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Duranti Poccetti: Un artigiano della scrittura verso il suo nuovo show

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mercoledì, 30 dicembre 2020 08:48

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Lisa Di Giovanni
Stefano Duranti Poccetti è un poeta, traduttore e giornalista (Il Giornale, Sipario, Il Borghese, Opera Life, L'Etruria, fondatore e direttore del Corriere dello Spettacolo). Sono fin qui otto le sue opere pubblicate, tra le ultime ricordiamo: “Frammenti di Baseball” (2019, Controluna), “Mortali e Immortali” (2019, Transeuropa), “Don Chisciotte in frammenti” (2019, Prometheus) e “Les Chevaliers errants” (traduzione dal francese del poema cavalleresco di Victor Hugo, uscita nel 2020 per Nulla Die).
Stefano, la prima domanda che le faccio è sulla poetica. Le sue non sono poesie in versi, ma in prosa. Perché questa scelta?
Il filone della poesia in prosa esiste già da tempo e sono molti gli autori, anche grandissimi, che vi ci sono cimentati. Penso per esempio a Baudelaire ne “Lo Spleen di Parigi” o al Tondelli di “Biglietti agli amici”. Io ne ho fatto una vera e propria poetica, che utilizzo per creare raccolte di poesia, ma anche per plasmare vere e proprie narrazioni, con questi brevi brani che vanno a intessere una precisa storia, come accade per esempio in “Don Chisciotte in frammenti”.

Lei predilige di più l'aspetto visionario e onirico rispetto a quello realistico, è esatto?
Ha ragione! La cultura italiana, dal punto di vista letterario e artistico, è ancorata al Verismo e al Neorealismo. Pur apprezzando moltissimo i nostri autori (alcuni non valorizzati dalla stessa scuola) sono cresciuto leggendo in particolar modo letteratura francese e tedesca, sicuramente maggiormente sentimentale, sognante, filosofica e spirituale. Io amo le scenografie teatrali di cartapesta, non vedo l'arte come una copia fedele della realtà, l'arte per me deve riuscire a immergersi così tanto dentro la realtà da renderla astratta. D'altra parte questa dicotomia tra realismo e immaginazione è sempre esistita, se Victor Hugo scrive: “Mosè stava cercando uno scultore per l’altare,/ ma Dio disse: 'Ce ne vogliono due.' Allora condusse/ nel santuario Oliad e Béliséel:/ l’uno scolpì l’ideale e l’altro il reale”.

Sarà per questo che ama l'opera?
L'opera mi permette di fantasticare, sì. L'opera, che appartiene alla nostra grande Italia, quando l'Italia era ancora un paese che sognava. A proposito di opera, mi piace dire in questa sede che negli ultimi mesi ho intrapreso un'interessante collaborazione con Opera Life, rivista del settore giovane e accreditata, dove porto avanti una mia rubrica, quella stessa “Evocazioni Musicali, alla Scoperta di Nuovi Continenti” che conducevo, con la regia di Alessandro Ferri, presso la Radio Web del Gran Teatro la Fenice di Venezia. Ahimè, quella radio, dove c'erano tantissime rubriche, tra cui una del grande Daverio, è scomparsa, non esiste più, se non nella tradizione orale. Rimarrà nella mia mente come un'esperienza mitica.
Per lei la scrittura è un gesto artigianale?
Amo i lavori manuali e stare a contatto con gli artigiani, impararando anche qualche trucco del mestiere. Non trovo la scrittura un gesto dissimile, in fin dei conti siamo lì a limare le parole e, anche se stiamo fermi davanti a un pc, il nostro atto non può essere definito immobile. Diamo vita a qualcosa di concreto, costruiamo qualcosa di tangibile. Sì, per me la letteratura è artigianato, cosa vera e viva, è per questo che non amo quegli intellettuali che ne fanno una creatura sterile e nozionistica, quelli che appunto non ne comprendono il valore artigianale, facendone argomento aleatorio e d'élite.

Prima ha citato la spiritualità, per lei quanto è importante nello scrivere?
Molto, la spiritualità è tutto. Non credo si possano scrivere buone cose se in qualche modo non si è in contatto con l'alto ed è tramite questo contatto che è possibile trasferire quell'energia, quell'amore all'opera, affinché essa possa toccare, emozionare, stravolgere, lasciare vibrazioni, cambiare, rimanere viva…

Viva per sempre?
Si spera. Ci sono scrittori che mirano ai guadagni e al presente, altri che puntano al futuro. Io sono uno di quest'ultimi: credo che non sia importante apparire, ma rimanere, non decidono gli uomini, ma la storia.

Quale insegnamento darebbe a uno scrittore esordiente?
Io non posso dare insegnamenti. Perseguo una vita da autodidatta, quindi quando le cose s'imparano da soli è veramente difficile insegnarle. Posso solo dire di non fermarsi al pensiero, ma di agire, tentare, perché sono i fatti che fanno la differenza e un'idea non realizzata è come se non esistesse. Non posso insegnare, casomai potrei trasmettere il sogno, il desiderio, la forza di perseguire un obiettivo, potrei forse aiutare a tirare fuori il meglio, trovare la propria indole, il proprio segno distintivo.

So che non ama molto mostrarti in pubblico, eppure...
Non molto, la mia ultima presentazione di un libro risale al 2016, quando parlai di “Frammenti dalla Senna” al Teatro Signorelli di Cortona. Non amo stare sul palco e credo di non avere neanche tanto da dire, perché tutto è in quello che scrivo. In ogni modo, sono state diverse le pubblicazioni uscite tra il 2019 e il 2020 e a volte succede che mi venga chiesto se farò o meno degli incontri, così ho deciso che, non appena sarà possibile, realizzerò un evento, non so ancora dove, in cui parlerò nel complessivo delle mie ultime uscite. Ho già il titolo per questa manifestazione, che chiamerò “Duranti Poccetti Show”. Sembra egocentrico, è vero, e forse un po' lo è, ma è anche una dimostrazione, un po' ironica e scherzosa, di volermi una volta per tutte mettermi alla prova, parlando accuratamente del mio percorso.


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