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Quando muoiono i bambini…

sabato, 30 giugno 2018 23:43

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Rosario Pesce
Quando muoiono i bambini, con loro muore l’umanità intera.
Le scene dei bimbi morti lungo le coste libiche non possono non interrogare le nostre coscienze, perché nessun ragionamento politico o nessun calcolo di mera opportunità può consentire che degli innocenti perdano la vita perché, solo, degli adulti non sono in grado di trovare un possibile accordo sulle quote di accoglienza dei migranti.
Si tratterebbe di una mera operazione di tipo ragionieristico: tanti migranti ad un Paese, tanti ad un altro e così via…
Peraltro, non può sfuggire un fatto essenziale: se l’Unione Europea non è in grado di pervenire ad un compromesso al suo interno su un simile tema, come può essere capace di sopravvivere a se stessa?
È ovvio che la politica e la morale procedano su strade ben diverse, come insegnava il buon Machiavelli, ma a volte è ineluttabile che la politica debba prendere le mosse dalla morale, almeno da quella comune.
Siamo tutti padri o figli o nonni o nipoti ed, invero, non si può - in alcun modo - continuare ad assistere ad una mattanza di bambini, che rischiano di morire numerosi prima di approdare nella parte del mondo dove dovrebbe regnare il benessere e la tolleranza.
Inoltre, non può sfuggire a nessuno che le scene di morte, che ogni giorno ci regala il Mediterraneo, fanno male ad una tradizione storica, che invece ha visto l’Europa in prima linea nelle azioni di salvataggio e di accoglienza di chi è, pur sempre, un bisognoso.
Purtroppo, non sempre può essere sufficiente il senso comune o l’amore, che può sensibilizzare l’immagine di un infante privo di vita su una spiaggia libica, ma l’Europa, di fronte a quegli scatti terribili, non può, né deve dimenticare che quelle morti sono state cagionate, anche, dalle politiche scellerate di chi, qualche anno fa, ha tentato di mettere le mani sul Nord-Africa, sfruttando il mito delle primavere arabe, che sono state compulsate per mero calcolo, molto spesso cinico e del tutto privo di una visione di insieme.
Quindi, l’Europa faccia il suo dovere: apra i porti, accolga queste misere persone e trovi la quadra per una problematica, che certo non può essere risolta con atti di sovranismo nazionale, che sono solo la traduzione di un bieco egoismo, che non porta da nessuna parte invero.
D’altronde, il mondo ha l’esigenza di ripartire ciclicamente e l’accoglienza del diverso può costituire una linfa vitale per una società, ormai, ricurva su se stessa e, soprattutto, molto stanca e priva delle spinte ideali di un tempo, che hanno consentito all’Occidente di divenire il soggetto, politico e sociale, più forte per molti secoli.
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