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Troia e Roma: il mito di Troia in mostra al Colosseo

venerdì, 18 settembre 2026 14:36

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Dal nostro inviato
Francesca Bianchi
Resterà aperta fino al 18 ottobre, presso il Parco archeologico del Colosseo, la mostra Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico, promossa dal Dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale del Ministero della Cultura italiano e dalla Direzione Generale dei Beni Culturali e dei Musei del Ministero della Cultura e del Turismo turco nell’ambito delle linee di azione del Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo. Curata da Alfonsina Russo, Roberta Alteri, Alessio De Cristofaro, Massimo Cultraro, Bulent Gönültaş, Mehtap Ateş, Deniz Doğu Yöndem, Rüstem Aslan, la mostra presenta più di 300 reperti, provenienti da alcuni dei principali musei italiani e da Troia, molti dei quali esposti per la prima volta in Italia. Infatti, grazie al ruolo centrale del Ministero della Cultura e del Turismo turco, sono oltre 220 le opere in prestito da 19 musei turchi, di cui ben 50 mai viste prima dal pubblico italiano.
FtNews ha intervistato il prof. Massimo Cultraro, che ha spiegato come il percorso espositivo consenta di mettere in dialogo testimonianze archeologiche fondamentali per la conoscenza del patrimonio storico e mitico di Ilio con materiali che documentano la diffusione e la rielaborazione del mito di Enea fino alla fondazione di Roma. L’esposizione intende offrire al grande pubblico un racconto organico e scientificamente aggiornato delle vicende culturali e storiche di Troia e Roma, riannodando idealmente i fili del mito, della leggenda e della realtà storica in una narrazione unitaria che abbraccia circa tre millenni di civiltà anatolica e italica.

Prof. Cultraro, circa tre millenni di civiltà anatolica e italica stanno andando in scena all’Anfiteatro Flavio grazie alla mostra Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico, il più grande evento espositivo mai dedicato alla città di Troia e al suo legame con Roma. Cosa racconta questa mostra? Quale legame c'è tra la città di Enea e le origini di Roma? Attraverso quale processo i Romani elaborarono la propria origine troiana?
Il tema della mostra ruota intorno a due grandi città del mondo antico, entrambe proiettate sul Mediterraneo: da un lato Troia, la città delle origini, la grande capitale che a un certo punto entra in rotta di collisione con la civiltà achea cantata da Omero, dall'altra parte c'è la nuova Ilio, Roma, che è il proseguimento della prima e della quale si fa erede attraverso un complesso processo di ricostruzione ideologica, in cui anche il mondo etrusco ha dato un grande contributo. Non bisogna dimenticare, infatti, che il mito di Troia viene veicolato nel Lazio attraverso gli ambienti aristocratici etruschi, che lo veicolano dai primi contatti con le colonie greche del Mar Tirreno. A tal proposito voglio citare, oltre al ricordo delle più antiche attestazioni di miti legati ai poemi omerici nella produzione artistica etrusca dell’età Orientalizzante, anche una insolita documentazione linguistica, appartenente all'area etrusca, dove si fa riferimento a Truva, che è il nome di Troia.

L'unione culturale e storica tra Troia e Roma quanto è legata al mito e quanto alle evidenze archeologiche?
L'origine troiana di Roma è una costruzione ideologica che viene meglio strutturata sotto Augusto attraverso l'Eneide di Virgilio, il quale non inventò nulla di nuovo, ma si fece erede di tradizioni, risalenti a Roma arcaica, nelle quali si recuperano miti di eroi troiani, non necessariamente legati ad Enea, che abbandonano l’Anatolia per trovare riparo nel Lazio. C'è un intreccio di miti elaborati dal contatto dei Greci con l'area tirrenica. I Greci di Cuma trovano un punto di riferimento nelle comunità italiche del Lazio meridionale. Una delle città legate a un'origine non laziale è il centro di Gabii, l’antica Preneste, che oggi restituisce delle evidenze archeologiche straordinarie. A Gabii è venuta alla luce una Régia, un edificio palatino, che aveva il tetto decorato con tegole e lastre fittili di tradizione euboico-campana, con rappresentazioni del mito cretese del Minotauro, forse legata a una tradizione che vuole che la città sia stata fondata da Glauco, figlio di Minosse. Virgilio riprende questo mito. Inoltre, all'interno della regia di Gabii sono stati rinvenuti due pithoi degli inizi del VII secolo, che sulla spalla presentano un'iscrizione dipinta con lettere dell’alfabeto calcidese, ma di una lingua sconosciuta. L'unica parola che è stata decifrata è vinum. Sono vasi legati a modelli simposiaci estranei al mondo laziale, che si rifanno al Mediterraneo orientale. Entrambi questi vasi sono esposti ora a Palestrina. Virgilio, memore di un’antica tradizione dell’annalistica romana, ricorda che Gabii è una città straniera con forti legami col mondo egeo-minoico, facendo riferimenti, con tale aggettivo, alla storia più antica dei Greci. Sta venendo fuori la mediazione dell'area attorno a Gabii e di altri centri sconosciuti nell'elaborazione di questi miti; si tratta di un sostrato antichissimo, affidato poi alla maestria del miglior poeta di età augustea, che non lascia più alcun dubbio in merito all'origine straniera, e dunque troiana, di Roma.
Rilievo con Afrodite, Eros e Anchise. Aydin, Museo di Afrodisia - dal Sebasteion di Afrodisia - Marmo, I secolo d.C.
Come è strutturato il percorso espositivo? Può svelarci qualche dettaglio in merito ai reperti esposti? Che immagine ci forniscono della civiltà che li ha prodotti?
Abbiamo ideato un percorso di natura cronologica, poiché l'obiettivo della mostra è quella di far conoscere Troia attraverso i nuovi scavi, ma soprattutto di far capire come questa città, collocata sullo stretto dei Dardanelli, abbia avuto, fin dalla sua fondazione, agli inizi del III millennio, un ruolo decisivo sul controllo dell’Ellesponto, la principale via di commercio che collegava il mar Nero, ricco di metalli, con l'Egeo. Se noi comprendiamo, all'interno di questo quadro geopolitico, la funzione della città di Troia, comprendiamo le ragioni che stanno alla base dello scontro tra Greci e Troiani per il controllo di una via di approvvigionamento importante per entrambi in direzione delle ricche miniere aurifere del Caucaso sud-occidentale. La mostra si apre con un’ampia sezione dedicata alla ricostruzione storica, archeologica e topografica del sito di Troia, attraverso un significativo nucleo di reperti provenienti dai musei turchi. Tale sezione offre, inoltre, una panoramica inedita sul mondo ittita e sulle diverse realtà culturali dell’Anatolia del III e II millennio a.C. Il percorso espositivo racconta l'evoluzione di questa città, soffermandosi sul momento più importante, che archeologicamente coinciderebbe con la sua distruzione, ovvero con la guerra di Troia, a cui è dedicata la seconda sezione della mostra. Sul piano dell’evidenza della cultura materiale è attestata una distruzione per mano militare di questa città. La Guerra di Troia viene raccontata a partire dal punto di vista dei Troiani, con particolare attenzione ai protagonisti e agli eventi principali del conflitto. Ampio spazio è riservato alla figura di Omero e al tema della tradizione epica, analizzata nei suoi risvolti filologici, storici e antropologici. I reperti sono divisi in tre categorie: la storia della città, la vita quotidiana, attraverso la ricostruzione dei modi di produzione e dell’alimentazione, infine l'approfondimento della sfera della comunicazione simbolica e religiosa, con riferimento ai rituali legati al mondo dei morti e alle pratiche di culto. La mostra si chiude con due ricostruzioni tridimensionali della guerra di Troia, l'episodio che mette fine alla capitale anatolica, che i Greci consideravano la “madre di tutte le guerre” e da cui facevano partire il computo del tempo, a cui si affianca in seguito la datazione delle Olimpiadi.

Quale messaggio proviene da tutte queste testimonianze? C'è qualcosa dei reperti esposti che l'ha colpita particolarmente?
Assieme ai colleghi turchi ho apprezzato molto la decisione di esporre i materiali anatolici e ittiti trovati a Troia e nell’immediato entroterra. Dagli archivi della capitale del mondo ittita, Hattusa, noi sappiamo che a più riprese, già a partire dal 1400 a.C., gli Ittiti sferrarono delle operazioni militari nella parte più occidentale dell'Anatolia, proprio attorno ai Dardanelli, in un punto dove, come si ricava dai testi annalistici imperiali, era collocata la città di Wilusa, cioè Wilion, uno dei due nomi con cui Omero chiamava la capitale del regno di Priamo. Sono stati esposti due rilievi ittiti, utili per ricostruire il sistema di celebrazione regale, e per la prima volta sono esposti sigilli e cretule in argilla, provenienti dai più recenti scavi a Hissarlik/Troia, che permettono di far luce sulla lingua che si parlava nelle regioni microasiatiche alla fine dell’età del Bronzo.
Gli archivi di Hattusa offrono uno squarcio, dalle tinte drammatiche e fosche, di continui scontri armati nell’area intorno a Wilusa, dove la città ad un certo punto cadde in mano agli Ittiti che collocarono un sovrano vassallo. Emergono i nomi di questi personaggi di rango elevatissimo, tra cui Alaksandu, nome che evoca Ἀλέξανδρος, con cui era chiamato da Omero Paride.
Questa scoperta ha risolto uno dei grandi enigmi della filologia omerica, perché non si comprendeva come mai questo principe, responsabile della fuga d'amore di Elena da Sparta, avesse due nomi, una cosa incomprensibile nel mondo antico: nel sistema di narrazione dell'epica c'erano dei nuclei in cui si faceva riferimento a tradizioni decisamente più antiche.

Che rapporto c'è, in questa mostra, tra mito, leggenda e realtà storica? Come siete riusciti e restituire una lettura critica e comparata delle fonti oggi disponibili?
Questo è uno degli obiettivi che abbiamo voluto mettere in evidenza nel percorso espositivo, perché non è solo una ricostruzione di realtà archeologiche e di contatti tra popoli, ma bisogna capire perché queste tradizioni non siano scomparse. Per questa ragione abbiamo voluto proseguire mostrando, dopo aver illustrato al visitatore Troia, quella che è la rielaborazione del mondo troiano nella Troade: c'è un mito troiano che si forma subito dopo la distruzione della città dell’età del Bronzo. Abbiamo esposto una serie di materiali che provengono dalle aree intorno a Troia e che dimostrano che la tradizione di una grande capitale internazionale si sia formata immediatamente all'indomani della sua distruzione. Questo aiuta a capire come mai Omero, o chi per lui, avesse consapevolezza di alcuni luoghi che certamente ha visitato, perché le descrizioni dei luoghi dell'Iliade sono troppo corrispondenti al veroper essere state inventate o immaginate. Il poeta ha veramente vissuto e visitato quei luoghi. Probabilmente visse in un contesto in cui si stava già elaborando il mito di Troia, che venne poi ereditato da Roma. La mostra si chiude proprio con l'impatto del mito troiano su Roma.
Rilievo con la fuga di Enea da Troia. Aydın, Museo di Afrodisia, Marmo, I-II secolo d.C.
Come è stato ricostruito il viaggio di Enea?
Erroneamente crediamo che Enea sia un personaggio uscito dalla vena poetica di Virgilio, ma non è così, perché il primo a parlare di Enea è Stesicoro di Imera, un poeta che vive agli inizi del VII sec. a.C., all'indomani della colonizzazione greca, quindi si era perfettamente consapevoli che nella Sicilia occidentale fossero arrivati dei Troiani. Lo stesso Tucidide, quando parla della spedizione ateniese in Sicilia, nel libro VI sente la necessità di spiegare agli Ateniesi cosa fosse la Sicilia. Fa, quindi, un racconto delle fonti che lui stesso aveva analizzato e tra queste emerge il mito della popolazione degli Elimi, che abitavano la parte più occidentale della Sicilia e vantavano origini troiane. Dunque, questi miti erano già presenti nell'Occidente, per poi essere rielaborati nell'età augustea. Nella mostra questo snodo narrativo andava messo in evidenza e in maniera corretta sul piano storico-archeologico. Il viaggio di Enea è ricostruito sulla base delle tradizioni letterarie, dunque dai poeti greci fino a Virgilio, e della documentazione archeologica. Particolare rilievo è attribuito ai contesti italiani, con la valorizzazione di siti dell’Italia meridionale, della Sicilia, della Sardegna e del Lazio legati al passaggio dell’eroe troiano. In questa sezione si propone anche un quadro ricostruttivo del Lazio tra il XII e il IX secolo a.C., offrendo strumenti interpretativi per una contestualizzazione storica del mito.

Quali sono i luoghi più importanti per comprendere le vicende legate al mitico viaggio di Enea?
Nel suo viaggio Enea tocca tre luoghi fondamentali: la Sicilia, epicentro dei grandi contatti con l'Egeo, il nord Africa, che non è legato solo al mondo fenicio, in quanto l'esplorazione delle coste nordafricane appartiene alla navigazione micenea, infine l'area tirrenica, le coste del Lazio, aree che restituiscono forme dei primi contatti col mondo miceneo. Dietro c'è un sostrato di miti, tradizioni, informazioni, navigazioni antiche che mettevano in collegamento le coste nordafricane e la Sicilia con il basso Tirreno.

In questa mostra troviamo anche i dischi d'oro di Roca, la Micene del Salento. Come si spiega la presenza di Roca nel percorso espositivo? Quali informazioni restituiscono tali reperti?
Per meglio comprendere le relazioni tra mondo anatolico e Mediterraneo centrale, abbiamo voluto dedicare una parte della mostra ai primi contatti fra questi due ambiti geografici, contatti che cominciano già nel Neolitico Tardo, verso la fine del V millennio a.C. A tal riguardo c'è una sezione con alcune statuette in pietra provenienti dalla Sardegna, che si ispirano a modelli anatolici, e materiali provenienti dalla Sicilia in cui sono stati riconosciuti elementi di tradizione anatolica, fino ad arrivare ai dischi in lamina aurea da Roca Vecchia, nella penisola salentina. Non va taciuto che, nel racconto virgiliano, Enea, dopo l’avventura lungo l’inospitale Epiro, vira verso la penisola italiana, approdando a Castro, che lega il suo nome oggi alla scoperta di un importante santuario dedicato ad Atena e al culto del Palladion, di cui parlava il poeta latino.

a mostra si chiude con una sezione dedicata al Lazio. Cosa raccontano i reperti trovati nella necropoli di Santa Palomba, sulla Via Ardeatina? In merito, le fonti letterarie come si integrano con queste evidenze archeologiche?
Le culture del Lazio dell’età del Ferro, alle soglie della fondazione di Roma, restituiscono un quadro estremamente interessante per la ricostruzione del sistema di autorappresentazione di figure di altissimo rango, tra cui figurano le donne. Non è certo casuale che l’Eneide virgiliana sia dominata da racconti di regine, principesse, eroine, le quali troverebbero riscontro, a livello archeologico, nella ricchezza di alcune tombe femminili trovate nell’area dei Colli Albani e sulla costa laziale, come il magnifico corredo della Tomba I di Santa Palomba, che è uno dei punti cardine della narrazione della mostra.
Anche nell'Odissea le donne hanno un ruolo eccezionale: Penelope è una regina che controlla un regno e mostra doti di comando. Altre figure come Calipso e Circe associano una dimensione spirituale a un universo simbolico che sconfina nella magia. Ci si affaccia verso un nuovo mondo che viene costruito attraverso i flussi migratori, che erano veramente imponenti: prima quello fenicio, poi quello greco. Qui nasce l'idea di un Mediterraneo interconnesso tra Oriente e Occidente.

Quale messaggio si augura possa arrivare ai visitatori della mostra?
La mostra sta riscuotendo grande successo di pubblico. Si assiste a un ritorno d'interesse al mondo omerico, ma in una forma diversa da quello che possiamo immaginare: non è solo l'attenzione per un mondo lontano, ma un coinvolgimento empatico verso un mondo nel quale si costruisce una nuova civiltà, non diversamente da quanto fecero alcune élites barbariche, come i Merovingi o i Britanni, i quali vantavano origini troiane.
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