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Gian Enrico Manzoni: la peste di Atene ai tempi del Covid

giovedì, 29 ottobre 2020 08:13

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In copertina: particolare del fregio dell'altare di Pergamo, Pergamonmuseum, Berlino
Francesca Bianchi
Per FtNews ho intervistato Gian Enrico Manzoni, docente di Didattica del Latino nella Facoltà di Lettere dell’Università Cattolica di Brescia. Recentemente lo studioso ha pubblicato per Morcelliana Scholé il libro Tucidide, Lucrezio. La peste ad Atene, in cui ripercorre il tòpos letterario della peste attraverso le testimonianze di Omero, Tucidide, Sofocle, Lucrezio, Virgilio, a cui ha aggiunto la testimonianza dell’Esodo nel testo dei Settanta.
Come si evince dal titolo, il volume si concentra sulla peste che scoppiò ad Atene nel 430 a.C., descritta da Tucidide nella Guerra del Peloponneso, e sulla ripresa che Lucrezio ne fece nel De rerum natura. In particolare, Tucidide non si limitò alla descrizione del fatto, ma cercò di andare alla ricerca delle cause del contagio, soffermandosi con precisione scientifica sui sintomi fisici e sulle conseguenze psicologiche dell'epidemia, che portò con sé disperazione, l'abbandono di ogni norma morale e il dilagare dell'anomía, ovvero l'assenza totale di ogni legge. Tucidide, che contrasse il morbo e riuscì a guarire, mostra un atteggiamento di ricerca costante, utilizzando lo stesso tipo di riflessione impiegata nell'analisi delle cause della guerra del Peloponneso. Gli obiettivi didascalici del brano in questione sono evidenti: lo storico ateniese vuole insegnare a riconoscere i sintomi dell'epidemia, sperando che l'esperienza contingente possa essere un insegnamento prezioso per il futuro, nel caso in cui si dovessero presentare nuovamente condizioni simili.
Neppure ai tempi di Tucidide mancarono la caccia agli untori, il clima di sospetto, le chiacchiere prive di fondamento. Del resto, nel corso degli eventi che risvegliano le incertezze e le paure più inconsce, gli uomini hanno sempre cercare un capro espiatorio cui attribuire la colpa di ogni male: gli untori oggi sono i Cinesi, all'epoca erano gli Spartani, colpevoli, secondo alcune voci, di aver avvelenato i pozzi degli Ateniesi.
Colpiscono, nei brani presentati, in modo particolare nei versi di Lucrezio e Virgilio, il clima di desolazione, smarrimento, terrore, impotenza, la regressione a uno stato ferino e primitivo, la perdita di ogni punto di riferimento e di tutte le leggi morali: una legge di sofferenza e morte che investe e travolge la natura e incombe sull'esistenza umana, una legge cui nessuno può sottrarsi.
Nelle parole del prof. Manzoni troviamo l'invitò a cogliere in queste testimonianze una preziosa occasione di riflessione con i grandi classici del mondo greco e romano, dal cui autorevole insegnamento possiamo trarre un messaggio di speranza e, soprattutto, un aiuto ad affrontare le nostre paure e a trovare le risposte ai tanti interrogativi che ci assalgono.

Prof. Manzoni, come e quando è nata l'idea di pubblicare un libro che contenesse le testimonianze più significative sulla peste, tramandateci dalle fonti letterarie greche e latine?
Il libro è nato all'inizio del Covid, nei mesi di febbraio e marzo. Nella mie intenzioni è stata una riflessione, alla luce dei testi degli autori classici, sulla situazione che l'Italia intera stava vivendo.
In passato avevo affrontato e tradotto alcuni di questi brani. In particolare, mi ero già occupato della peste a Tebe di cui parla Sofocle nell'Edipo Re, avendo pubblicato, sempre per Morcelliana, le traduzioni commentate della trilogia tebana di Sofocle: Antigone, Edipo Re, Edipo a Colono. La lettura di testi letterari greci e latini ci fa incontrare numerose descrizioni di peste legate al mito o alla storia. In poesia, tra le più celebri troviamo la peste nell'Iliade di Omero, nell'Edipo re di Sofocle, nel De rerum natura di Lucrezio, nelle Georgiche e nell'Eneide di Virgilio. In prosa, invece, è fondamentale la descrizione della peste di Atene del 430 a.C. nella Guerra del Peloponneso di Tucidide. Le testimonianze che ho deciso di prendere in considerazione e analizzare sono soprattutto quella greca di Tucidide e quella latina di Lucrezio. Entrambi parlano della peste di Atene del 430 a.C., probabilmente la peste più famosa dell'antichità. Il fatto stesso che la narrazione del primo autore abbia suggerito al secondo la volontà di ritornare sulla medesima materia, sebbene in un contesto narrativo diverso, ne attesta il rilievo che essa assunse.

Nella sua dettagliata descrizione della peste di Atene del 430 a.C., Tucidide cerca di andare alla ricerca della possibile origine del contagio e si sofferma con precisione scientifica sui sintomi fisici e anche sulle conseguenze psicologiche dell'epidemia, che portò con sé cupa rassegnazione, l'abbandono di ogni norma morale e il dilagare dell'anomía, ovvero l'assenza totale di ogni legge. Quali sono le caratteristiche di questa narrazione tucididea? Quale obiettivo si propone con essa lo storico greco?
L'indagine dello storico sulle possibili cause del contagio propone interessanti osservazioni di natura fisiologica, forse desunte dagli studi medici della scuola di Ippocrate. Il tipo di riflessione medica che Tucidide conduce sulle origini della peste è uguale a quello da lui impiegato nell'analisi delle cause della guerra del Peloponneso. Tucidide della peste ha una esperienza diretta e indiretta: diretta in quanto è stato contagiato anche lui ed è guarito; indiretta perché ha visto anche gli effetti devastanti della peste sugli altri, su coloro che non ce l'hanno fatta. Colpisce la precisione medica della lunga descrizione dei sintomi del contagio. Impressionante è la descrizione delle mutilazioni e alterazioni psicofisiche come conseguenze ulteriori del male: arti, membra, la vista e anche l'amnesia. La disperazione degli animi imperversa, generando senso di impotenza e rassegnazione.
Il prof. Gian Enrico Manzoni
La peste ha causato un atteggiamento di immoralità, lo scavalcamento dei riti, degli affetti, una regressione allo stato bestiale. Anche i legami familiari vennero sovvertiti in questo contesto.
La descrizione minuziosa della peste ha uno scopo pratico e didattico: insegnare a riconoscerne i sintomi come insegnamento valido per il futuro. Tucidide vuole insegnare ai contemporanei quello che è stato perché possa servire in futuro e perché coloro che in futuro dovessero trovarsi ad affrontare una situazione simile, possano basarsi sull'esperienza fatta in quegli anni.

C'è un punto della descrizione tucididea che fa pensare a quanto avvenuto la scorsa primavera: il dramma dei medici, impegnati in prima linea, allora come oggi, contro una malattia sconosciuta. In Tucidide leggiamo che furono i medici a perdere la vita più degli altri...
Sì, una prima osservazione di Tucidide riguarda i medici e la loro inesperienza: nessuno allora era in grado di poter affrontare dal punto di vista sanitario un male del genere. Colpisce il particolare secondo cui furono proprio i medici a morire più degli altri: il contagio continuo cui erano esposti generò probabilmente questo rischio mortale.

Neppure allora mancò la caccia agli untori, il clima di sospetto, i pettegolezzi privi di ogni criterio...
Allora come oggi c'erano le dicerie, le cosiddette "fake news". Si cercarono subito gli untori come causa occulta del fenomeno. C'era chi aveva le sue diagnosi, le sue interpretazioni: oggi abbiamo chi ancora parla del virus cinese; più di 2400 anni fa, invece, si credeva che fossero stati i nemici Spartani ad avvelenare i pozzi della zona del porto del Pireo. Tucidide riporta anche questo, mostrando, però, di non credervi: sembra dirci che in tali circostanze sono immancabili i sospetti, le chiacchiere a ruota libera, le insinuazioni prive di senso.

Quali sono le analogie e le differenze tra la peste narrata da Tucidide e la versione latina che ne fece Lucrezio nel De rerum natura?
Tra la narrazione della peste di Atene tramandataci da Tucidide e la versione latina dello stesso avvenimento che troviamo nel De rerum natura viene spontaneo operare un confronto. Da parte di Lucrezio c'è una voluta ripresa dell'originale greco. Il calore insopportabile porta gli appestati di Tucidide a gettarsi nell'acqua fredda, quelli di Lucrezio nei fiumi gelati. Entrambi gli autori insistono sul particolare della nudità ricercata dai contagiati. A ciò Lucrezio aggiunge il particolare di chi si automutila per troncare un'ulteriore diffusione della peste. Entrambe le fonti lamentano l'abbandono della pratica devozionale, che si traduce nella trascuranza delle leggi divine e umane, anche sotto forma di rinuncia al rito di sepoltura e al culto tradizionale per i defunti. Entrambi pongono l'accento sull'immoralità dilagante: quando afferma che gli Ateniesi, giudicando effimera la vita e i beni materiali, ricercavano i vantaggi e i piacere più immediati, Tucidide condanna l'edonismo; Lucrezio, invece, conclude la narrazione con la rissa per i cadaveri dei propri congiunti intorno ai roghi innalzati nella città: la pietas diventa occasione di violenza.

Perché, secondo lei, Lucrezio ha voluto concludere con un clima di devastazione e morte la sua opera, la cui principale finalità era quella di liberare l'uomo dalle paure? Come si spiega questa scelta? Quanto c'è di epicureo in essa?
Molto si è discusso su questa descrizione della peste, collocata alla (probabile) fine del poema lucreziano. Tra le tante opinioni, mi pare più plausibile quella che in questo quadro di distruzione e morte vede la prova della sconfitta dell'uomo di fronte alle forze della natura e l'inutilità delle pratiche di quella che Lucrezio chiama religio, ovvero la superstizione, per allontanare il male dall'uomo. In questo senso, Lucrezio qui si rivela profondamente e coerentemente epicureo. Questo episodio esprime la negazione dell'intervento degli dei nella vita degli uomini: non c'è provvidenza, gli dei lasciano gli uomini in balia dei loro comportamenti. Si tratta di una conclusione estremamente realista che esprime il destino di morte che incombe sugli uomini. In questo brano è evidente il pessimismo di Lucrezio, la sua visione pessimistica della vita, che fa da contraltare all'ottimismo del primo libro, caratterizzato dall'esaltazione vitalistica di Venere.

Quali termini si usavano per indicare la pestilenza? Cosa sappiamo in merito al linguaggio delle epidemie?
La terminologia è piuttosto scarsa: abbiamo principalmente due termini, loimós e nósos. Quest'ultimo è il termine generico per indicare la malattia. La scarsità lessicale è un segno della scarsa conoscenza sull'argomento, per cui non si distingue tra una peste e l'altra, tra una malattia grave e l'altra. Era forte l'approssimazione. L'effetto della peste è l'equivalente dell'effetto di una carestia: i contagiati accusano un repentino e drastico calo di peso, un venir meno della forza, come se ci fosse una mancanza di cibo. Bisogna dire, inoltre, che il termine loimós è simile a limós, termine che indica la fame: da qui ha origine l'equivoco per cui non si credeva che si trattasse di una pestilenza, ma di una delle molte carestie che colpivano ciclicamente territori e paesi.
Spesso il sostantivo loimós è impiegato sottintendendo una punizione divina, un male che viene inviato dagli dei agli uomini per una colpa da loro commessa. In questo senso dobbiamo intendere sia la peste descritta nell'Iliadesia la peste di Tebe descritta da Sofocle nell'Edipo re.
Un'immagine di Delfi col monte Parnàso
Quanto alla peste di Tebe, narrata da Sofocle nell'Edipo re, è funzionale al tema della conoscenza, in primis alla conoscenza relativa all'origine del morbo: Edipo si assume la responsabilità di trovare la causa della pestilenza e le modalità di guarigione. Quale significato ha la pestilenza in questo contesto?
Quello dell'Edipo re è un processo che permette di interpretare l'origine di un male. Qui la peste è una punizione inviata dagli dei per segnalare agli uomini la presenza a Tebe dell'uomo che ha contaminato la città. Edipo, sovrano di Tebe, viene informato del flagello che sta devastando la città, una terribile pestilenza inviata dal dio Apollo, poiché nella città vive una persona contaminata colpevole di mali atroci, che si scoprirà essere proprio Edipo. La peste cesserà quando il mìasma, cioè la contaminazione, verrà allontanato.
Se la datazione dell'Edipo re va collocata intorno al 428 a.C., si può ipotizzare che Sofocle abbia modellato la narrazione poetica a Tebe sulla realtà contemporanea di quei giorni ad Atene.

In Virgilio troviamo due testimonianze sulla peste: la prima, ambientata nel Norico, è descritta nel III libro delle Georgiche, mentre la seconda, ambientata a Creta, è narrata nel III libro dell'Eneide. Quale funzione hanno, all'interno delle due opere, le due epidemie in questione?
La descrizione della peste del Norico è pervasa da un atmosfera di devastazione e morte. Come spiega Virgilio il motivo di tanta sofferenza?

Quello rappresentato dalla peste del Norico, descritta nel terzo libro delle Georgiche, è un excursus che conclude la descrizione dei mali che agli allevamenti possono derivare dal contagio infetto. Il Norico è una zona di mezza montagna che corrisponde all'attuale Austria e a una porzione della Slovenia, della Croazia e della Venezia Giulia. Molti sono gli animali dei quali Virgilio descrive la sofferenza e la morte per effetto del male: gli ovini, i vitelli, il toro, il lupo, la vipera, l'idra, i volatili. Celebre è la descrizione dell'agonia e della morte del cavallo. Virgilio si interroga sul senso del dolore e del male, chiedendosi a cosa servano la fatica e le buone azioni. L'unica risposta che riesce a darsi è simile a quella che ci fornisce Lucrezio: si tratta di una legge di dolore, insita nella vita, che colpisce anche la natura e che l'uomo deve accettare. Nelle Georgiche abbiamo una trasfigurazione poetica di un fatto di cronaca reale, infatti la peste del Norico era nota a Virgilio dalle testimonianze degli storici contemporanei. Invece la peste ambientata a Creta, di cui si parla nel III dell'Eneide, è un episodio secondo me totalmente inventato, ma funzionale alla missione di Enea. L'eroe, infatti, a un certo punto crede che la sua meta possa essere Creta, che Anchise ricorda come luogo di origine della stirpe troiana. Recarsi a Creta, quindi, significa, per Enea e per i profughi da lui guidati, tornare alle origini e soddisfare l'oracolo di Apollo, che aveva chiesto loro di "ricercare l'antica madre". Enea e i compagni, però, scoprono che l'isola è infestata dalla peste, punizione divina per l'empietà commessa da Idomeneo. I Penati appaiono in sogno a Enea spiegandogli che non è Creta la terra da ricercare, ma quella che i Greci chiamano Hesperia, "la terra della sera", ovvero l'Italia, un'antica terra di uomini potenti nelle armi e abili agricoltori. E lei l'antiquam matrem da ricercare.

Come si è detto, nel libro si sofferma soprattutto sulla peste di Atene del 430 a.C., descritta da Tucidide nella Guerra del Peloponneso, e sulla ripresa che Lucrezio ne fece nel De rerum natura. Rileggere oggi, al tempo del Covid, queste testimonianze provenienti dal mondo antico, quali riflessioni, quali considerazioni ci consente di maturare? Quale risposta ai nostri dubbi e ai nostri interrogativi possono fornirci? In che senso questi brani si rivelano classici nell'accezione più pregnante del termine?
La peste rappresenta un'occasione di riflessione con l'antichità classica greca e romana per trovare sia le analogie sia le differenze, l'alterità. Rileggendo i testi greci e latini, è possibile trovare le analogie e capire in che misura noi siamo debitori nei loro confronti, senza trascurare le differenze che intercorrono. Io non sono per le attualizzazioni a tutti i costi. Continuità e alterità devono convivere nella lettura dei testi classici. Questo è l'atteggiamento che dovremmo sempre tenere nei confronti dell'antichità classica, un atteggiamento duplice. La lettura della descrizione della peste in Tucidide e in Lucrezio si presta bene all'attuazione di questo duplice atteggiamento da adottare nei confronti dell'antichità classica.
Testi di questo genere si confermano classici nel senso più profondo del termine. In merito, tra le tante definizioni di classico, mi piace citare quella del filologo Italo Lana, che cito spesso a lezione: "il classico è un autore che contemporaneamente riesce a parlare al suo tempo e a tutti i tempi". Un classico è, quindi, realista, in quanto espressione del suo tempo, ma è anche eterno e universale nel messaggio che lancia. I classici sono tali in questa duplice accezione: testimonianza realistica di situazioni vissute e insieme possesso perenne, eterno, patrimonio per tutta l'umanità. I brani di Tucidide e Lucrezio che ho preso in considerazione sono paradigmatici in tal senso.

Quale messaggio si augura possa arrivare ai lettori di questa sua pubblicazione?
Mi auguro arrivi un forte messaggio di speranza, derivante dall'esperienza personale di Tucidide, che si è ammalato, ma ce l'ha fatta, è guarito. Molti si sono ammalati di Covid, molti ancora si ammaleranno, ma si può guarire. Spero, inoltre, che arrivi un secondo messaggio: mi riferisco all'insegnamento della ricerca delle cause del male, dei sintomi, delle origini, delle conseguenze di un'epidemia. Mi auguro che questo libro costituisca una spinta, un incitamento alla ricerca come strumento per far fronte all'emergenza, con la consapevolezza che lo studio e la conoscenza di quello che è successo in passato sono strumenti per reagire ed essere in grado di affrontare situazioni simili, ogni volta che queste si ripresenteranno.
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