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Maurizio Bettini: Il Presepio, storia di un simbolo

venerdì, 21 dicembre 2018 08:22

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Francesca Bianchi
FtNews ha intervistato il prof. Maurizio Bettini, ordinario di Filologia classica all'Università di Siena e direttore del Centro di Antropologia del mondo antico della stessa università, che recentemente ha dato alle stampe il libro Il presepio, uno studio antropologico e culturale di una tradizione che ogni anno, nel mese di dicembre, ci riporta con la sua magia ai Natali più belli della nostra infanzia.
Il prof. Bettini svela il complesso di storie e tradizioni che si nascondono dietro il presepio, descrivendo con la cura del filologo e la passione del narratore il processo che ha condotto alla formazione di una vera e propria scenografia culturale della Natività, in base alla quale Gesù è arrivato a vedere la luce in una grotta, vegliato da animali: lo stesso destino di tanti eroi mitici dell'antichità designati a cambiare le sorti dei popoli. In questo affascinante viaggio nella storia di uno dei simboli per eccellenza del Natale cristiano scopriamo che la creazione del bue, dell'asino, dei Re Magi è stata prodotta non dalle invenzioni del folclore, ma da dotte speculazioni teologiche. Nel corso della nostra conversazione, il filologo affronta anche la questione relativa al presepio di San Francesco a Greccio, da molti considerato il primo presepio della tradizione, e si sofferma sul rapporto fra le statuine del presepio con le statuette utilizzate nelle pratiche votive di epoca classica, i cosiddetti sigilla o sigillaria: entrambe testimoniano fedeltà, venerazione e gratitudine alla divinità. Infine esprime l'auspicio che questo libro possa fornire l'occasione per riflettere sulla ricca rete di legami che coinvolge tradizioni e simboli, aprendo le menti all'accoglienza di culture e tradizioni diverse ed inducendo le persone a documentarsi e ad informarsi, piuttosto che a lasciarsi andare a polemiche inutili e sterili basate sull'ignoranza.

Prof. Bettini, come è nata l'idea di scrivere un libro che è a tutti gli effetti un approfondito studio antropologico sul presepio? Cosa rappresenta per Lei questa tradizione?
E' nato da un'idea che avevo da moltissimi anni. Il presepio mi ha sempre incuriosito come oggetto culturale, perché mi sembrava troppo semplice che fosse solo una trazione natalizia. Mi appassionava questo mondo di statuine che esprimevano significati interessanti anche per i non credenti. Sono decenni che non faccio più il presepio, ma da ragazzo lo facevo regolarmente. I miei genitori erano cattolici. Ho continuato a fare il presepio anche dopo che avevo lasciato l’infanzia perché, ogni Natale, a casa dei miei genitori veniva mio fratello maggiore con la sua famiglia. Tirare fuori dalla cantina quelle due scatole e disporre i pastori sul prato di muschio dava l’illusione che da noi il tempo non fosse passato, che almeno una volta l’anno tutto potesse tornare uguale. Il presepio costituisce l’unica circostanza rituale in cui i bambini avrebbero il diritto di sentirsi importanti, infatti ho continuato a farlo anche dopo, quando ho avuto una bambina. Non che volessi educare mia figlia alla religione o al culto della tradizione. Sono quasi certo che attraverso il presepio, e attraverso gli occhi di mia figlia che lo guardava, volevo ripetere la mia infanzia e trasferirla nella sua. Credo che questo impulso sia comune a gran parte di coloro che per tutta la vita, quando Natale si avvicina, si ingegnano a rispettare questa tradizione che dona gioia e serenità.

Leggendo il Suo saggio, si comprende che la narrazione della Natività è frutto di centinaia di anni di riscritture, di racconti che nel tempo si sono sedimentati su una base originariamente povera di dettagli. Nei Vangeli di Luca e di Matteo non si parla né di una capanna né di una grotta come luogo di nascita di Gesù, e nemmeno di due bestie che avrebbero tenuto al caldo il corpo del neonato. Cosa sappiamo del processo che ha condotto alla formazione di una vera e propria scenografia culturale della Natività? Quali storie si nascondono dietro la tradizione che è arrivata fino ai giorni nostri e come è stato costruito nel corso dei secoli il mito del presepio?
Nella prima parte del libro ricostruisco la scena della Natività, attraverso l'interpretazione di episodi che sono nei Vangeli, dove non si parla mai di una grotta come luogo di nascita di Gesù. Nella storia della Natività confluiscono elementi che ricorrono in molti miti del mondo greco-romano. Infatti proprio in una grotta, sita in Arcadia, Maia diede alla luce il piccolo Ermes, figlio di Zeus, che la madre collocò nel líknon, termine con cui si indica il recipiente che nelle pratiche agricole tradizionali si usava per separare il grano dalla polvere e dalla pula. Si tratta dello stesso oggetto che i Romani definivano vannus e che in italiano porta il nome di "ventilabro". Oltre che per questo scopo, sappiamo che in Grecia il líknon veniva utilizzato come recipiente per contenere le primizie dei frutti o i pani e che per tale motivo aveva il valore di un simbolo ben augurante, legato alla prosperità e all’abbondanza. Dunque, anche il piccolo Ermes, al momento della sua nascita avvenuta in una grotta, fu posto in un contenitore che non era propriamente destinato a fungere da culla per un neonato. L’analogia con la mangiatoia in cui fu collocato Gesù appare subito molto forte: anche la phátne, ovvero il praesepe di Betlemme, era un recipiente normalmente destinato ad altro uso che non a quello di culla. Si trattava per di più di un oggetto che apparteneva al mondo agricolo, proprio come il líknon, e come questo esplicitamente connesso alla sfera del nutrimento e della fecondità. Anche il piccolo Zeus, che nasce in una grotta collocata sul monte Ida, viene deposto in un líknon. Callimaco afferma che il neonato Zeus diviene subito oggetto delle cure amorevoli di due animali, la capra e l’ape. La presenza attorno al líknon di due esseri provenienti dal mondo naturale richiama quella del bue e dell’asino che nella tradizione cristiana si sono materializzati accanto alla mangiatoia di Gesù. Anche Dioniso era stato deposto in un líknon, allo stesso modo di Ermes e Zeus. Molti di questi mitici bambini, nati in circostanze drammatiche ed esposti in ambienti inospitali o selvaggi, trovarono a soccorrerli degli animali, a testimonianza del fatto che, se il mondo umano o divino in cui vedevano la luce non comprendeva la loro futura grandezza, ad accoglierli c’era quello naturale. All’origine del bue e dell'asinello della tradizione cristiana c'è, dunque, la rilevante pressione di un modello mitico che aveva goduto di tanta fortuna nella cultura antica.
Maurizio Bettini
Quanto ai Magi, invece, chi erano? Perché sono diventati tre? Chi e per quale motivo li ha promossi al rango di re?
Secondo una delle molte profezie orientali i Magi provenivano dall'Egitto e potrebbero essere diventati tre perché tre sono i doni che recano al Bambino. Sarebbe, infatti, abbastanza naturale che oro, incenso e mirra dovessero corrispondere ad altrettanti donatori. Quanto alla loro qualifica di re, potremmo pensare che, essendo venuti dall’Oriente per onorare un re, ed essendosi recati ancora presso un re per informarsi, i Magi fossero stati identificati anche loro con dei sovrani. Tanto più che i doni recati al Bambino erano preziosi, di quelli che a un re possono ben essere offerti da altri re. Tertulliano fu il primo ad inaugurare quell'immagine regale dei Magi destinata a diventare in seguito tanto popolare. Secondo Gerolamo, invece, i Magi non sono essi stessi re, ma è come se fossero addirittura più importanti di loro, visto che re e principi non muovono un solo passo senza consultarli. Questa caratteristica regale dei Magi trova riscontro anche nella ricca fioritura orientale di miti e racconti che sorse attorno a questi personaggi. Queste figure ci appaiono vestite di abiti riccamente decorati, dai colori sgargianti come i calzari che indossano, e in testa portano il berretto frigio: un abbigliamento sontuoso, che richiama l’Oriente e la Persia, conforme a quello che sempre li caratterizza già dalle prime rappresentazioni che ne abbiamo.

L'antichità classica ha conosciuto qualche pratica confrontabile con il presepio?
A Roma c'era la festa dei Sigillaria, collocata all’interno di quella dei Saturnalia, una celebrazione importante, che si teneva in onore del dio Saturno e coinvolgeva tutti gli abitanti della città, liberi e schiavi. Durante la festa dei Sigillaria venivano dedicate a Saturno delle statuine di terracotta, dette appunto sigilla o direttamente sigillaria. Si trattava di piccole immagini, poste in vendita nel mercato annuale che si teneva per la circostanza, un mercato che somiglia ai nostri mercatini di Natale, dove si potevano acquistare anche libri o vassoi destinati ad essere donati a persone amiche. Anche nella Roma antica, infatti, il periodo di fine dicembre era caratterizzato dallo scambio dei doni, proprio come avviene in occasione del nostro Natale.
Durante i Sigillaria un ruolo centrale era occupato dai cerei, le candele, che dobbiamo immaginare destinate ad illuminare le vie e le case della città: luci che ricordano le luminarie di oggi. I sigilla venivano regalati in particolare ai bambini; li si donava addirittura ai più piccoli come giocattoli.
Lo scambio dei doni fra persone amiche o vicine e l’attenzione dedicata ai bambini costituivano altrettanti punti di contatto fra i Sigillaria e le pratiche associate al Natale nella nostra cultura. Ciò che più mi ha colpito, però, era il ricorso, tanto nei Sigillaria quanto nel presepio, all’utilizzo di statuine di terracotta, una pratica a tal punto centrale nella celebrazione della festa romana che erano proprio i sigilla a darle il nome. Figurine indirizzate a svolgere un analogo uso religioso: le une destinate a celebrare la nascita del Salvatore, le altre ad onorare il dio Saturno.

Come si inserisce il poeta latino Virgilio nella storia del presepio?
Virgilio nella quarta egloga canta l’avvento di un nuovo ordine nel mondo. Il passaggio cruciale dal prima al dopo, dall’ingiustizia al diritto, appare mediato dalla nascita di un bambino, un puer, a cui Virgilio preannuncia che le tappe successive della sua crescita (infanzia, fanciullezza, giovinezza, età matura) coincideranno con altrettante fasi del cosmo e insieme della civiltà. Alcuni autori cristiani hanno messo in relazione il bambino di Virgilio col bambino cristiano, per questo motivo Virgilio viene visto quasi come un profeta.

Quando nasce il presepio cosi come lo conosciamo? A quale epoca risale il primo presepio?
Si dice che il primo presepio della tradizione sia quello di San Francesco a Greccio, però la ritualizzazione scenica fatta realizzare da Francesco non prevedeva la presenza di statuette in un paesaggio artificiale, che è quello che intendiamo noi per presepio; al contrario, i due personaggi che corrispondono a quelli del nostro presepio, il bue e l’asino, erano animali vivi. Inoltre mancano tutti gli attori che per noi fanno parte integrante della scena della nascita e, anzi, costituiscono presenze insostituibili per farla essere ciò che è: Maria, Giuseppe, il Bambino Gesù, gli angeli, i pastori, i Magi. Eppure, in qualche modo, quello di Greccio è il primo presepio perché tutta la scenografia fatta allestire dal santo gravita attorno ad un praesepium, ovvero ad una mangiatoia. Dopo l’evento di Greccio la storia del presepio, come noi lo intendiamo, segnerà una tappa fondamentale nelle figure scolpite da Arnolfo di Cambio in Santa Maria Maggiore, a Roma (1289). Da questo momento in poi comincia ad essere documentata la presenza di numerosi presepi costruiti, con figure lignee, in pietra o terracotta, in varie chiese italiane. Si tratta di opere a carattere permanente, non legate, quindi, al calendario natalizio, di grandi dimensioni e a cui sono destinate apposite cappelle. Il seguito della vicenda segnerà, poi, la nascita di numerosi altri presepi artistici, ma vedrà anche la diffusione del presepio domestico, tributo calendariale alla Nascita del Salvatore, una nascita che segnerà una temporalità eccezionale, perché è da lì che si inizierà a contare il tempo.
Cosa rivelano i vari personaggi del presepio in merito a tradizioni locali e regionali?
Se si guardano i personaggi del presepio, quelli all'interno della grotta sono gli attori, tutti gli altri sono vestiti come se fossero personaggi dell'Ottocento. Oggi mettiamo personaggi contemporanei, come accade a Napoli, dove protagonisti assoluti sono politici, migranti, giocatori di calcio. I personaggi rappresentati dai pastori possono offrire spazio al manifestarsi di usi, costumi, tradizioni locali e regionali, e come tali risultano interessanti anche per l’etnografia popolare e per il folclore. Nel presepio siciliano, per esempio, si potevano vedere statuette che portavano fra le braccia pale di fico d’India, pianta caratteristica della Sicilia, e quindi offerta altrettanto tipica da recare alla grotta. A Caltanissetta poteva comparire il personaggio del minatore che offre zolfo dalle miniere locali. In questi casi la scenografia del presepio fa spazio a riflessi dell’ambiente naturale, sociale ed economico in cui si inscrive. Nel presepio napoletano, il più ricco e fantasioso di tutti, si potevano e si possono ancora incontrare personaggi come Ciccibacco, l’uomo sopra un carro trainato dai buoi e carico di botti.

Quale messaggio si augura possa arrivare a tutti coloro che avranno il piacere di leggere il Suo libro?
Mi auguro che il libro possa essere occasione per pensare e riflettere sulla complessa e ricca rete di legami che coinvolge tradizioni e simboli. Le polemiche sono stupide, ma per i più studiare ed informarsi è faticoso, pensare pure, per cui è meglio fare polemiche inutili e sterili. Diversi esponenti delle comunità islamiche in questi anni hanno sottolineato che per un fedele dell’Islam il presepio non costituisce fonte di astio o di scandalo, in quanto Gesù e Maria sono ricordati anche nel Corano. E' importante adottare un atteggiamento di grande apertura per le culture e le religioni altrui, evitando di preoccuparsi che un simbolo religioso possa ledere la sensibilità di chi non lo condivide. Non dobbiamo fare nostra la convinzione che possa esserci posto per un dio unico ed esclusivo. E' necessario abbandonare questa visione monoteista, che ci impedisce di accettare la possibilità che si possano venerare due o più divinità nello stesso luogo e nello stesso tempo. Non dobbiamo mai stancarci di integrare e far dialogare divinità diverse tra loro.
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