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giovedì, 29 ottobre 2026 11:25 |
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La cena delle anime. Un momento delle riprese - Ph. V. Piras (ISRE)
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Dal nostro inviato
Francesca Bianchi
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È ancora viva in Sardegna l'antica usanza di lasciare servita in tavola, nella notte tra il 1 ° e il 2 novembre, una ricca cena per i propri defunti, composta da un pasto completo a base di sos macarrones de sos mortos ('i maccheroni dei morti') e da tante altre prelibatezze particolarmente apprezzate in vita dai propri cari estinti. È infatti radicata la convinzione che in quella notte i confini tra i mondi si facciano più sottili e le anime dei morti tornino a visitare le proprie case. Una volta entrate, passano intorno alle tavole imbandite e si saziano "inalando" l'aroma del cibo. Se non è stato preparato nessun piatto, i morti se ne vanno accompagnati da forti sospiri.
FtNews ha intervistato il regista Ignazio Figus, che nel 2015, ad Orune, nella Sardegna centrale, ha girato il documentario La cena delle anime, rigorosamente in bianco e nero. Figus ha documentato l'antico rito, filmando l'allora novantenne Pasqua Goddi, che ogni anno, in occasione della commemorazione dei defunti, preparava un sontuoso banchetto destinato ai morti della sua famiglia. Con un approccio che Figus stesso definisce di osservazione partecipante, ovvero volto a comunicare una profonda condivisione d'intenti tra chi filma e chi è filmato, il regista si sofferma sui silenzi di Pasqua Goddi, sui suoi gesti carichi di valore simbolico, sulle preghiere della sacerdotessa officiante per entrare in connessione con i defunti.
Nel corso dell'intervista Figus ha parlato anche delle radici precristiane di questa tradizione, che si ritrova anche in altre manifestazioni della cultura popolare sarda, di quella del meridione d’Italia e dell'intero bacino del Mediterraneo.
Ignazio, come e con quali finalità è nato il cortometraggio La cena delle anime? Cosa si intende con l'espressione cena delle anime?
Il film nasce e si sviluppa nell’ambito dei programmi di ricerca dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna, un Ente nel quale ho avuto la responsabilità del settore produzione audiovisuale per oltre un ventennio. Nel caso specifico, si trattava di approfondire la relazione tra cibo e morte nella cultura popolare della Sardegna, una relazione che assume chiara evidenza nella cosiddetta chena de sos mortos ('la cena dei morti'), una tradizione che consiste nel preparare, nella notte tra l’uno e il due novembre (con alcune eccezioni, riferite a tempi meno recenti, che la collocano ora ad agosto ora a dicembre, nel vespro di Natale), un pasto completo caratterizzato da sos macarrones de sos mortos ('i maccheroni dei morti') e da prelibatezze particolarmente gradite ai defunti che s’intende sfamare, nella convinzione che durante la notte questi ritornino nelle loro case per banchettare. In alcuni paesi, per meglio indicare la via alle anime, si lascia acceso un lume presso la finestra, mentre sul tavolo apparecchiato vengono collocati dei ceri, uno per ogni morto della famiglia
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La cena delle anime. La preghiera - Ph. V. Piras (ISRE)
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Oltre dieci anni fa, davanti alla sua telecamera, in occasione della commemorazione dei defunti, la signora Pasqua Goddi ha "officiato" questo rituale, preparando un ricco pasto destinato ai morti della sua famiglia. Che ricordo conserva di quella solenne "liturgia"?
Nell’autunno del 2015 fortunate circostanze mi hanno consentito di incontrare la signora Pasqua Goddi, una vivace novantenne di Orune (Nuoro) che ogni anno, in occasione della commemorazione dei defunti, preparava un sontuoso banchetto destinato ai morti della sua famiglia. La signora Pasqua ha immediatamente sposato il progetto di filmare la preparazione della “cena”, e così, in un’ambientazione novembrina, nebbiosa, un po’ cupa, stemperata dalla tagliente ironia della protagonista, ho avuto modo di documentare quel rito familiare, intimo, così ricco di significati sia per chi lo opera che per chi vi assiste.
Nel film la signora Pasqua appare ieratica nel suo atteggiamento antico: la cucina si trasforma in una sorta di santuario e il tavolo imbandito in un altare. L’anziana donna, sacerdotessa officiante del rito, assurge a paradigma, espressione di una religiosità popolare che opportunamente riconduce i morti al luogo a cui appartengono, la famiglia, per consumare il pasto comune. Un’idea, questa, vicina al significato originario della messa, detta, infatti, coena Domini, 'cena del Signore'.
In questo clima “liturgico” si manifesta la potenzialità teatrale della signora Pasqua, dotata di un’ampia gamma di espressioni ironiche, divertenti e graffianti, che lei aveva sapientemente distillato nel corso delle riprese. Come quando, subito dopo aver invocato l’aiuto delle anime per le incerte sorti del mondo, rivolgendosi alla camera, a quelle stesse anime dice: …e cercate anche Lucifero, che sia in Paradiso con i piedi nel fuoco...; ...e mettete con i piedi nel fuoco anche i nostri governanti!
Si tratta di fugaci “siparietti”. Subito dopo ritroviamo l’anziana donna profondamente immersa nel suo ruolo di medium.
I silenzi e i gesti precisi della signora Pasqua sono stati gli elementi portanti di questa osservazione filmica calata in un livido bianco e nero che non io, ma i luoghi e le situazioni descritte hanno scelto, anzi, preteso. La sig.ra Pasqua, Paschedda, come tutti la chiamavano, ci ha lasciato nel 2021.
Dove vanno rintracciate le origini di questa tradizione?
Secondo alcuni studiosi (per esempio il folkorista Giuseppe Calvia, citato nel pannello iniziale del film) si tratta di “…un ricordo evidente del culto dei morti in Grecia e a Roma...”, indicando, così, le radici precristiane di questa tradizione che, peraltro, riscontriamo anche in altre manifestazioni della cultura popolare sarda, di quella del meridione d’Italia e, più in generale, del bacino del Mediterraneo. Ci sono anche interessanti suggestioni riguardanti i riti di incubazione, documentati in Sardegna fin dall’epoca preistorica, che, davanti alle tombe degli avi, prevedevano il consumo di cibo prima e dopo il sonno sacro.
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La cena delle anime. Pasqua Goddi - Ph. V. Piras (ISRE)
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Quali emozioni ha provato mentre filmava la signora Pasqua? Cosa l'ha colpita dei suoi gesti rituali?
Per quanto mi riguarda, l’aspetto che più di altri mi ha affascinato è stato quello della preghiera, sia durante la preparazione che, soprattutto, quando, dopo aver imbandito la tavola, assistiamo a un intimo raccoglimento dove si coglie chiaramente la forte volontà dell' 'officiante' di entrare in connessione con i defunti.
Cosa prevede il menu della cena delle anime? Perché ai morti vengono offerti anche liquori e sigarette?
Queste sono le pietanze della sontuosa cena per i cari defunti della signora Pasqua: Maccarrones lados de ordascia (Maccheroni di farina d’orzo), Cassola (Carne in umido), Anzone arrostu (Agnello arrosto), Petha de pudduchin bagna (Pollo al sugo), Sartizza (Salsiccia), Casu (Formaggio), Virdura a buddidu (Verdure bollite), Tuntunnu (Funghi in casseruola), Pane de Othieri (Pane di Ozieri), Pane carasadu.
La frutta: Achina (Uva), Melagranada (Melagrana), Mela (Mele), Melachidonza (Mele cotogne).
I dolci: Biscottos de Orune (Biscotti di Orune), apassinos chin sa gappa (Papassini con la glassa), Caras de monza (Dolci di Pan di Spagna ricoperti di glassa), Amarettos (Amaretti), Pane modde druche (Pane dolce).
Le bevande e i liquori: Abba (Acqua), Binu (Vino), Licore (Liquore). Infine: Caffè, Sigarettas (Sigarette) e Zigarros (Sigari). Liquori e sigarette vengono offerti, perché per i parenti della signora Pasqua, quando erano in vita, li gradivano particolarmente. L’ultima annotazione riguarda le posate: le uniche posate ammesse sono i cucchiai, mentre sono assolutamente bandite le forchette e soprattutto i coltelli, perché i morti potrebbero usarli contro i vivi.
Oggi in Sardegna come si celebra la ricorrenza dei defunti? C'è qualcuno che continua a portare avanti questa antica usanza?
Il culto dei morti è un elemento centrale nella cultura popolare della Sardegna. Rappresenta indubbiamente uno dei temi classici dell’antropologia che trova nell’Isola espressioni ancora vitali e analizzabili. La tradizione della Cena dei Morti (o cena delle anime) è tuttora ben viva in Sardegna e in buona parte del meridione d’Italia. Per quanto riguarda la Sardegna, ho potuto verificare – anche attraverso le numerose testimonianze che puntualmente vengono offerte subito dopo la proiezione del mio La cena delle Anime - come questa pratica sia diffusa, per macroaree, praticamente in tutta l’isola, e come in effetti non sia di esclusiva competenza delle donne anziane: anche alcune donne giovani preparano la tavola per i defunti.
Quel che è certo è che a portare avanti la tradizione sono solo le donne: non ho mai registrato casi di uomini che preparano la “cena”.
In Sardegna anche la poesia e la letteratura si sono occupate di questa forma di connessione tra il mondo dei vivi e l’Aldilà. Il poeta nuorese Sebastiano Satta all’argomento dedica un componimento, intitolato La cena dei morti (da Canti barbaricini, 1910): …E poiché i fior ricordano le vivide Aure, cogliete molti fior negli orti, E spargeteli: a salutarmi i morti Verran stanotte e qui vorran cenar…; Grazia Deledda, invece, nella novella Lasciare o prendere? (da Chiaroscuro, 1912) scrive: …Giuseppe ricordava che la vecchia serva tutti gli anni nella notte di Natale preparava così una piccola cena per i Morti che ritornano nella casa ove vissero: e la mattina dopo non spazzava perché qualche cosa di loro poteva essere rimasta sul pavimento. Il curioso è che tutti gli anni la cena spariva: e Giuseppe, da fanciullo, attraversava la mattina dopo la cucina e il cortile a salti per paura di calpestare qualche cosa di loro…
Quale messaggio si augura possa arrivare a coloro che avranno il piacere di vedere il suo docufilm?
Credo che la cena rappresenti un momento importante nel processo di trasformazione del lutto, un modo per ribadire che i morti non sono separati dalla comunità, ma ne fanno ancora parte e bisogna sfamarli, ma anche ascoltarli e imparare da loro perché, come scrive l’antropologo Cosimo Zene, sono nel “luogo della verità” e possono aiutarci a meglio comprendere il senso stesso del nostro vivere. Ecco, questo mi pare un bell’insegnamento.
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