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Jean-Yves Frétigné: storia della Sicilia da Odisseo ai giorni nostri

sabato, 26 novembre 2022 14:17

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Dal nostro inviato
Francesca Bianchi
FtNews ha intervistato il prof. Jean-Yves Frétigné, autore del libro Storia della Sicilia. Da Odisseo ai giorni nostri, tradotto e pubblicato in Italia lo scorso anno dalla Casa Editrice Editoriale Scientifica su iniziativa della Fondazione Tricoli, grazie al finanziamento dell’Assessorato Regionale ai Beni Culturali e Identità siciliana. Docente di storia all’Università di Rouen-Normandie e Presidente della Società di studi francesi sul Risorgimento italiano, Frétigné ha scritto numerosi saggi e volumi su temi di storia politica, storia culturale e storia delle idee, in particolare sul Risorgimento italiano, sulla costruzione dello Stato in Italia, sulla questione meridionale, sui rapporti tra Francia e Italia tra Otto e Novecento. Storia della Sicilia. Da Odisseo ai giorni nostri si compone di venti capitoli che seguono la successione cronologica degli eventi, ma sono autonomi, quindi possono essere letti separatamente. Nel corso della nostra conversazione lo studioso ha discusso dei filtri antropologici, letterari e geografici che ostacolano la comprensione della storia della Sicilia, ricordando che per uno storico è doveroso il distacco dalle approssimazioni, dai luoghi comuni e dai pregiudizi. Fine lettore dei grandi autori siciliani, in modo particolare di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Leonardo Sciascia, ha esortato a leggere in maniera rigorosa le loro opere, per riconoscere le distorsioni che spesso vi si trovano. L'intervista termina con l'auspicio che questo libro contribuisca a dare un'immagine più veritiera della Sicilia, ricordando che l'Isola ha avuto una storia particolare, ma fu sempre partecipe pienamente e fruttuosamente della civiltà europea.

Prof. Frétigné, quando è nato il suo interesse per la Sicilia? Quali circostanze l'hanno indotta a scrivere un libro sulla storia dell'Isola?
Quando ero impegnato nella stesura della tesi di dottorato, studiavo Napoleone Colajanni, esponente del mondo politico e intellettuale vissuto tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. Colajanni, nato ad Enna, era molto conosciuto in Sicilia. Attraverso questo personaggio, che mi ha "accompagnato", per così dire, nel corso dei dieci anni di ricerca, ho iniziato a viaggiare per tutta la Sicilia alla ricerca delle fonti archivistiche. Questo ha rafforzato il mio amore per la Sicilia, terra che conoscevo bene in qualità di viaggiatore. A colui che poi sarebbe stato l'editore francese del mio libro dissi che la Sicilia era una terra molto visitata dai cittadini francesi; gli feci notare anche che in Francia mancava un libro sulla storia della Sicilia. Nel 2009 nacque, così, il libro francese, edito da Fayard e riedito in formato tascabile nel 2018, con oltre ottomila copie vendute.

Questa traduzione italiana, invece, come è nata?
Qualche anno fa la collega Claudia Giurintano, professoressa ordinaria di Storia della Dottrine politiche all'Università di Palermo, che fa parte del Comitato Scientifico della Fondazione Tricoli, mi ha proposto di tradurre il volume in italiano. Ho una grande gratitudine nei suoi confronti: è stata lei a curare questa edizione pubblicata da Editoriale Scientifica, fortemente voluta dalla Fondazione Tricoli, con il contributo dell’Assessorato Regionale ai Beni Culturali e Identità siciliana. La Fondazione Tricoli, nata dalla volontà degli storici Gaetano Falzone e Marzio Tricoli, ha sede in un appartamento confiscato alla mafia. Questo è un segnale molto forte per i siciliani: la cultura è il nemico peggiore della mafia.
Il prof. Jean-Yves Frétigné
Lei parla di filtri antropologici, letterari e geografici che hanno ostacolato la comprensione della storia della Sicilia. A cosa fa riferimento?
Come dicevo, sono molti i francesi che visitano la Sicilia, la conoscono e la disconoscono al tempo stesso: ne conoscono il fascino, ma non la storia, perché ci sono troppi filtri che la deformano. Il primo filtro è costituito da una serie di approssimazioni, luoghi comuni e pregiudizi di natura pseudo antropologica: i siciliani hanno ereditato gli occhi azzurri e i capelli biondi dai loro antenati normanni; il gusto degli isolani in ambito culinario sarebbe derivato direttamente dagli arabi; e via dicendo. Uno storico deve distaccarsi dalle approssimazioni, dai luoghi comuni e dai pregiudizi che nascono da un approccio superficiale dell’antropologia: tutto ciò travisa la storia della Sicilia e finisce con l'impedirne la comprensione. Questi dati “antropologizzanti” interpretano il destino della Sicilia come "una lunga storia di oppressione e di lutto". Le celebri frasi "cambiare tutto perché non cambi nulla" (Lampedusa) e "la Sicilia come metafora del mondo moderno" (Sciascia) ostacolano la comprensione storica della Sicilia. Lo studio rigoroso e critico dei grandi scrittori è uno dei migliori antidoti per combattere le distorsioni di cui la loro opera è talvolta vittima. Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Leonardo Sciascia hanno scritto grandi opere che hanno, però, un'ideologia forte dietro. L'ideologia di Lampedusa è di destra, fortemente conservatrice. Le parole di Tancredi, nipote di don Fabrizio Corbera, principe di Salina, esprimono la volontà che la sua famiglia possa tenere le redini, esprimono un programma politico, non una visione della storia. Il tema principale di quest’ideologia è quello di proiettare fuori dall’isola la responsabilità dello sfruttamento e della miseria. La prosa di Sciascia, invece, si spiega con l'alta coscienza morale di fronte al potere: il suo punto di vista è rispettabile, ma alcune delle pagine in cui spiega la storia del suo paese devono essere ridimensionate. Da storico devo ammettere che a volte fa delle affermazioni che si possono difficilmente accettare, soprattutto dal punto di vista politico. Diverso è il caso di Pirandello, un autore pienamente siciliano che ha vinto il Premio Nobel per la letteratura, quindi attraverso l'Isola sa scorgere problemi universali. Solo quando avremo eliminato i filtri antropologici e letterari, sarà possibile comprendere la storia della Sicilia.

Come è strutturato il suo libro? C'è un filo conduttore?
Non può esserci nessun filo conduttore unico, proprio perché il libro vuole smentire l'idea che nella storia della Sicilia ci sia una forma di determinismo. Ho scritto venti capitoli che si possono leggere separatamente, ognuno centrato su una problematica precisa che serve da principio guida. Questo libro può essere letto in due modi: capitolo dopo capitolo, oppure privilegiando un periodo.
A quali fonti ha attinto per la stesura di questo volume?
Ho usato fonti italiane, fonti francesi e qualche volta anche tedesche. Tra le molte fonti francesi che ho utilizzato, ci sono soprattutto i grandi saggi dedicati alla storia della Sicilia. Ogni periodo, infatti, è stato studiato e approfondito da uno storico francese che, con le sue ricerche, ha contribuito a fare luce sulla storia della Sicilia: Michel Gras per la Sicilia dell’età arcaica, Georges Vallet per la Sicilia greca, Henri Bresc e Jean-Marie Martin per la Sicilia medievale, Maurice Aymard per l’epoca moderna e Marie-Anne Matard-Bonucci per il periodo fascista e per la storia della mafia. Ho attinto anche al cinema, che ci trasmette due immagini dell'Isola: in Antonioni la Sicilia sembra collocata in un mondo a parte, fuori dalla storia, invece nei film di Rosi è il luogo dove si manifesta il potere nella sua purezza, dove il potere politico si mescola con quello economico. Il cinema, dunque, ci fornisce una doppia percezione della Sicilia: da un lato espressione del potere, dall'altro spazio di un altrove sottratto alla storia.
Il prof. Frétigné con l'edizione francese del suo libro
C'è un periodo storico su cui si sofferma in modo particolare?
Non direi. Parlo della Sicilia arcaica, greca e romana. Mi concentro sul periodo normanno, che per i siciliani rappresenta l'età d'oro della Sicilia: l'Isola a quell'epoca entrò nel mondo della feudalità, diventando un regno, uno dei regni principali del Mediterraneo. A dimostrazione che la Sicilia non è mai stata ai margini, ma al centro della storia. Parlo della guerra del Vespro, a seguito della quale iniziò ad affermarsi l'idea di un'identità siciliana. Affronto anche la questione relativa alla nobiltà: la nobiltà ha sempre giocato un ruolo importante e l'idea di integrarsi in uno Stato-nazione è più complicato in Sicilia che in altre zone d'Italia. C'è una tendenza regionalista e autonomista forte, anche durante il Risorgimento. Anche l'idea della dominazione spagnola come periodo di decadenza è un luogo comune. La Sicilia vive tre secoli sotto il dominio di Barcellona, poi di Madrid: in questo grande impero la Sicilia è una periferia che gioca un ruolo economico importante, una periferia alla quale la Spagna tiene, ma che perde la sua importanza politica, come testimonia il fatto che un solo imperatore spagnolo si sia recato in Sicilia: Carlo V.

Quale fu il rapporto tra la Sicilia e l'Inquisizione?
Quando a Palermo si visita Palazzo Chiaramonte, sede dell'Inquisizione, si possono vedere i graffiti dei prigionieri. In Sicilia l'Inquisizione esercitò un ruolo particolarmente duro perché fu un'arma nelle mani dei prepotenti. Quando il viceré Caracciolo mise la parola fine all'Inquisizione, per la Sicilia iniziò la liberazione. Non si deve, tuttavia, interpretare il periodo del dominio spagnolo solo come un periodo di decadenza per la Sicilia. Anzi pensiamo a Noto, dove ci fu un terremoto terribile: ovunque c'erano macerie e distruzione, ma i siciliani decisero contro la fatalità di edificare Noto, un gioiello di bellezza. Anche questo dimostra che l'idea dei siciliani che subiscono la storia è sbagliata.

Lei ha studiato approfonditamente la storia italiana tra Otto e Novecento: sono celebri i suoi studi su Mazzini, Garibaldi, Colajanni, Gentile e Gramsci. Cosa scrive a proposito della questione meridionale? Cosa accadde alla Sicilia a partire dall'Unità d'Italia?
Sono uno specialista dell'Ottocento. Molti sostengono che la questione meridionale sia nata in Sicilia quando l'Isola rifiutò non tanto la piemontesizzazione, come si legge tante volte, ma una posizione di subalternità. La Sicilia, infatti, non rifiutò la storia moderna degli Stati-nazione. La “Primavera dei popoli" nacque a Palermo da tre movimenti che si intrecciarono: l'idea di riprendere lo splendore del passato, la convinzione che la Sicilia è nella storia da protagonista e non subisce gli avvenimenti, infine movimento sociale e movimento politico. La Sicilia è al centro dell'Unità d'Italia, diversamente da quanto sostiene una parte della letteratura che, come abbiamo visto, parla di una Sicilia che subisce la storia. Con i fatti di Bronte la Sicilia diventa protagonista significativa dei problemi dell'Unità.

Quanto al fascismo, invece, come venne accolto in Sicilia?
Secondo alcuni la Sicilia è stata fascista e fortemente squadrista. Questo non è vero, ma è falso anche affermare che c'è stato solo un consenso passivo. Il ventennio ha senz'altro lasciato tracce in Sicilia, anche dal punto di vista dell'architettura, ma non si può certo dire che la Sicilia sia stata totalmente fascista. Per il siciliano medio il fascismo non divenne mai un ideale e ciò anche grazie al ruolo operato dalla Chiesa nel controllo dell’educazione dei giovani e alla permanenza della sociabilità pre-fascista.

Nel libro non dedica molto spazio alla mafia, anzi cerca in tutti i modi di sradicare l'equivalenza Sicilia = Mafia.
Bisogna abbattere il pregiudizio che la Sicilia possa ridursi al fenomeno mafioso: la mafia non spiega la lunga storia della Sicilia. Non è un caso che nel libro la mafia venga affrontata solo a partire dal capitolo XVIII. La mafia non esiste prima dell’Unità d’Italia e anche se da quell’epoca svolge un ruolo importante nella storia dell’isola, tuttavia non ne può spiegare tutte le vicende. Il mio è uno sguardo esterno che esorta i Siciliani a ricordare di essere altro oltre alla mafia.

Quale messaggio si augura possa arrivare ai lettori della sua Storia della Sicilia?
Mi auguro arrivi la chiave di lettura del mio lavoro: l’affermazione di una specificità isolana non chiusa in se stessa, ma partecipe pienamente e fruttuosamente della civiltà europea. La Sicilia ha indubbiamente una storia particolare, non una storia separata dal resto d'Europa. Spero che questo libro aiuti ad avere un'immagine più giusta della Sicilia, al di là dei filtri che ne impediscono la comprensione.
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