già spettatore della crocifissione di Cristo, Statilia Messalina, terza moglie di Nerone, e il fedele liberto-amante di Cesare, Sporo.
Passeggiando con Nerone nei giardini della Domus Aurea, è più volte incerto se rivelargli o no il futuro drammatico che l'attende... E affronta, con lui, i nodi più controversi del suo principato.
da sinistra, Massimo Venazetti, Rita D'Andrea, Fabrizio Federici, Antonella Bianchi, Giacomo Ricci
Il rapporto morboso con la madre Agrippina, l'altro, anch'esso di amore-odio, col maestro Seneca, i contrasti col Senato, il devastante incendio di Roma del 64 (nessuno storico serio, neanche i principali detrattori di Nerone, Tacito e Svetonio, ha mai detto che egli abbia incendiato Roma) e la successiva persecuzione dei cristiani, in cui trovano la morte San Pietro e San Paolo (a quest'ultimo, però, Nerone - come risulta anche dagli "Atti degli Apostoli" - a lungo consente di vivere in semilibertà: forse, addirittura concedendogli, nel 65 d. C., di andare a predicare in Spagna; e la condanna a morte di Paolo, nel 66, sarà voluta, probabilmente, dalla burocrazia imperiale a insaputa dello stesso imperatore, in quel momento in viaggio in Grecia).
Nerone, insomma, imperatore controcorrente, amico stretto - come poi sarà John Kennedy - di letterati e artisti, è sempre attuale (lo comprende già, secoli dopo, un altro despota riformatore come Napoleone). E a qualcuno, probabilmente, da certi settori del Vaticano alle frange più perbeniste dell'opinione pubblica, Nerone fa ancora paura (Venanzetti ha ricordato, tra l' altro, le polemiche di questi ultimi due mesi sulla grande opera rock di Franco Migliacci "Divo Nerone", in scena sul Palatino: dal budget giudicato eccessivo, con discussioni anche nell' Assemblea Capitolina, alle critiche alla mastodontica scenografia e al troppo alto volume della musica).
In chiusura, Giacomo Ricci, autore, attore e regista teatrale (forte di lunghi anni di esperienza con figure come Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi, Eduardo de Filippo) ha recitato, con grande maestria, un monologo tratto dal suo testo teatrale "Nerone: autodifesa di un mostro" (Roma, Carlo Marconi ed., 1998).
In cui un imperatore ormai prossimo alla fine, rifugiatosi nella villa del liberto Faone sulla Via Nomentana, rivede, in uno sconvolgente flash-back, le tappe del suo principato; e lancia il suo "J'accuse" contro l'"establishment" dell'epoca.
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